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CAPITOLO 1:

 - INTRODUZIONE

 
1.1  LA BIODIVERSITA’ DEL LAZIO

 Il Lazio si pone come una delle regioni europee e mediterranee maggiormente interessanti e al tempo stesso vulnerabili sotto il profilo della biodiversità. Per quanto riguarda la ricchezza di specie, possiamo osservare che, in media, con le dovute differenze da gruppo a gruppo, il Lazio ospita circa il 50% delle specie presenti in tutta Italia. Considerando che una quota rilevante delle specie italiane è confinata nell’Italia settentrionale, in particolare nell’arco alpino, e che altre specie animali e vegetali vivono esclusivamente nelle isole, si può facilmente capire come la fauna e la flora del Lazio siano altamente rappresentative della biodiversità dell’intera penisola. Tale ricchezza è dovuta alla grande diversità di paesaggi, frutto di una storia geologica complessa e di una posizione geografica centrale rispetto alla regione mediterranea che hanno permesso l’instaurarsi di condizioni climatiche, idrologiche e podologiche molto varie. Le pianure occupano solo il 10% dei 1 720 268 ettari del Lazio, il resto è costituito da montagne e colline che spesso raggiungono il mare (Baldari, Sbordoni et al., 2002).

Custodi di specie che da tempo immemorabile vivono nel Lazio, ma che oggi sono rare, sono i numerosi ambienti di rifugio presenti nella nostra regione, come le grotte, le cime dei monti, le acque temporanee che ospitano organismi endemici o a distribuzione relitta e quindi particolarmente preziosi e vulnerabili. La composizione della nostra fauna deriva dal susseguirsi di cambiamenti climatici del Pleistocene in cui l’alternarsi di periodi glaciali, freddi e secchi, e quelli interglaciali, più miti, ha favorito di volta in volta l’espandersi di “faune fredde” o l’ingresso di “faune calde”. Esistono numerosi esempi di specie che durante i periodi più freddi avevano ampliato il loro areale di distribuzione, “scendendo” lungo la catena appenninica, e che sono poi rimaste confinate in habitat di rifugio nelle più alte montagne appenniniche, mentre i loro più stretti parenti sono rimasti sulle Alpi, sui Pirenei, sui Carpazi e/o, a seconda della valenza ecologica, nella tundra artica. Sono queste le specie a distribuzione boreo-alpina di cui la farfalla diurna Erebia epiphron, presente anche sul monte Terminillo e sul monte Viglio (M.Ernici), è un esempio (Cortesi, 2004).

Una importantissima funzione di ambienti di rifugio è svolta dalle numerose grotte presenti nelle nostra regione. In questi ambienti al valore storico si associano le peculiarità ecologiche che promuovono, negli organismi cavernicoli, il differenziamento evolutivo e l’acquisizione di caratteristiche speciali. E’ infatti proprio nella fauna cavernicola che troviamo il maggior numero di specie endemiche della regione Lazio.

Un altro fattore che ha profondamente modellato al distribuzione e la consistenza numerica di molte popolazioni vegetali ed animali nel Lazio, come un po’ ovunque, è l’attività umana, che si fa anche sentire attraverso le numerose introduzioni di specie esotiche

Un ultimo aspetto interessante è la biodiversità legata all’uomo: le antiche varietà di piante e razze di animali allevate costituiscono un immenso patrimonio di diversità genetica da tutelare.

Purtroppo a questa ricchezza non corrisponde un adeguato quadro delle conoscenze botaniche e soprattutto  di quelle zoologiche, che sono ancora del tutto insufficienti, sia sotto il profilo qualitativo che sotto quello quantitativo. (Baldari, Sbordoni et al, 2002)aldari, Sbordoni et al al. 2002

 

1.2          STORIA E SVILUPPI DELLA BIOSPELEOLOGIA

 L’esistenza di forme di vita nelle grotte fu accettata e negata più volte nella storia dell’Uomo. Circa 30.000 anni fa, tra l’Aurignaziano ed il Solutreano, gli uomini dell’ ”Età della renna” frequentavano le caverne documentando l’esistenza di fauna cavernicola, attualmente ancora esistente, per mezzo di graffiti ancora visibili in alcune grotte.

  Nella Grecia antica si riteneva che nelle grotte si aprissero le porte del mondo degli Inferi ed anche per molti altri popoli (Sciiti, Indiani e Cinesi), le grotte hanno rappresentato luoghi stregati, proibiti, sede di forze sovrannaturali per lo più malefiche. Sono nate così leggende fosche sulle grotte ed i loro abitanti che per lungo tempo ne hanno scoraggiato lo studio (Forestiero e Sbordoni, 1978).

  Nella seconda metà del cinquecento il vicentino Gian Giacomo Trissino descrisse, in una lettera , alcuni “gamberetti picciolini” sui monti Berici (l’odierno Niphargus costozzae). Ma si trattava di pura curiosità, e non di ricerche scientifiche (Stoch, 2001). Nell’Europa del XVII secolo si pensava che le grotte fossero abitate  da draghi, feroci divoratori di incauti esploratori. Ed ecco che ad accreditare tale opinione giunge la scoperta fatta  da un nobiluomo dell’epoca: il barone Johan Weichard Valvasor rinviene allo sbocco di una sorgente nella Carniola un piccolo “drago”. Nel secolo successivo (1768) Joseph Nicolaus Laurenti descrive il “piccolo drago”, nominandolo Proteus anguinus , ed inquadrandolo nel gruppo che oggi chiamiamo degli Anfibi Urodeli, pur non riconoscendolo come vero animale troglobio.

  In realtà, fatta eccezione per quelle grotte che ospitano fauna di dimensione consistente, un primo esame superficiale induce a credere che le grotte siano disabitate. A Postumia nel 1831, un entomologo austriaco, il conte Hohenwart, catturò il primo esemplare di insetto cavernicolo (Leptodirus hohenwarti), descritto da Ferdinad Schmidt,  da allora le ricerche si susseguirono a ritmo serrato ed il numero degli animali cavernicoli noti aumentò includendo insetti, ragni, crostacei, pesci. L’entusiasmo era grande ed, accanto ai reperti reali, non ne mancarono di falsi (Forestiero e Sbordoni, 1978).

  E’ solo con l’inizio del nostro secolo che si può parlare di Biospeleologia in termini di campo di ricerca autonomo, con problematica e metodologia sue proprie. Il documento che nel 1907 presentò la nuova disciplina alla comunità scientifica è individuabile nella memoria dello zoologo rumeno E.Racovitza, dal titolo: ”Essai sur les problèmes biospèologiques”. In questo saggio, esemplare, data l’epoca, per rigore scientifico e per lucidità di vedute, erano precisati e discussi i più importanti traguardi della Biospeleologia. Nel medesimo lavoro venivano poste le fondamenta dell’ecologia sotterranea, secondo due direzioni ormai classiche:

 

1.      analisi dei fattori (abiotici e biotici) caratterizzanti l’ambiente cavernicolo;

2.      sistemazione degli organismi cavernicoli secondo criteri in gran parte oggi ancora validi.

 

Si precisavano così i concetti di troglobio, troglofilo e troglosseno, per definire il diverso grado di legame degli organismi all’ambiente cavernicolo. L’origine della fauna spelèa, i suoi rapporti con le altre faune, la sua composizione e l’insieme dei peculiari adattamenti presentati, costituivano altrettanti problemi affrontati con notevole larghezza di vedute. Alla luce delle conoscenze dell’epoca venivano pure affrontati taluni aspetti dell’evoluzione degli organismi cavernicoli (Racovitza, 1907).

