..


 

1.3.5          Numero di specie ed indice di specializzazione delle comunità cavernicole

  La probabilità di rinvenire specie troglobie è influenzata oltre che dal fattore trofico, dalla dimensione della grotta, dalla sua morfologia, dall’estensione del sistema carsico in cui la grotta è situata, dalla distanza da altre cavità, dalla disponibilità d’acqua, da fattori storici ecc. Alcuni fattori svolgono un ruolo importante nel determinare il numero totale di specie presenti in una data cavità. In particolare Vuilleumier (1973) ha dimostrato che lo sviluppo totale, la presenza d’acqua e di Chirotteri costituiscono elementi importanti nel determinare il numero totale delle specie nelle grotte del Canton Ticino.

  Vari autori hanno cercato di qualificare il grado di specializzazione della comunità animale di una grotta o della fauna cavernicola di un’area. Il numero assoluto di specie troglobie è stato il criterio adottato per esempio da Mitchell (1969) per individuare su grandi linee le differenze tra grotte temperate e tropicali. Tuttavia questo indice è troppo dipendente da fattori contingenti (tipo e dimensione della grotta ecc.) e non adatto a rilevare differenze tra grotte di diverso tipo nell’ambito di una stessa regione. La frazione di specie troglobie sul totale delle specie potrebbe essere un altro criterio, ma anche questo appare troppo sensibile ed eccessivamente dipendente dalla morfologia della grotta (per esempio nelle grotte a pozzo, dove accidentalmente cadono molti troglosseni, verrebbe sottostimato il contingente di specie troglobie).

 Sbordoni ed altri (1977) hanno elaborato un indice che utilizza il rapporto tra il numero di specie troglobie ed il totale delle specie eucavernicole (troglobie e troglofile) cioè:

   

I =  N / N+n

 

                                     Dove        N = numero di specie troglobie ;

                                                      n = numero di specie troglofile.

 

Questo indice appare meno dipendente sia dalla morfologia della grotta (il numero dei troglofili è meno variabile di quello dei troglosseni in relazione al tipo di grotta), che dallo sviluppo della stessa. Questo parametro può essere utilizzato sia per valutare il grado di speciazione della comunità animale di una singola grotta, sia per misurare lo stesso valore relativamente alla fauna cavernicola di una intera area carsica o regione. In quest’ultimo caso è però conveniente utilizzare un indice di specializzazione medio calcolato sulla base degli indici delle singole grotte campionate e non sul totale delle specie troglobie e di quelle troglofile presenti nell’area.

  E’ chiaro che anche in questo caso è necessaria una certa approssimazione e che il compito sia del campionamento che della valutazione dell’indice va svolto dal biospeleologo esperto. Questi è generalmente in grado di individuare e distinguere in prima approssimazione le specie troglobie da quelle troglofile e da quelle troglossene nel campione faunistico rilevato in una grotta.

 

1.3.6           Fattori ecologici che regolano la biodiversità

  Oltre che alla storia dell’area carsica, al biodiversità nelle grotte dipende da fattori ecologici che interagiscono in modo complesso. Tra questi, oltre all’effetto limitante della luce, temperatura ed umidità, vengono brevemente esaminati quelli che assumono particolare rilievo:

 

·        ETEROGENEITA’ DELL’HABITAT. La complessità strutturale dell’habitat, con la conseguente diversificazione dell’ambiente (presenza di fessure di diverse dimensioni e di aree a diversa circolazione idrica) crea la disponibilità di numerose nicchie spaziali che possono venir occupate dalle diverse specie e pertanto è direttamente proporzionale alla biodiversità di una grotta. Recenti ricerche sui diversi microhabitat di estesi sistemi carsici condotte anche in Italia nordorientale hanno infatti dimostrato che i diversi microambienti ospitano faune spesso completamente diverse, e che la distribuzione delle specie nell’area carsica è fortemente disomogenea.

·        AREA. L’estensione delle aree carsiche è importante, poiché aree più estese ospitano ovviamente un maggior numero di specie che possono arricchire anche le comunità locali; in sostanza, grotte situate in aree carsiche più estese possono essere più ricche di specie di grotte di pari dimensioni ma situate in aree carsiche più piccole. Questo fato dimostra inoltre che in una grotta vi possono essere “nicchie ecologiche libere”, che vengono occupate solo in determinate aree geografiche.