Il saggio di Racovitza inaugurò una nuova collana, dal titolo emblematico: “Biospèologica”, pubblicata negli “Archives de Zoologie Expèrimentale et Gènèrale”. Essa attirò l’interesse ed i contributi di molti autori tra cui R:Jeannel e L.Fage. Sulla scia del successo conseguito da “Biospèologica” si ebbero iniziative individuali in diversi Paesi europei, come quella di R.Leruth in Belgio, o quella di K.Absolon nei Balcani. La quantità del materiale raccolto andava rapidamente crescendo e si chiariva nei dettagli la conoscenza della distribuzione geografica dei cavernicoli. Quest’ ultima offrì d’altro canto, solide basi ad un diverso importante tipo di ricerca a sfondo filogenetico e paleogeografico. Infatti molti gruppi di troglobi, per il fatto di formare popolazioni geograficamente isolate e ben delimitate, costituiscono materiale di elezione per studi di microevoluzione. Con l’intento primario di rivelare affinità e divergenze tra organismi spèlei appartenenti allo stesso gruppo nacquero le prime elaborate monografie sistematiche sui cavernicoli più ricercati, particolarmente Coleotteri (Trechini e Batiscini), Ortotteri, Dipluri, alcuni Ragni, Isopodi: E così non a caso possiamo oggi considerare questi gruppi tra i meglio studiati dal punto di vista tassonomico e biogeografico (Forestiero, Sbordoni, 1978).

  E’ chiaro dunque che la Biospeleologia ha superato rapidamente, almeno in Europa, lo stadio iniziale caratterizzato dalla pura raccolta di dati riuscendo a produrre teorie interpretative dei fenomeni osservati.

  Nella prima metà del novecento vennero pubblicati, in Italia, i primi lavori scientifici sulle faune troglobie; tra queste opere pionieristiche vanno ricordati i lavori di Ruffo sulla fauna cavernicola della regione Veronese del 1938 ed il lavoro di Denis sui Collemboli di caverne italiane, datato 1931. Ma accanto ad esse comincia a fiorire una ricca letteratura, dovuta principalmente a contributi di tassonomi che scoprono l’incredibile varietà della fauna sotterranea. Dopo quasi un decennio di stasi, dovuto in buona parte alla seconda  Guerra Mondiale, gli studi riprendono con rinnovato entusiasmo; sono infatti degli anni cinquanta i lavori di Patrizi e Cerruti sulla fauna cavernicola del Lazio e Sardegna (1953), di Conci sulla fauna cavernicola della Venezia Tridentina (1951), di Ruffo sulla fauna cavernicola del Savonese (1955), per citare solo alcuni dei più importanti contributi di interesse generale.

  Un considerevole impulso alle ricerche è stato dato dalla creazione di laboratori sotterranei che hanno permesso la realizzazione di allevamenti di numerosi organismi cavernicoli in condizioni del tutto naturali e l’impianto stabile di sofisticate apparecchiature di rilevamento meteorologico. Accanto alla Francia, che vanta il celebre laboratorio CNRS di Moulis (Ariège), molti altri Paesi che si sono distinti in questo tipo di ricerche, come Stati Uniti, Romania, Ungheria, Belgio, Contano da almeno una grotta-laboratorio. Purtroppo l’Italia, che fu pioniera in tale iniziativa con la creazione della stazione biospeleologica di Postumia, distrutta durante l’ultimo conflitto mondiale, non annovera oggi una valida istituzione del genere. Oltre che nei laboratori sotterranei la ricerca biospeleologica viene realizzata sempre più spesso nelle università o in appositi istituti di ricerca.

  Accanto ad interrogativi specifici, molti dei problemi che si pone il biospeleologo sono comuni al biologo generale, al fisiologo, all’ecologo, allo zoogeografo, all’evoluzionista. Proprio perché gli organismi cavernicoli possono offrire ai problemi specifici e a quelli di portata generale la preziosa opportunità dell’approccio diretto, è lecito considerare, in questo senso, le grotte come veri e propri laboratori naturali ( Forestiero e Sbordoni, 1978).

 

1.3  ECOLOGIA DELLE GROTTE

 Un problema fondamentale della ricerca ecologica è isolare e misurare, con la maggiore precisione possibile, le variabili che descrivono lo stato di un dato ambiente, e secondariamente stabilire quale ne sia la modalità  di azione sulla comunità biotica. Un successivo obiettivo è la conoscenza dell’entità della variazione di certi attributi delle popolazioni naturali (per esempio della loro struttura demografica, oppure della distribuzione spaziale degli individui) in funzione dei fattori ambientali in toto. Ora, la necessità di condurre ricerche orientate in questo senso si scontra immancabilmente con l’ostacolo, assai notevole, rappresentato dall’enorme complessità degli ecosistemi naturali.

 L’ecosistema cavernicolo gode in larga misura delle proprietà di semplificazione strutturale. I caratteri che configurano l’ecosistema cavernicolo sono ben delineati:

 

·        totale assenza (o azione ridotta) di taluni fattori dell’habitat;

·        loro costanza temporale;

·        semplicità nella composizione del popolamento animale;

·        conseguente semplificazione dei rapporti sinecologici (per esempio al livello delle catene alimentari);

·        elevato grado d’isolamento rispetto agli ecosistemi contigui.

 

Per questi ed altri motivi che emergeranno in seguito, l’ecosistema cavernicolo offre opportunità di ricerca uniche a diverse categorie di biologi. (Forestiero e Sbordoni, 1978)

 

 

1.3.1          L’habitat cavernicolo: estensione e rapporto con gli altri habitat ipogei

 

Con l’aggettivo “ipogeo” si suole indicare l’ambiente sotterraneo, habitat degli organismi viventi sotto la superficie del suolo. Ad esso si oppone l’ambiente “epigeo”, habitat degli organismi viventi sopra la superficie del suolo. Sotto la superficie del suolo i limiti tra i singoli ambienti sono molto meno netti di quanto accade in superficie. Infatti non solo è difficile stabilire una netta separazione tra un corso d’acqua sotterraneo e la falda freatica, ma anche la separazione, attuata a scopo ecologico, tra substrato solido e liquido può essere arbitraria. Nelle grotte, e a certi livelli nel suolo, la tensione di vapor d’acqua è prossima alla saturazione: di conseguenza forme acquatiche possono soggiornare a lungo fuori dall’acqua e forme terrestri possono sopportare anche prolungate immersioni (Forestiero e Sbordoni, 1978). Tenendo presente questa necessaria premessa possiamo, per comodità di studio, suddividere il dominio ipogeo nel modo seguente:

 

·        ambiente cavernicolo: cavità naturali accessibili all’uomo;

·        ambiente delle fessure o freatico terrestre: fessure calcaree dove l’uomo non può penetrare, è in diretta comunicazione con quello cavernicolo ed è certamente molto più esteso di quest’ultimo;

·        ambiente endogeo: porzione di suolo compresa tra il limite inferiore del detrito vegetale ed il limite inferiore delle radici della vegetazione arborea;

·        ambiente delle microcaverne: con questo termine si sogliono indicare i nidi e le tane sotterranee dei vertebrati; in esso non vivono solo i costruttori dei nidi, ma anche molti animali ad essi vincolati in vario modo;

·        ambiente dei formicai e dei termitai: anche in questo caso troviamo una grande varietà di organismi che coabitano con formiche e termiti, contraendo con esse rapporti del tipo più vario: dal parassitimo alla simbiosi;

·        ambiente interstiziale: ambiente acquatico sotterraneo che si realizza negli interstizi del sottosuolo delle coste marine sabbiose, delle rive dei fiumi e dei laghi e, con caratteri peculiari, nelle falde freatiche;

·        ambiente delle cavità artificiali; miniere, catacombe, sotterranei, condotte d’acqua ecc. sono frequentemente abitate da una ricca fauna e mostrano un popolamento del mondo sotterraneo che va attuandosi sotto i nostri occhi.