·        STABILITA’. Gli ambienti cavernicoli sono in genere ritenuti stabili, con piccole fluttuazioni nei parametri ambientali, di gran lunga inferiori a quelle che avvengono in ambienti di superficie. Si riteneva un tempo che gli ambienti stabili fossero quelli più ricchi di specie, ma si è visto che in realtà non è così; l’instabilità ambientale diversifica le nicchie ecologiche e causa una netta successione di comunità diverse nel corso dell’anno, e per questo motivo spesso gli ambienti instabili sono più ricchi di specie di quelli stabili, come le grotte.

·        PRODUTTIVITA’ E DISPONIBILITA’ DI RISORSE. Ambienti ricchi di risorse ospitano in genere faune più ricche, anche se il numero di specie tende a diminuire, superata una certa soglia (negli ambienti troppo ricchi di risorse, cioè eutrofici). Le grotte sono in genere povere di risorse, anche se non mancano accumuli localizzati (detriti alla base dei pozzi, depositi di guano, ecc.) che possono arricchire le comunità; in questi casi tuttavia si assiste spesso ad un aumento dei troglofili e troglosseni più che non dei troglobi. E’ noto che grotte molto povere (oligotrofiche) ospitano faune più povere; sembra pertanto che la disponibilità delle risorse alimentari giochi un ruolo fondamentale nella regolazione della biodiversità (Stoch, 2001).

 

MISURE DI DIVERSITA’ BIOTICA

 

La diversità è allo stesso tempo una misura della varietà delle specie e della loro abbondanza relativa in una data comunità biotica.

Per misurare la diversità si ricorre in genere a gruppi di animali rappresentativi della comunità che siano sufficientemente numerosi. Questo modo di operare è necessario perché la stima si vale di metodi statistici, il cui potere risolutivo è in gran parte legato alla grandezza del campione. Per studiare la diversità di una comunità è necessario distinguere in essa le varie popolazioni corrispondenti alle singole specie. Fatto questo si effettua il campionamento delle specie considerate (per tutte le specie componenti la comunità parietale, o l’insieme degli Artropodi presenti in un campione di guano ecc.) ripetuto ad intervalli prefissati per un certo periodo di tempo (per esempi mensilmente per un anno). I dati a disposizione: numero di individui per specie, numero di specie, vengono elaborati con uno dei numerosi indici di diversità proposti dai vai autori, per esempio quello di Shannon:

 

  H =  - Σ  p log p

 

(ove p rappresenta la quota di membri della comunità appartenenti ad una data specie)

 

  La diversità, pur descrivendo la relazione tra numero di specie e numero di individui, è però un attributo della comunità; essa rappresenta un carattere misurabile della struttura stessa della comunità. Per misurare la diversità biotica non è necessario essere in grado di determinare tassonomicamente le specie in esame, è sufficiente poterle distinguere l’una dall’altra.

  E’ possibile ottenere una grande quantità di informazioni sulla struttura delle comunità cavernicole elaborando adeguatamente i dati che derivano, per esempio, dal confronto di grotte a diverso regime trofico. Molti ecologi ritengono vi sia una relazione precisa tra diversità, complessità e stabilità di comunità, secondo lo schema:

 

                      >diversità → >complessità → >stabilità

 

Quale sia l’esatto rapporto tra questi tre fenomeni costituisce una questione tra le più dibattute in ecologia e sicuramente il problema centrale dell’ecologia teorica delle comunità (Forestiero e Sbordoni,1978).

 

1.3.7          Gli adattamenti dei troglobi

  Le risposte adattative sono spesso molto simili per gruppi animali anche molto diversi tra loro, che rappresentano interessanti esempi di convergenza evolutiva e che si manifestano a livello morfologico, fisiologico, eco-etologico e della struttura genetica delle popolazioni.