 

Una sostanziale differenza tra questi ambienti riguarda soprattutto la disponibilità di spazio vitale, minima negli ambienti interstiziale ed endogeo, massima in quello cavernicolo. E’ in concomitanza con questo fattore che si riscontrano, con maggiore evidenza, differenze di adattamento morfologico (forma, dimensioni, sviluppo di arti ed appendici) tra organismi endogei e cavernicoli. Altre caratteristiche (assenza di luce, stabilità termica, percentuale elevata di umidità relativa) giocano un ruolo analogo in tutto il dominio sotterraneo e, non essendo peculiari di uno solo degli altri ambienti, si osserva che molti adattamenti fisiologici sono comuni alla maggior parte degli animali sotterranei.

  L’ambiente cavernicolo è collegato più o meno direttamente con tutto il dominio ipogeo. Questo collegamento può essere esteso, in particolari situazioni o in particolari momenti, anche al dominio epigeo e particolarmente agli ambienti muscicolo, umicolo e lapidicolo. Le piogge, in particolare, esercitando una notevole azione di collegamento idrico tra i sistemi epigei ed ipogei, o determinando una maggire uniformità igrometrica, favoriscono questi contatti (Forestiero e Sbordoni, 1978).

 

 

1.3.2          I fattori dell’ambiente cavernicolo

 

·        FATTORI ABIOTICI : determinanti fisici che condizionano l’esistenza degli organismi

 

1.    Luce: La presenza della luce nel mondo sotterraneo è un fatto del tutto eccezionale, legato ai rarissimi fenomeni di bioluminescenza che alcuni organismi cavernicoli presentano; nell’ambiente cavernicolo è invece di regola la più assoluta oscurità. Le conseguenze di questa condizione sono assai vistose. Innanzitutto la produzione primaria, assicurata in superficie dalle piante verdi, è completamente assente (fatta eccezione per un’esigua quantità legata all’azione batterica). L’ecosistema ipogeo è troficamente dipendente dagli ecosistemi di superficie. Le conseguenze si ripercuotono sulla fisiologia degli organismi cavernicoli. Essi, oltre che procurarsi altrove quelle sostanze energetiche, vitamine e fattori di accrescimento, di norma prodotte dalle piante, presentano notevoli modifiche adattative del metabolismo. Nei vertebrati di grotta si assiste per esempio ad un comportamento dell’intero sistema endocrino (specislmente a carico dell’ipofisi) che differisce notevolmente da quello delle specie affini epigee. L’assenza costante di luce influisce ovviamente sui ritmi nictemerali, sebbene non sempre in egual misura in tutte le specie. Vi sono infatti organismi che mostrano ritmi di attività del tutto svincolati dall’influenza del giorno e della notte, con prevalenza dei periodi di riposo su quelli di attività, altri che ne hanno invece mantenuto il “ricordo”. Molti esperimenti sono stati compiuti per accertare gli effetti che la luce provoca sui cavernicoli: si è visto che per molti di essi sortisce un effetto letale. Le Planarie troglobie si disgregano completamente; effetti negativi sono stati ugualmente registrati su specie di Collemboli, Ostracodi, Acari, Copepodi e Crostacei Anfipodi  troglobi. Altri cavernicoli possono invece sopravvivere tranquillamente anche se allevati in presenza di luce, come è stato ripetutamente constatato nella maggior parte dei Vertebrati in molti Crostacei acquatici e nella grande maggioranza degli Insetti ipogei. Riguardo ai Crostacei Anfipodi dei generi Niphargus e Gammarus, recenti ricerche hanno evidenziato che alcune specie, pur potendo viver in presenza di luce, no sopportano però elevati gradi di illuminazione. (Forestiero e Sbordoni, 1978)

 

2.    Temperatura: In generale, se si escludono i primi metri dell’ingresso che risentono del clima esterno (vedi figura pagina seguente), essa è costante per tutto l’anno. Le misure di temperatura effettuabili in grotta sono quelle relative all’aria, all’acqua ed alla roccia. Di norma la temperatura di una cavità sotterranea corrisponde alla media annua della temperatura esterna e dipende perciò dalla latitudine e dall’altitudine. Per quanto riguarda l’abbassamento di temperatura in rapporto all’altitudine, Jeannel ha trovato variazioni di circa 2°C ogni 300 m. Oltre che da questi due fattori esterni, la temperatura dipende dalla forma e dalla profondità della grotta. In particolare le grotte ascendenti sono generalmente più calde di quelle discendenti.  Se ci basassimo sul gradiente termico della terra dovremmo avere un incremento di circa 3°C ogni 100 metri di profondità (valori che si verificano durante lo scavo di pozzi per miniere per esempio); invece le grotte a sviluppo verticale (pozzi ed abissi) mantengono la loro temperatura (salvo piccole variazioni) anche in profondità. Nelle grotte profonde raramente si osserva un aumento regolare del grado geometrico con la profondità; questo è probabilmente da correlare all’intensa fessurazione della roccia calcarea che consente l’apporto di acqua ed aria esterna. L’escursione termica annua è di solito compresa entro limiti piuttosto vicini tra loro, tanto che la temperatura delle grotte, almeno nella zona profonda, è generalmente ritenuta costante. Per la loro “isotermia” le grotte risultano quindi relativamente calde in inverno e fredde in estate. Fanno però eccezione le grotte con più aperture, percorse da correnti d’aria; in tal caso le variazioni termiche stagionali influenzano sensibilmente l’atmosfera interna. La constatazione che la maggioranza delle grotte è caratterizzata da una notevole stabilità termica ha fatto nascere e diffondere l’opinione che la stenotermia fosse una prerogativa essenziale dei cavernicoli. In realtà gli allevamenti sperimentali hanno dimostrato che i cavernicoli non sono stenotermi obbligati. Vi sono alcuni cavernicoli che vivono normalmente a temperature limite, ma spesso non devono considerarsi stenotermi. Dalle esperienze di questi ultimi anni appare con sufficiente chiarezza come in realtà molte forme cavernicole possano vivere entro limti abbastanza ampi di temperatura. Queste osservazioni ridimensionano il ruolo di agente determinante il popolamento delle caverne, attribuito in passato al fattore termico (Forestiero e Sbordoni, 1978).

 

3.    Umidità relativa:  Più costante della temperatura all’interno delle cavità naturali è l’umidità relativa, con valori che vanno dal 95 al 100%; valori inferiori si possono ritrovare solo nelle zone d’ingresso ed in climi particolarmente secchi.

  Lo stato igrometrico dell’aria è uno dei fattori più caratteristici dell’ambiente ipogeo; alla sua stabilità è particolarmente legata l’esistenza degli organismi troglobi. L’atmosfera delle grotte carsiche è generalmente satura di vapori d’acqua e gli organismi troglobi terrestri sono così stenoigri che possono soccombere per piccole variazioni del grado di umidità relativa.

  Le grotte secche sono infatti in genere disabitate dai cavernicoli. Di norma nei Paesi temperati il grado igrometrico dell’atmosfera delle grotte differisce molto da quello dell’aria all’esterno. Tale differenza si attenua nelle regioni equatoriali dove anche l’atmosfera esterna è caratterizzata da elevata percentuale di umidità. Ne deriva una maggiore possibilità di contatto e conseguentemente una minore diversificazione tra fauna cavernicola e fauna epigea. Questa condizione spiega in parte l’assenza di troglobi terrestri nelle regioni equatoriali. Tuttavia un fenomeno analogo si verifica anche in alcune regioni forestali delle zone temperate (come per esempio in Transilvania).

 Insieme all’umidità relativa va considerato come fattore limitante il tasso di evaporazione. La sua azione produce effetti analoghi a quelli dell’umidità. Generalmente le parti profonde delle grotte presentano un tasso eccezionalmente basso di evaporazione. E’ in prossimità degli ingressi che si verificano le massime evaporazioni, soprattutto stagionali. Le grotte “respirano” esalando l’aria-ambiente durante l’estate ed inalando aria più fredda e più secca durante l’inverno. Il fenomeno si realizza principalmente per il formarsi di gradienti tra masse d’aria a diverse temperature, ma rivestono una certa influenza anche i cambiamenti di pressione, la presenza di venti direzionali di superficie e lo sviluppo verticale del sistema carsico sotterraneo. Entrando, l’aria esterna si riscalda alla temperatura della grotta, ne abbassa la temperatura e l’umidità relativa, aumentando enormemente il tasso di evaporazione. Per un organismo stenoigro un simile eccesso è intollerabile.

  Il tasso di evaporazione determina, in vicinanza degli ingressi, un’oscillazione stagionale del limite di abitabilità della grotta. Esso coincide con la zona in cui la temperatura interna viene influenzata da quella esterna, ma sembra ormai accertato che in simili condizioni il tasso di evaporazione, più che la temperatura, rappresenta il parametro ambientale limitante (Forestiero e Sbordoni, 1978).

 

4.    Aria: composizione chimica e stato di agitazione: La composizione chimica dell’aria di una caverna è nella maggioranza dei casi la stessa dell’esterno, dato il rinnovamento continuo cui è sottoposta. Fanno eccezione le zone termali, le appendici cieche, i cunicoli o il fondo dei pozzi ove può verificarsi un accumulo della CO2 liberata durante il normale processo di precipitazione del CaCO3 e che difficilmente può essere sostituita dalla normale miscela di aria. Il tasso di CO2 può superare il 10% e può essere avvertito dallo speleologo (spegnimento delle lampade a carburo, segni di malessere). Sembra, da studi effettuati da Dresco e Derouet che, almeno per quanto riguarda alcuni ragni, le forme cavernicole possono sopportare tensioni di anidride carbonica relativamente elevate.

  L’agitazione dell’aria, che spesso si verifica in grotte con più aperture, sembra agisca sfavorevolmente sui cavernicoli. E’ stato frequentemente constatato come i corridoi ed i rami principali delle cavità con attiva ventilazione siano quasi sempre azoici, mentre risultano popolati recessi isolati, salette laterali o anche ambienti vasti ma non ventilati. A tale effetto contribuisce oltre che l’azione meccanica anche l’aumento del tasso di evaporazione, indotto dall’agitazione dell’aria, al quale, come si è visto, i cavernicoli terrestri sono estremamente sensibili (Forestiero e Sbordoni 1978).

 

5.    L’habitat acquatico delle grotte: L’acqua è presente nelle grotte sia come acqua corrente (ruscelli, torrenti, fiumi), sia come acqua ferma (pozze, laghi), sia sotto forma di stillicidio. Essa, oltre a consentire la presenza degli organismi acquatici, esercita un’influenza talvolta assai notevole sulle forme terragnole. Infatti molti troglobi terragnoli di norma legati ad atmosfera satura di umidità, possono sopravvivere per lunghi periodi nel mezzo liquido. Adattamenti alla vita anfibia sono diffusi anche in numerosi gruppi di Insetti (Collemboli, Tisanuri, Coleotteri). L’assenza di soluzione di continuità tra mezzo aereo e mezzo acqueo, in certe condizioni, permette analogamente che anche troglobi di norma acquatici possano permanere per molto tempo fuori dall’acqua. Tale comportamento è particolarmente spiccato in alcune specie del genere Niphargus, ma è stato osservato anche in altri Crostacei sia Isopodi, sia Copepodi.

  La maggior parte degli organismi acquatici delle grotte è reofoba, è cioè adattata alle acque ferme. Reofili sono invece alcuni vertebrati ipogei (Proteus ed Euproctus) e certi Crostacei Anfipodi.

  Le acque di grotta sono moderatamente ossigenate: meno di quelle dei torrenti epigei, ma più di quelle marine, degli stagni e delle pozze di superficie. Inoltre esse sono generalmente acque dure, per la forte concentrazione di carbonato di calcio. La misura del pH può indicare il contenuto di calcio delle acque stesse; di solito le acque sotterranee sono debolmente alcaline con un pH uguale o leggermente superiore a 7.

  Il tasso di salinità è quasi sempre basso. Ciononostante, in condizioni sperimentali molti troglobi acquatici possono sopravvivere senza danno in acque salmastre o leggermente salate. In natura varie specie o popolazioni di Niphargus, Pseudoniphargus, Typhlocirolana vivono in acque salmastre o debolmente salate. La teoria che ipotizza un’origine marina per molti Crostacei troglobi attuali, e in particolare per quelli citati, sembra confermata da queste osservazioni.

  Il periodico inondamento, caratterizzante le cavità con cospicuo regime idrico, ha grande importanza nell’ecologia delle grotte. Piccole variazioni termiche, del pH, della quantità di ossigeno sciolto nell’acqua, generalmente si accompagnano alle inondazioni periodiche. Se esse sono di notevole portata, la differenza di livello rispetto ai periodi di magra può superare i 10 metri. In questi casi l’acqua può esercitare una forte azione meccanica contro le pareti della grotta trasportando via gli organismi acquatici e terrestri, come accade stagionalmente in molti complessi carsici.

  Le conseguenze ecologiche sono molteplici: alcuni Coleotteri Trechini americani a costumi schiettamente ripicoli mostrano una maggiore tendenza all’immersione, e sono perciò adattati a sopportare senza danno piene improvvise. Per molte specie, invece, può attuarsi la comparsa di un ritmo riproduttivo stagionale analogo a quello delle specie epigee, in cui l’agente determinante è la periodicità dell’inondazione (Hood factor). Le inondazioni, infatti, trasportano grandi quantità di detrito organico, assicurano un’abbondante nutrimento ai cavernicoli favorendone la riproduzione. L’instaurazione di un ritmo riproduttivo stagionale può essere influenzata anche da variazioni meno sensibili del livello delle acque ipogee (Forestiero e Sbordoni, 1978).