  Quando abbiamo dato una definizione dei troglobi abbiamo già accennato ad alcune caratteristiche che li distinguono, prime tra tutte la anoftalmia, la depigmentazione e l’allungamento di arti ed appendici. Per essere ben comprese queste caratteristiche debbono però essere correlate con tutta una serie di attributi, non soltanto morfologici, che ci dicono complessivamente lungo quali vie preferenziali si è realizzato, attraverso il processo evolutivo, l’adattamento alla vita cavernicola. Vedremo che anche in gruppi di animali molto diversi, gli schemi seguiti nel corso dell’adattamento sono gli stessi.

  Tra i caratteri morfologici più cospicui degli animali troglobi sono da sottolineare la rudimentazione o la completa scomparsa di strutture quali l’occhio, il pigmento e, nel caso degli Insetti, le ali. Queste caratteristiche individuano la cosiddetta “evoluzione regressiva” o meglio “rudimentazione strutturale” dei cavernicoli, la cui spiegazione evolutiva è stata al centro di vivaci discussioni da parte dei biologi; in un successivo paragrafo daremo una rassegna delle principali teorie proposte.

  L’allungamento degli arti e delle appendici rappresenta forse uno degli adattamenti più vistosi all’ambiente cavernicolo: la specializzazione a questo ambiente è quasi sempre correlata con un aumento dello sviluppo di tali strutture. Le lunghe antenne degli Insetti e dei Crostacei troglobi svolgono in primo luogo un ruolo tattile di indubbio vantaggio nella completa oscurità. Una funzione simile è realizzata dal secondo paio di zampe di alcuni Acari ed Opilioni cavernicoli. In secondo luogo l’allungamento delle antenne favorisce il funzionamento dei numerosi organi di sensi ivi situati (chemiorecettori, igrorecettori, recettori del tatto ecc.) ampliandone, a distanza dal corpo, il raggio di azione. L’aumento della lunghezza delle zampe consente di isolare il corpo dal terreno, con e soprattutto amplia la possibilità di percepire l’ambiente circostante. Il grande sviluppo delle setole sensorie è invece più frequentemente correlato con la capacità di percepire movimenti dell’aria (Artropodi terrestri) e dell’acqua (Crostacei).

  Vari e speciali organi di senso sono stati illustrati nei cavernicoli; non sempre siamo però sufficientemente documentati sulla loro funzione. Una enigmatica struttura lamellare spiralizzata è stata recentemente scoperta nell’antenna di alcuni Coleotteri Batiscini troglobi la cui funzione potrebbe essere collegata, come suggerisce la sua scopritrice (Corbiere –Tichanè), con la percezione di raggi infrarossi. Si tratterrebbe in tal caso di una specie di occhio termico in grado di individuare altri esseri viventi nell’oscurità. Sempre sui Batiscini è stata studiata una complessa struttura sensoriale presente sul 7°, 9° e 10° segmento dell’antenna, collettivamente indicata come “organo di Hamman” (Accordi e Sbordoni, 1977) con gradi progressivi di complicazione strutturale, che aumenta passando dalle specie epigee a quelle cavernicole. Ricerche sperimentali hanno mostrato che quest’organo è essenzialmente un igrorecettore (Lucarelli e Sbordoni, 1977) anche se probabilmente è in grado di presiedere ad altre funzioni ed in particolare alla chemiorecezione.

  Il senso dell’olfatto è certamente molto ben sviluppato nei troglobi. La velocità con cui molti Insetti ed Artropodi sia terrestri che acquatici giungono alle esche odorose, anche da distanze considerevoli, ne è un chiaro documento.

  Un adattamento caratteristico comune ad alcuni troglobi terrestri, ed in particolare ai Coleotteri Trechini e Batiscini più specializzati, consiste nello sviluppo inconsueto della superficie addominale e delle elitre che tendono ad assumere una forma globosa. Tale condizione, detta “falsa fisogastria”, è in diretta relazione con la funzione respiratoria e con al marcata stenoigria di questi Coleotteri che presentano una sorprendente riduzione delle strutture respiratorie, stigmi e trachee, che sono invece normalmente sviluppate negli Insetti terricoli. La respirazione si svolge così direttamente attraverso la superficie tergale dell’addome, ridotta a sottile membrana, nella camera respiratoria formata dalle elitre. In questo modo l’insetto può immagazzinare aria umida all’interno delle elitre ed utilizzarla per la respirazione nei brevi periodi in cui, per esempio, deve attraversare zone più secche.