 

6.    Fattori litologici e natura del substrato: La natura geologica del terreno in cui si apre una data grotta influisce considerevolmente sul popolamento ipogeo. Soltanto le grotte situate i  terreno calcareo sono abitate da fauna troglobia. Questo è da correlare con l’intensa fessurazione del calcare: le fessure del suolo carsico costituiscono infatti la porzione abitabile di gran lunga più estesa del dominio ipogeo. Per tale motivo una vasta caverna in un massiccio dolomitico compatto può facilmente risultare azotica o assai povera di cavernicoli, mentre è possibile una fauna troglobia anche in cavità artificiali (miniere, sotterranei) purché scavate in terreni calcarei. Indirettamente, il tipo di calcare può influire sulle condizioni di esistenza. Certi calcari molto friabili si prestano poco alla formazione di stalattiti; altri, grazie alla produzione di colate stalagmitiche compatte, concrezioni arborescenti, concrezioni colloidali (“montmilch”) possono costituire altrettanti habitat diversi per i troglobi. Oltre alle concrezioni, il riempimento inorganico delle grotte comprende altri depositi di natura chimica (fanghi bianchi derivati dall’alterazione del calcare, terre più o meno argillose) e di natura fisica (detriti clastici). A questo vanno aggiunti i depositi allogeni dovuti al vento, al trasporto idrico (ciottolame nei terreni sotterranei, sabbie e limi provenienti dal disfacimento di arenarie, fanghi rossi di dilavamento esterno) e al trasporto da parte dell’uomo. La presenza dei depositi può limitare la presenza di quelle forme edafiche condizionate da fattori come la granulometria, la porosità, il potere di imbizione del suolo. Di frequente, infatti, i diversi stadi embrionali, larvali ed adulti di alcuni organismi presentano esigenze diverse a riguardo di questi fattori.(Forestiero e Sbordoni, 1978).

 

 

·        FATTORI BIOTICI : interrelazioni che regolano l’equilibrio delle comunità

 

1.    Risorse trofiche: Una delle caratteristiche più salienti delle grotte sta nell’assoluta mancanza di piante verdi. La comunità cavernicola è così privata della quota di produzione minima più importante di cui invece dispongono gli organismi epigei. Questo fatto suggerì in un primo tempo l’idea che le risorse trofiche presenti nelle grotte fossero generalmente povere; la prerogativa propria di molti cavernicoli di sopravvivere a prolungati digiuni fu spesso invocata a sostegno di questa tesi. In realtà ricerche più estese, soprattutto nelle zone tropicali, hanno messo in luce come le condizioni trofiche siano estremamente diverse da grotta a grotta, e come la stabilità delle risorse trofiche, accanto alla loro quantità, giochi un ruolo di primo piano non solo nella distribuzione dei cavernicoli, ma anche nella loro evoluzione. Da un punto di vista qualitativo il fattore alimentare svolge un ruolo selettivo determinante. La completa assenza di rappresentanti cavernicoli in interi gruppi zoologici può essere dovuta a particolari esigenze alimentari. Nessun gruppo di fitofagi ha rappresentanti cavernicoli (fatta eccezione dei Coleotteri Curculionidi). Ciononostante, qualche specie fitofaga si è adattata all’ambiente spelèo grazie ad un cambiamento del regime alimentare. Un esempio caratteristico è il caso del Mollusco Gasteropodo Oxychilus cellarius. Questa specie è presente sia nelle grotte, sia in superficie nei luoghi umidi. Mentre gli individui epigei si nutrono prevalentemente di foglie morte, gli individui cavernicoli sono caratterizzati da una dieta assai varia, costituita tra l’altro da resti di Artropodi e persino da farfalle vive. In questo Gasteropodo l’adattamento alla predazione si è realizzato sia a livello etologico, sia a livello fisiologico (presenza dell’enzima chitinasi nell’apparato digerente e nell’epatopancreas) (Sbordoni, 1970).

  Evidentemente le specie monofaghe hanno potenzialmente meno possibilità di successo nella colonizzazione delle grotte, rispetto a quelle polifaghe. I limiti tra i due livelli trofici riscontrabili in grotta, cioè i saprofagi ed i carnivori, sono assai meno precisi che in superficie; spesso sono addirittura inesistenti per la facilità con cui uno stesso organismo può passare da una dieta all’altra. Soltanto i guanobi sono strettamente infeudati ad uno specifico regime alimentare, ma come si vedrà essi costituiscono una comunità a sé stante nell’ecosistema cavernicolo. Eccezionalmente, in particolari condizioni del clima esterno, taluni organismi troglofili possono allontanarsi per breve tempo dalla grotta ove dimorano e portarsi in superficie. In alcuni generi di Ortotteri Rhaphidophoridae, a costumi onnivori (Dolichopoda dell’Europa mediterranea), sono state osservate di notte vere e proprie migrazioni trofiche, durante le quali gli animali si nutrivano abbondantemente di Muschi, Epatiche ed Angiosperme.

  Le risorse alimentari a disposizione del popolamento cavernicolo hanno una doppia origine: esogena ed endogena, a seconda che provengano dall’esterno (costituenti la parete più cospicua) o che siano proprie della caverna. Risorse trofiche di natura esogena sono quelle dovute al trasporto anemocoro, idrocoro, biocoro e quelle che precipitano per gravità nei pozzi e nelle voragini. Le prime, di assai modesta entità, sono costituite prevalentemente da batteri, spore fungine e pollini che possono penetrare all’interno della cavità per alcune decine di metri Le sostanze trasportate dalle acque sono le più varie e possono invece raggiungere quantitativi eccezionali. Le stesse acque di stillicidio contengono quantitativi non trascurabili di materia organica, la cui concentrazione dipende direttamente sia dalla disponibilità di humus in superficie, sia dalla piovosità. I corsi d’acqua di origine esterna trasportano nelle caverne anche plancton che può sopravvivere a lungo e, in taluni casi, riprodursi (Ciclopoidi).

  Più cospicuo è l’apporto di detriti vegetali grossolani ( rami, foglie morte ecc.), tutti materiali che vengono largamente utilizzati a scopo alimentare da organismi acquatici e terrestri. Della stessa natura sono i materiali organici che precipitano all’interno dei pozzi; ad essi si aggiungono anche cadaveri e numerosi troglosseni vivi che costituiscono una cospicua risorsa alimentare per i predatori cavernicoli (Forestiero e Sbordoni, 1978).

 

2.    La microflora batterica: La presenza di batteri sia autotrofi che eterotrofi in notevole quantità caratterizza in pratica tutti i tipi di grotta, sia quelle molto ricche di fauna che quelle quasi azoiche. Questi organismi si rinvengono nelle acque, nel suolo e, seppure in minima quantità, nella stessa aria. Indubbiamente è nel suolo che si ha la massima densità della flora batterica; in esso i batteri eterotrofi aerobi (Azotobacter) ed anaerobi (Clostridium) fissano l’azoto atmosferico formando sostanze organiche. Altri tipi di batteri ricavano N2 dalle sostanze in decomposizione. Il ciclo del carbonio si compie con l’intervento di batteri autotrofi (nitrificanti,tio e ferrobatteri) che fissano CO2. I batteri autotrofi compensano qualitativamente nell’ecosistema cavernicolo l’assenza delle piante verdi, sintetizzando una certa quantità di sostanze organiche (vitamine ed amminoacidi) indispensabili agli organismi superiori. Essi sono perciò da considerarsi il primo anello della catena trofica della comunità spelèa, contribuendo alla nutrizione di Protozoi, Anellidi Oligocheti, Nematodi, larve di Crostacei. La scoperta che i batteri arricchiscono autonomamente il suolo delle grotte con la sintesi delle sostanze organiche, consente di spiegare le proprietà nutritive delle argille  e dei limi ipogei. E’ stato più volte constatato che alcuni organismi cavernicoli possono nutrirsi ed accrescersi, per un certo tempo (3-4 mesi i Niphargus, un anno il Proteus anguinus ), a spese del limo e dell’argilla presente nelle caverne. Ciò è possibile proprio grazie al contenuto di batteri e secondariamente di Protozoi e di piccoli Metazoi batteriofagi. Inoltre le argille di grotta rivestono un particolare significato, per la presenza di oligoelementi e vitamine, nei fenomeni di crescita e di muta degli Artropodi cavernicoli, che compiono regolarmente in questo mezzo le proprie metamorfosi (Forestiero e Sbordoni, 1978).