  A livello fisiologico, il metabolismo rallentato è un’altra proprietà comune alla grande maggioranza dei troglobi. Esperimenti effettuati confrontando specie epigee con specie troglobie di Decapodi, Anfipodi, Isopodi, Ragni, Pesci ed Urodeli hanno invariabilmente mostrato cha il consumo di ossigeno è molto più ridotto, da 3 a 7 volte minore, nelle forme cavernicole. Per quanto ancora alcuni autori interpretino queste caratteristiche in chiave di fenomeni evolutivi del tipo “senescenza filetica”, appare ben chiaro il significato di tale riduzione in relazione all’adattamento a condizioni di regime alimentare scarso e sporadico.

  Gli adattamenti fisiologici più studiati riguardano comunque la riproduzione. Comparate con i loro più stretti parenti epigei le specie troglobie presentano: una diminuzione della fecondità; un aumento correlato del volume delle uova e delle riserve vitelline; un allungamento della durata di sviluppo embrionale e postembrionale nonché della vita adulta e dell’intero ciclo biologico; una caduta della periodicità riproduttiva o più frequentemente un cambiamento della stagionalità determinato dalle caratteristiche locali della grotta (Forestiero e Sbordoni, 1978). Questi caratteri sono stati osservati in una vasta gamma di organismi (dagli Insetti agli Anfibi) oggetto di allevamenti sperimentali. Simili modelli di riproduzione e sviluppo sono stati verificati in una vasta gamma di organismi. I vantaggi collegati con questo adattamento sono chiari: viene intanto eliminato il periodo critico della larva che così non deve affrontare da sola il problema del proprio sostentamento in un ambiente a risorse scarse e sporadiche; inoltre la produzione di uova singole, ma ben nutrite, permette di regolare meglio la popolazione rispetto alla scarsa capacità portante dell’ambiente.

  Gli animali troglobi sono dunque dei classici organismi K selezionati (nel senso di Mac Arthur), che perseguono una strategia adattativa basata sulla stabilità di fattori fisici (che rendono l’ambiente – grotta prevedibile) e sulla grande specializzazione, in analogia con quanto avviene in altri ecosistemi stabili (cioè che continuano a mantenersi uguali nel tempo in assenza di perturbazioni esterne).

  Alcuni troglobi possono riprodursi durante tutto l’anno. Fino a pochi anni fa si riteneva che questa fosse una caratteristica largamente diffusa ne troglobi; essa era stata messa in luce in vari animali allevati in condizioni sperimentali di assoluta costanza dei fattori climatici. Le ricerche degli ultimi anni, condotte prevalentemente su popolazioni naturali di svariati gruppi zoologici, hanno però dimostrato che la persistenza di un ritmo stagionale è un fenomeno generale. Tale periodicità, in natura, appare correlata con le pur deboli variazioni stagionali di alcuni fattori abiotici e soprattutto con quelle dei fattori trofici (periodicità delle piene, Hood factor, ciclo stagionale di specie troglofile che servono da preda ai troglobi ecc.).

  Anche la genetica di popolazione consente di studiare le strategie adattative; ciò è evidente se si tiene presente che i geni sono i principali responsabili delle caratteristiche morfologiche, fisilogiche e comportamentali. I numerosi studi condotti da Sbordoni e collaboratori su specie cavernicole italiane e non, hanno confermato l’ipotesi di una maggiore variabilità genetica delle specie troglobie rispetto a quelle epigee e dimostrato come questa variabilità tenda ad aumentare nei troglobi adattati da lungo tempo all’ambiente cavernicolo rispetto ai colonizzatori più recenti. Le cause di questa differenza vanno ricercate nella riduzione delle dimensioni della popolazione al momento dell’interruzione del flusso genico con quella esterna; il livello normale di variabilità verrà poi recuperato con il passare delle generazioni e l’aumento della dimensione della popolazione.

  Insieme alla genetica, anche l’ecologia di popolazione offre interessanti informazioni per comprendere le strategie adattative; parametri come la dimensione di popolazione, al distribuzione spaziale e la struttura in classi di età sono infatti facilmente misurabili nelle popolazioni cavernicole. Sono ormai numerosi i dati raccolti, in grotte italiane, sull’ecologia di Ortotteri Rafidoforidi e Coleotterri Leptodirini.

  Infine va ricordato che da circa vent’anni vengono condotti numerosi studi sul comportamento degli animali troglobi (etologia), in particolare sulle modalità di accoppiamento, la ricerca del cibo, la comunicazione inter- ed intraspecifica. Anche da queste ricerche vengono delle indicazioni, in alcuni casi ancora da interpretare, sulle strategie  attuate dagli animali che hanno colonizzato l’ambiente sotterraneo.

 

 

1.4 PROBLEMI DI EVOLUZIONE DEGLI ANIMALI CAVERNICOLI

  La perdita o la degenerazione degli occhi e del pigmento negli organismi cavernicoli sono state al centro di ampie discussioni riguardanti il loro significato evolutivo. Le teorie proposte per spiegare questa rudimentazione strutturale, impropriamente chiamata “evoluzione regressiva” sono  innumerevoli ma comunque riunibili storicamente in tre gruppi: le teorie lamarckiane, le teorie ortogenetiche e quelle darwiniane.

 

1.      TEORIE LAMARCKIANE

  Secondi Lamarck ed i suoi seguaci, gli animali che vivono abitualmente al buio mancano dell’opportunità di esercitare l’organo della vista, con la conseguente degenerazione o scomparsa dell’occhi stesso. Darwin stesso ricorse in parte ad una ipotesi lamarckiana per spiegare la perdita dell’occhio da parte di troglobi. Egli affermò infatti da una parte che il disuso avrebbe determinato l’obliterazione degli occhi, mentre la selezione naturale dall’altra avrebbe favorito per esempio modificazioni nella lunghezza delle antenne quale compensazione alla anoftalmia. In America Cope (1887) e Packard (1888-1894) interpretarono l’evoluzione dei cavernicoli in termini di eredità di caratteri acquisiti; lo stesso fece Racovitza in Europa. Le ipotesi lamarckiane sono state però scartate dalla maggioranza dei biologi perché è stato dimostrato che i caratteri acquisiti non sono geneticamente trasmissibili alla progenie.

 

2.      TEORIE ORTOGENETICHE

  L’ortogenesi classica è stata evocata da molti biospeleologi, tra cui Jeannel (1943-1950), per spiegare i fenomeni di regressione dei cavernicoli. Riferendosi ai Coleotteri Trechini ipogei, Jeannel afferma che la perdita di ali, pigmento ed occhi, come pure la capacità di tollerare temperature più basse ed umidità relative più elevate, sono tutti fattori collegati con il particolare sviluppo del plasma germinale di questi Insetti. Da questa interpretazione risulta che i Coleotteri cavernicoli non sono ciechi perché vivono nelle grotte, ma al contrario abitano le grotte perché ciechi e non in grado di sopravvivere altrove.

  Vandel invece (1964) basandosi sul principio di “organicità” sostiene che una linea filetica attraversa evolutivamente degli stadi (“ringiovanimento”, “radiazione adattativa”, “specializzazione”, “senescenza filetica”) per cui alla fine la maggior parte dei troglobi apparterrebbe a gruppi “senescenti”. Le loro rudimentazioni sarebbero pertanto il risultato di uno stadio estremo ed inevitabile cui sono giunte le rispettive linee filetiche. Con la “senescenza” verrebbe inoltre meno la capacità di autoregolazione ed aumenterebbero le limitazioni per adattarsi ad altri ambienti specializzati.

  L’organicismo in se stesso non fornisce una spiegazione causale del meccanismo dell’ “evoluzione regressiva”, ma è costretto invece ad evocare l’intervento di una qualche forza direttiva di natura ignota. Nessuno può infatti contestare l’esistenza nelle grotte di un gran numero di relitti filogenetici, ma l’esistenza di parecchi troglobi di cui sono ampiamente reperibili gli antenati epigei prova che la “senescenza filetica” non è un presupposto indispensabile per la vita nel dominio sotterraneo.