 

3.    Il guano: La produzione di grandi quantità di guano è dovuta a quelle specie di Pipistrelli che colonizzano le grotte d’estate durante il periodo di attività, piuttosto che durante il letargo invernale. In certi casi, specialmente alle latitudini tropicali, si possono avere depositi di guano di dimensioni straordinarie che spesso sono state sfruttate per usi agricoli. Nelle grotte con grandi quantità di guano il problema trofico è praticamente risolto. Il guano infatti, con il suo elevato tenore di composti azotati, costituisce un nutrimento eccellente per molte specie animali. In parallelo, la presenza di grandi popolazioni di Pipistrelli incrementa il numero di specie ( e di individui) necrofaghe, che ne sfruttano i resti a scopo alimentare o che li parassitano (Acari e Pulci). Certamente in maniera meno decisiva, ma non meno trascurabile, anche gli Ortotteri con popolazioni molto ampie rappresentano una cospicua fonte di approvvigionamento in molte grotte. La loro importanza è legata soprattutto al fatto che essi possono compiere migrazioni notturne all’esterno delle loro abituali dimore per rientrarvi prima dell’alba. In questo modo essi fungono da vettori di energia alimentare dall’esterno verso l’interno, e gli altri abitanti delle caverne potranno approfittarne divorandone direttamente i corpi, le feci, le uova. Studi su Ortotteri cavernicoli hanno fatto luce sul problema della catena alimentare nelle grotte, pur non risolvendolo del tutto. Nelle regioni temperate per esempio gli Ortotteri possono compiere le loro escursioni notturne solo nella buona stagione e quindi l’apporto nutritivo è praticamente nullo d’inverno. Come vengono percepite le variazioni stagionali in grotta? La risposta a questa domanda non è semplice. Molte grotta “respirano”, esalando aria in estate ed inalandola d’inverno. A questi fenomeni si accompagnano variazioni cospicue del tasso di evaporazione: questi già costituiscono “segnali stagionali”. In molte regioni per esempio, un’enorme quantità di Zanzare si riversa nelle grotte per trascorrervi la diapausa invernale: anche questo può costituire un segnale. Qui inoltre le Zanzare si avvicendano agli Ortotteri nel loro ruolo di “fornitori trofici” della comunità (Forestiero e Sbordoni, 1978).

 

4.    Relazioni interspecifiche: Mentre all’esterno gli studi della dinamica di popolazione risultano difficili per il numero di specie che partecipano al medesimo ecosistema, nell’ambiente cavernicolo indagini di questo tipo offrono interessanti opportunità data la relativa semplicità della comunità. L’approccio ad un tale tipo di problemi è stato però iniziato solo in questi ultimi anni dai biospeleologi. La predazione è la forma più diretta di relazione fra specie diverse. Se consideriamo il ciclo alimentare in una grotta, possiamo costruire una piramide alla cui base si trovano i Batteri autotrofi, capaci di realizzare sintesi organiche a partire da elementi minerali, ed i Batteri eterotrofi che utilizzano sostanze organiche di origine esogena. Le sostanze organiche in decomposizione costituiscono il nutrimento dei saprofagi. Ad un livello superiore si colloca la microfauna costituita dai Protisti, che si nutrono di batteri. Più in alto ancora avremo i limnivori, come alcuni Oligocheti, Nematodi e Molluschi, i primi stadi del Niphargus e del Proteo. Alla sommità della piramide alimentare prenderanno posto i vari carnivori rappresentati, per esempio, dai Pesci nell’habitat acquatico e dai Coleotteri Trechini nell’habitat terrestre. Nelle grotte i rapporti di nutrizione sono complicati dalla tendenza alla polifagia, comune alla maggioranza delle forme troglobie, cosicché un saprofago può comportarsi all’occorrenza da predatore e viceversa. Nelle grotte di estensione limitata, con risorse trofiche scarse, si manifesta con maggiore evidenza un’altra forma di relazione tra specie diverse, e cioè la competizione per la conquista dell’alimento. L’intensità della competizione interspecifica è infatti direttamente proporzionale all’affinità ecologica, ovvero alla sovrapposizione delle nicchie ecologiche dei competitori. Per questo motivo è piuttosto raro rinvenire in una medesima grotta specie appartenenti allo stesso genere o comunque molto affini tra loro. Quando questa circostanza si verifica è quasi sempre dovuta al fatto che nonostante l’affinità sistematica, le nicchie ecologiche delle specie sono sufficientemente distinte. Quando due specie filogeneticamente affini si trovano nella medesima cavità, o più generalmente sono membri della medesima comunità biotica, il problema della competizione per le risorse trofiche viene risolto mediante l’adattamento a ruoli ecologici diversi. Questo adattamento risulta in genere in una diversificazione nella struttura, dimensione corporea, fisiologia alimentare e riproduttiva, richiesta ecologica, comportamento, ed è noto come  “divergenza di caratteri”. Il fenomeno, oltre che specie congeneri, può interessare anche forme filogeneticamente più distanti (Forestiero e Sbordoni, 1978).

 

5.    Le comunità cavernicole: L’analisi finora compiuta di fattori ecologici che condizionano l’ambiente cavernicolo mette in luce una notevole variabilità delle condizioni di esistenza nell’ambiente di una medesima grotta. Grazie a questa diversità di condizioni è possibile identificare in ogni cavità un certo numero di biotopi caratteristici, ciascuno popolato da una propria associazione:

 

1.      Associazione parietale – popola la zona di penombra presso l’ingresso della grotta, dove ancora possono svilupparsi le piante verdi, soprattutto Felci e  Muschi. Il biotopo è caratterizzato da escursioni termiche notevoli, ma attenuate rispetto a quelle che si verificano all’esterno, e da umidità abbastanza elevata. In tale sito le pareti della caverna sono popolate da Ditteri, Lepidotteri, Tricotteri, qualche Imenottero e coleotteri, tutti organismi che costituiscono l’abituale nutrimento di certe forme predatrici, anche esse tipiche di questa associazione, come ragni troglofili della famiglia Araneidae, Pseudoscirpioni, Opilionidi, Ortotteri Raphidophoridae. Motivi diversi spingono questi animali a penetrare nelle grotte: un ruolo importante rivestono il fototropismo negativo, l’igrotropismo, la ricerca di un luogo per l’ibernazione o per l’estivazione, sicché nel corso dell’anno si assiste alla sostituzione di certe specie con altre. Questo conferisce una certa mutabilità all’associazione parietale.

2.      Associazione guanobia – per le notevoli qualità trofiche del guano su cui vive, è costituita spesso da un  numero enorme di individui appartenenti a relativamente poche specie guanofaghe, nonché da vari predatori.