  

3.      TEORIE DARWINIANE

  Sono  numerose ma tutte implicanti una qualche forma di selezione naturale. E’ stata sovente proposta, come causa della rapida regressione delle strutture, una forma di “selezione diretta” verso un carattere la cui non adattabilità è solo apparente. Darwin per esempio affermò che gli occhi delle talpe potrebbero essere danneggiati dalle abitudini fossorie di questi animali, e di conseguenza essere ridotti dalla selezione. Altri autori ampliarono questa idea supponendo che i possibili urti contro le pareti delle grotte causino direttamente la lesione degli occhi. In realtà la presenza nell’ambiente ipogeo di numerosi troglofili e troglosseni con occhi ben sviluppati ed intatti invalida tale argomento.

  La “teoria della salvezza” di Lancaster (1894) attribuisce la presenza di animali ciechi nelle grotte ad un processo di concentrazione di individui con occhi più o meno degenerati, caduti o trasportati incidentalmente nelle cavità e, al contrario di quelli normali, incapaci di riguadagnare la superficie. La debolezza di questa teoria sta nella difficoltà di immaginare come nella completa oscurità la presenza o l’assenza di occhi possa essere di una qualche utilità ad un animale che tenta di raggiungere la superficie. E’ inoltre estremamente improbabile che un numero sufficientemente grande di individui si trovino contemporaneamente nella stessa caverna in maniera da assicurare il successo della colonizzazione.

  A livello diverso, ma sempre nell’ottica darwiniana, è stato utilizzato il principio di “ compensazione materiale”, secondo cui le parti diverse di un embrione competono tra di loro per sfruttare l’energia disponibile per lo sviluppo. In definitiva si accresceranno più rapidamente quelle parti che riusciranno ad ottenere più energia di altre per lo sviluppo. Questa spiegazione sembra compatibile con numerose osservazioni condotte ai livelli morfologico ed embriologico; essa non è inoltre in contrasto con le scarse conoscenze di cui disponiamo sull’azione che i geni hanno sul differenziamento. A sostegno della teoria sono state invocate tre principali linee di prova:

 

·        le tracce di organi rudimentali sono sovente presenti nei primi stadi e dovrebbero di fatto svilupparsi se non fossero ostacolate dal più elevato ritmo di crescita di altre strutture (quelle che risulteranno poi le più adattative) che consumano tutta l’energia disponibile;

·        le strutture sottoposte a regressione mostrano un aumento della loro variabilità perché la diminuita azione della selezione favorisce la loro conservazione;

·        l’ineguale riduzione di certi organi di senso (per esempio gli occhi) nei maschi e nelle femmine della stessa specie cavernicola è considerata come prova ulteriore che nella regressione è importante la competizione ontogenetica delle parti per i materiali necessari alla formazione dell’individuo.

 

  Secondo Ludwig (1942) convergerebbero nelle grotte gli individui meno pigmentati e quindi più sensibili alla luce. Anche questa è una “teoria della salvezza”. In effetti è stato constatato che in certe specie di Crostacei gli individui più depigmentati sono anche i più fotofobici. Però, sempre nelle medesime specie, è stato pure osservato che il comportamento fotofobico è limitato a determinati stadi del ciclo biologico; infatti individui solitamente fotofobici diventano fotofilici durante la stagione riproduttiva.

  Alcuni autori (Kosswig, Wilkens ecc.) hanno attribuito un ruolo predominante alle mutazioni quali fattori in grado di spiegare da soli l’anoftalmia e/o la depigmentazione dei cavernicoli. Già Darwin pensava che un “accumulo di variazioni casuali” determinasse molti dei caratteri regrediti osservati. Alla base di questa interpretazione “neutralista” sta l’osservazione che tra le mutazioni genetiche che interessano l’espressione dell’occhio e del pigmento prevalgono quelle “degenerative” su quelle “costitutive”. Si assisterebbe quindi, nel corso delle generazioni, all’accumulo delle mutazioni degenerative. Di conseguenza avremmo una correlazione positiva tra grado di rudimentazione strutturale ed età filogenetica delle specie cavernicole. Il problema è senza dubbio molto complesso. Tuttavia in contrasto con questa ipotesi esistono prove sulla diversa velocità di rudimentazione strutturale in specie e popolazioni affini.

  Infine riportiamo le conclusioni di un lavoro (Sbordoni e Cobolli Sbordoni, 1973) in cui gli autori forniscono un controllo sperimentale  alla teoria volta a spiegare la scarsezza di troglobi terrestri in grotte tropicali (ricche di risorse trofiche) rispetto a quelle temperate (più povere di risorse) come conseguenza delle minori pressioni selettive favorenti gli adattamenti tipici dei troglobi (rallentamento del metabolismo, rudimentazione strutturale ecc.) nelle grotte del primo tipo. Gli autori hanno studiato il grado di adattamento alla vita ipogea di due specie affini messicane di Ptomaphagus (Coleotteri Catopidi), probabilmente derivate da un medesimo antenato epigeo. Di queste la specie P troglomexicanus vive in una grotta temperata fredda, d’alta quota, con scarse risorse trofiche, mentre la specie P.spelaeus vive in grotte tropicali calde di bassa quota, con abbondanti risorse alimentari; un paragone è anche fatto con il P.pius, specie epigea dell’Europa meridionale. Tra il troglomexicanus  e le altre due specie vi sono cospicue differenze sia morfologiche (lunghezza relativa delle antenne, complessità strutturale dell’organo antennale, riduzione degli occhi,delle ali e della pigmentazione) che fisiologiche (lunghezza del ciclo vitale). Queste differenze appaiono correlate alle differenti pressioni selettive operanti nei due tipi di grotte. Scarse invece sono le differenze tra P.spelaeus e P.pius.

  Questi fatti sono dunque a favore dell’esistenza di una relazione tra tasso di evoluzione ed ecologia delle grotte (e più in particolare delle risorse trofiche presenti) e non dell’ipotesi di una neutralità dal punto di vista selettivo delle mutazioni favorenti processi degenerativi. Alla luce di queste osservazioni, i processi di rudimentazione  a carico di strutture non necessarie in grotta come occhi, pigmento, ali, sono accelerati proprio laddove è scarsa la disponibilità di energia. In situazioni di questo tipo, il principio della compensazione materiale sopra descritto può fornire una spiegazione a livello embriologico del meccanismo della rudimentazione ovvero della “evoluzione recessiva” (Forestiero e Sbordoni, 1978).

 

1.5 ORIGINE DEI TROGLOBI:

Relitti e fossili viventi o colonizzatori attivi?

  Sull’origine della fauna cavernicola sostanzialmente vi sono due grandi teorie a confronto; la prima, che è stata sviluppata da numerosi autori classici e sintetizzata nel 1991 da Botosaneanu e Holsinger, si basa principalmente sul concetto di “relitti” e di “rifugio”; la  seconda, espressa nella sua forma definitiva da Rouch e Danielopol nel 1987, parla di “colonizzazione attiva”. La maggior parte dei modelli che spiegano l’origine degli organismi troglobi e stigobi parte dall’idea che l’ambiente sotterraneo sia un ambiente di rifugio. Questo concetto deriva in buona parte dallo studio delle zone temperate, che avrebbero avuto la funzione di rifugi in cui gli antenati dei troglobi si sarebbero avventurati per sottrarsi alle vicissitudini climatiche del Pleistocene, ed in particolare alle glaciazioni ed ai periodi di siccità. Contrasta infatti con la ricchezza dei troglobi delle zone temperate una certa povertà faunistica delle grotte tropicali, dove ovviamente il fenomeno delle glaciazioni si è fatto sentire in misura ridotta. Questa interpretazione riassume in particolare le idee di due importanti autori, Jeannel (negli anni dal 1923 al 1956) e Vandel (1964).

  Jeannel, noto studioso francese di Coleotteri cavernicoli, pensava che i troglobi appartenessero a delle linee filogeneticamente antiche e molto specializzate, che avrebbero trovato rifugio nel sottosuolo nei periodi di maggiore siccità, quando non sarebbero potuti sopravvivere in superficie. Anche Vandel, in un noto trattato di biospeleologia, ha espresso l’opinione che i cavernicoli derivino da linee filetiche senescenti, incapaci di migrare o affrontare i cambiamenti climatici e pertanto costrette a rifugiarsi nel sottosuolo. I cavernicoli sarebbero, per questi autori, veri relitti di specie di superficie oggi scomparse, e sarebbero pertanto dei veri “fossili viventi” come recita il titolo di un noto libro di Jeannel. La qualifica di fossile vivente viene data ad una specie rimasta l’unica rappresentante di un gruppo animale ampiamente diffuso e diversificato nel passato, con distribuzione geografica attuale assai limitata.