3.      Associazione terrestre – la più peculiare è quella che popola le parti stalagmitiche, le fessure e le falde argillose delle zone più profonde dove l’oscurità è completa, la temperatura è costante e l’atmosfera calma e satura di umidità. Componenti abituali di questa comunità sono : Collemboli Entomobriidi, Isopodi Triconiscidi, Coleotteri Batiscini, Dipluri Campodeidi nel ruolo di saprofagi e Ragni Leptonetidi, Diplopodi, Pseudoscorpioni, Coleotteri Trechini nel ruolo di predatori. Particolare significato in queste associazioni riveste al presenza dei Collemboli, la cui importanza trofica nelle grotte è paragonabile a quella del Plancton nel mare. La composizione di queste associazioni è stabile nella stessa cavità. Pur potendo assumere carattere diverso tra grotta e grotta.

4.      Biocenosi nel mezzo liquido –il neuston ipogeo, composto prevalentemente da Collemboli Sminturidi, flottanti alla superficie dell’acqua; il plancton, costituito nelle acque correnti soprattutto dai Ciclopodi epigei e nelle acque ferme da numerosi Crostacei troglobi (Anfipodi, Termosbenacei, Copepodi); la fauna igropetrica composta da Turbellari, Nematodi, Oligocheti ed Anfipodi che popolano il velo d’acqua ricoprente le pareti presso l’ingresso; la fauna torrenticola  costituita da specie reofile, soprattutto di Vertebrati; gli organismi delle acque stagnanti della zona profonda composta dalla maggioranza dei troglobi acquatici appartenenti a svariati gruppi animali (Forestiero e Sbordoni, 1978).

 

 

·        FATTORI BIOGEOGRAFICI E STORICI DEL POPOLAMENTO CAVERNICOLO

 

  L’attuale fisionomia del popolamento di una cavità risulta dalla combinazione di numerose componenti: in primo luogo le condizioni dell’habitat, i rapporti sinecologici nelle comunità ed infine i fattori storici e biogeografici.

   E’ intuitivo che la collocazione geografica di una cavità condiziona direttamente la presenza di un popolamento nel suo interno. La maggior parte delle forme troglobie terragnole presentano una distribuzione tipicamente limitata all’Europa meridionale - Asia Minore da un lato e all’area orientale degli Stati Uniti dall’altro. Entrambe queste aree sono state marginalmente interessate dalle glaciazioni del Quaternario e si ritiene perciò fondatamente che siano stati i mutamenti climatici avvenuti alla fine del Terziario e perdurati nel Quaternario ad influenzare, sia positivamente (con la disponibilità di aree libere dai ghiacci), sia vincolandone la distribuzione, il popolamento troglobio delle grotte. A riprova di questa convinzione esistono infatti aree europee che, sebbene ecologicamente adatte all’insediamento di popolamenti ipogei, sono assai scarse di forme troglobie. Queste zone si trovano infatti a nord del margine inferiore di un’area per lungo tempo coperta dai ghiacci.

  Ancora di natura biogeografica sono altri fattori in grado di limitare o impedire in certe aree il popolamento del mondo ipogeo. Uno di essi è la presenza, in ambienti di superficie affini a quello ipogeo (per esempio nel suolo), di forme preadattate morfo – fisiologicamente a colonizzare le cavità in certe occasioni. Il verificarsi di particolari condizioni climatiche, che inducono lo spostamento di queste forme epigee verso le grotte, è un altro fattore necessario alla colonizzazione. La probabilità che ambedue le situazioni siano concomitanti è perciò assai modesta. Questo spiega parzialmente il basso indice di specializzazione di certe aree carsiche.

  Le grotte, generalmente di antica origine, seguono talora le vicissitudini geologiche e climatiche dei territori in cui si aprono. Questo fattore storico influenza notevolmente la qualità e la dinamica del popolamento animale. Per questo motivo l’assenza di troglobi in grotte costiere può essere determinata da fenomeni geologici, come i bradisismi che possono aver interessato, in un passato più o meno recente, margini costieri sommergendoli. Dettagliate analisi biogeografiche hanno dimostrato che la distribuzione attuale di elementi troglobi, ritenuti di origine marina, ricalca puntualmente in certi casi, la configurazione delle coste di antichi mari. Particolarmente esemplare a questo proposito l’odierna distribuzione di due generi spelèi di Crostacei Isopodi Sferomidi (Caecosphaeroma e Monolistra). Essa riflette la situazione geografica del Mediterraneo durante il Miocene. In questo caso è chiaramente illustrato il ruolo dei fattori paleogeografici sull’attuale popolamento cavernicolo di un’area.

  Alcuni biogeografi, rilevando molti punti in comune tra le grotte e le isole, hanno applicato il modello matematico dell’equilibrio insulare di Mac Arthur e Wilson (1967) al popolamento delle caverne. La principale caratteristica di questo modello, uno dei più noti dell’ecologia teorica, consiste nella sua capacità di prevedere con un’approssimazione accettabile il numero di specie in grado di popolare una data isola. Gli autori hanno dimostrato che il numero di specie presenti è in equilibrio quando il tasso di immigrazione eguaglia quello di estinzione ed hanno individuato i parametri (superficie dell’isola, distanza dal continente, angolo sotto cui l’isola è vista dal continente, direzione dei venti ecc.) che controllano la probabilità di immigrazione e di estinzione delle specie.

  Sulla scorta di questi elementi il modello è stato adattato al popolamento delle caverne (Culver, 1971). Dagli studi compiuti è emerso che fattori di grande rilievo nel determinare il numero di specie presenti sono le periodiche inondazioni primaverili e gli effetti variabili dell’immigrazione e dell’estinzione. Vuilleumier (1973) ha ulteriormente confermato l’applicabilità del modello insulare alle grotte ricavando la relazione tra numero di specie endemiche di una cavità ed il suo grado di isolamento e di estensione. La teoria quantitativa di Mac Arthur e Wilson appare quindi applicabile, almeno sulle sue linee generali, al popolamento delle caverne ed alla loro biogeografia.

 

1.3.3          Classificazione ecologica dei cavernicoli

 

  Fin dagli inizi dell’esplorazione biologica del sottosuolo, i biospeleologi si resero conto del fatto che il popolamento delle caverne è in realtà molto eterogeneo. Accanto ad animali particolari, cieche e depigmentati, non osservabili in superficie, si trovano forme provviste di occhi, rinvenibili anche all’esterno. Questo fatto, e la constatazione che l’ambiente cavernicolo confina con quello di superficie attraverso una zona intermedia di penombra, costituì lo spunto per tentare di classificare i cavernicoli da un punto di vista ecologico.

  Il primo tentativo fu compiuto dal naturalista austriaco Schiödte che nel 1849 propose una classificazione di “animali dell’ombra”, “animali crepuscolari”, “animali delle regioni oscure”, “animali delle regioni oscure a concrezioni stalagmitiche”. Questa classificazione dava molta importanza al grado di luminosità e secondariamente alle caratteristiche del biotopo in cui si rinvenivano detti animali. In realtà però la luce influenza ben poco la scelta dell’habitat da parte dei cavernicoli e certe differenze da zone d’ombra a zone crepuscolari, inesistenti durante la notte, non sono che poco apprezzabili durante il giorno.

  Nel 1854 lo Schiner proponeva una nuova classificazione che teneva in maggior conto le caratteristiche biologiche degli animali. Egli distingueva:

- ospiti occasionali: rinvenibili facilmente anche all’esterno,

- troglofili: delle zone di penombra, rinvenibili in qualche caso anche all’esterno,

- troglobi: che si incontrano solo nelle grotte.

 La classificazione di Schiner ebbe più successo della precedente e fu adottata e perfezionata da Racovitza (che battezzò troglosseni gli ospiti occasionali) e da Jeannel (che distinse tre categorie di troglosseni). Successivamente sono state proposte molte altre modifiche e nuove classificazioni più o meno macchinose. Noi qui seguiremo la classificazione di Schiner modificata da Ruffo:

  I troglosseni comprendono quegli animali che solo accidentalmente popolano le grotte. Tali sono per esempio i rospi fluitati dalle piene o le trote che talvolta si vedono guizzare nell’acqua limpida dei laghetti sotterranei. Alcuni possono anche svilupparsi e riprodursi sul posto, ma la maggioranza è destinata prima o poi a soccombere e potrà servire come nutrimento per la popolazione cavernicola.

I subtroglofili ricercano le caverne in particolari momenti della propria esistenza come per esempio le Zanzare che si rifugiano negli antri delle grotte per ibernare o i Pipistrelli per i quali le grotte costituiscono luoghi di sverno, di riproduzione o di rifugio durante il giorno. Altri animali ricercano nelle grotte non speciali condizioni ambientali, ma solo un ospite determinato come è costume nelle forme “foretiche” o “parassite” (per la maggioranza legate ai Pipistrelli). Altri ancora popolano le grotte solo per procurarsi un particolare tipo di nutrimento, come fanno per esempio i guanobi che dal guano dei Pipistrelli traggono la loro fonte di sussistenza.

  Nessuno dei rappresentanti di queste categorie appare però particolarmente adattato all’ambiente grotta e nessuno può essere considerato vero cavernicolo. I veri cavernicoli sono invece caratterizzati da specifici adattamenti che permettono loro di riprodursi e di svolgere interamente il ciclo vitale nelle caverne.

I troglobi sono i più specializzati e rappresentano i veri abitatori del dominio ipogeo cui sono indissolubilmente legati. La caratteristica quasi costante di queste forme ultraspecializzate sta nella mancanza di occhi, nel grandissimo sviluppo delle appendici e nell’assoluta depigmentazione.

Gli eutroglofili sono meno specializzati dei troglobi, manifestano una spiccata predilezione per le grotte, ma possono vivere e riprodursi anche all’esterno, in condizioni ambientali affini. Rispetto ai troglobi, gli eutroglofili si trovano ad uno stadio evolutivo meno avanzato. Molti di essi sono potenzialmente destinati a divenire troglobi qualora si verificassero in superficie mutamenti climatici tali da ridurre alle sole caverne l’unico habitat loro possibile (Ruffo, 1959)

 

1.3.4          Classificazione trofica delle grotte

 

  Nel 1977, nell’ambito di una serie di ricerche sulla fauna cavernicola del Chiapas (Messico) aventi tra gli scopi principali la caratterizzazione del popolamento e l’individuazione delle differenze tra grotte di tipo temperato e grotte di tipo tropicale, è stata proposta una classificazione delle grotte in base alle risorse trofiche. Gli autori (Sbordoni ed altri), dopo aver messo in rilievo il ruolo prevalente che le risorse trofiche di natura animale ed in particolare il guano svolgono nel determinare il carattere e soprattutto la stabilità trofica di una grotta, adottano una classificazione che si ispira in parte a quella elaborata da Naumann (1921) e Thienemann (1925) per i laghi.

  Vengono così distinti i seguenti cinque tipi di grotte:

 

1.      Grotte oligotrofiche caratterizzate da scarsa disponibilità di risorse trofiche. La sostanza organica di natura vegetale o animale è estremamente ridotta sia sul suolo che nelle eventuali raccolte o corsi d’acqua e la sua distribuzione è irrilevante rispetto alla superficie della cavità. La fauna è molto rarefatta e costituita da una notevole frazione di specie troglobie. L’indice di diversità biotica è variabile ma può essere molto alto. La temperatura è generalmente bassa. Questa categoria di grotte è largamente diffusa nelle regioni temperate dove rappresenta il tipo più frequente.

2.      Grotte eutrofiche caratterizzate dalla presenza nella zona afotica di cospicui depositi di sostanza organica di origine animale ed in particolare da guano di Chirotteri, che ricopre una porzione significativa della superficie della cavità. Le grotte eutrofiche sono popolate durante tutto o parte dell’anno da grandi colonie di Chirotteri, generalmente valutabili a centinaia o migliaia di individui. Può però rientrare in questa categoria anche una grotta piccola interessata da deiezioni di pochi Chirotteri. Il numero delle specie animali presenti è variabile, ma può essere considerevole; tuttavia a parità di specie, l’indice di diversità biotica è più basso per il prevalere nella comunità di alcune specie dominanti. Le grotte eutrofiche sono prevalentemente diffuse nelle regioni tropicali, la loro temperatura è generalmente elevata e a volte supera di qualche grado la media annua della regine in cui sono situate.

3.      Grotte distrofiche – caratterizzate da cospicui accumuli di detriti vegetale e povere invece di guano o di altre risorse di natura animale. Le grotte distrofiche non sono molto frequenti e la loro fisionomia dipende in larga misura dalla morfologia, dalla presenza di corsi d’acqua soggetti a piene e dalle caratteristiche della vegetazione dell’ambiente circostante. Il numero delle specie può essere alto, ma a parità di specie l’indice di diversità è di solito inferiore a quello delle grotte oligotrofiche.

4.      Grotte mesotrofiche – Costituiscono una categoria intermedia tra i due tipi precedenti. Sono caratterizzate da un modesto apporto organico di natura animale, o vegetale, o di entrambi. Sono più frequenti nelle regioni tropicali.

5.      Grotta pecilotrofiche – Questa categoria comprende quelle grotte di un certo sviluppo, in cui si distinguono un settore francamente eutrofico ed un altro, più o meno nettamente separato topograficamente, con carattere spiccatamente oligotrofico. Grotte di questo tipo sono relativamente frequenti nelle zone tropicali. Il numero delle specie è generalmente molto alto. Tra le grotte tropicali è proprio in quelle pecilotrofiche che ci si può aspettare più facilmente di rinvenire specie troglobie.

 

  In natura ci si trova davanti ad una gamma di situazioni intermedie che può risultare difficile ordinare. In secondo luogo questa nomenclatura ha un valore relativo e non poggia, almeno per il momento, su una metodologia di misura precisa, soprattutto per la difficoltà di campionamento, data la distribuzione irregolare della sostanza organica in grotta. Essa è affidata all’esperienza del biospeleologo e soprattutto del biospeleologo che conosce i due estremi della scala, dalla grotta tropicale eutrofica a quella temperata oligotrofica. Non a caso l’esistenza di questa nomenclatura scaturisce dallo studio di un’area (il Chiapas), che offre la massima variabilità di condizioni. In terzo luogo infine, queste definizioni si riferiscono a grotte con fisionomia ed estensione molto diversa: è chiaro che in queste situazioni il ruolo che il carattere trofico della grotta svolge sulle popolazioni cavernicole può essere molto diverso. Tuttavia, nonostante queste limitazioni, la classificazione trofica delle grotte risulta di grande utilità quando si vanno a studiare gli effetti selettivi che il grado di trofismo svolge sulle popolazioni cavernicole. E proprio questo tipo di approccio che ha permesso di prospettare nuove soluzioni al problema della “evoluzione regressiva” degli animali cavernicoli (Forestiero, Sbordoni , 1978).