  Le grotte sono, per il loro isolamento e per la storia peculiare delle loro comunità, dei veri e propri serbatoi di relitti e di fossili viventi. Naturalmente entrambe la categorie sono rappresentate da alcune specie troglobie: quelle per intenderci fortemente legate all’ambiente ipogeo, che nelle grotte sono rimaste a testimoniare la loro appartenenza a gruppi scomparsi in superficie. Come tutti i fossili viventi, anche quelli ipogei presentano allo studioso numerosi ed interessanti problemi filogenetici e paleozoogeografici. Non potendo elencare tutti i troglobi che soddisfano i requisiti di relitti o fossili viventi ci limitiamo ad un campione di alcuni tra i gruppi ritenuti più antichi.

  I Crostacei Batinellacei (forse anteriori al Giurassico), l’Archianellide Troglochaetus , alcuni Crostacei Arpacticoidi, certi Pesci affini ai Siluridi, i Grillacridi del genere Speleiacris (appartenenti ad un gruppo del Giurassico), alcuni Grilli della sottofamiglia Phalangopsinae, sono indubbiamente tra gli esempi più noti di fossili viventi. Non mancano casi di minore arcaicità ma assai interessanti, come la Marifugia cavatica, un Polichete coloniale di origine marina che popola alcune grotte dell’Erzegovina, o le numerosissime specie di Crostacei (Isopodi Cirolanidi, Sferomidi, Asellidi; Anfipodi; Misidacei) di origine marina (talvolta abissale) o lacustre. Tra i Decapodi, i generi europei Troglocaris e Spelaeocaris sono considerati relitti di una fauna del Terziario. Anche negli Aracnidi si hanno forme antiche: i Ragni Troglohyphantes e Stalita; gli Opilioni europei Travunia, Arbasus, il nordamericano Sclerobunus, gli Acari Rhagidia. Gli insetti presentano numerosissime specie relitte, ricordiamo semplicemente le blatte Spelaeoblatta, gli Ortotteri troglofili Dolichopoda, ed i numerosissimi generi di Coleotteri Trechini (Aphaenops, Sardaphaenops, Italaphaenops, Pheggomysetes ecc.) e Batiscini (Antroherpon, Hadesia, Leptodirus, Spelaeobates, Spenomus, Ovobathysciola ecc.) molti dei quali ultraspecializzati. Per i Vertebrati ed in particolare i Pesci, le forme relitte debbono cercarsi soprattutto tra i rappresentanti troglobi di varie famiglie (Synbranchidae, Bagriidae, Brotuliidae, Amblyopsidae ecc.) tutti altamente specializzati. Il Proteo (Proteus anguinus) ed altri Anfibi Urodeli come i generi nordamericani Thiphlotriton (famiglia Plethodontidae) rientrano tra i relitti, come pure le specie nostrane, troglofile, di Hydromantes presenti in Sardegna e nell’Appennino centro-settentrionale.

  Al modello di rifugio, Rouch e Danielopol hanno sostituito il modello della colonizzazione attiva, che propone uno scenario unico e generale per la colonizzazione del sottosuolo, indipendente dagli eventi climatici, e pone l’ambiente sotterraneo alla stessa stregua degli altri ambienti, togliendogli quelle caratteristiche di “ambiente speciale” e ”ostile”. Assistiamo a questo proposito a vere e proprie “radiazioni adattative” di alcuni taxa, che nel sottosuolo danno origine a vere e proprie esplosioni numeriche del numero di specie (teoria della zona adattativa di Stoch): si pensi alle centinaia di specie di Anfipodi del genere Niphargus, in confronto alle poche specie di Anfipodi di superficie che popolano le stesse aree geografiche. Accanto a radiazioni adattative nel sottosuolo volte ad occupare le nicchie libere, si assiste a ripetuti fenomeni di colonizzazione ed invasione del sottosuolo (teorie delle colonizzazioni multiple), tuttora in atto, da parte delle specie di superficie.

  

1.6  LA SPECIAZIONE DEI CAVERNICOLI

   Il problema dell’origine delle specie cavernicole è stato ed è tuttora di grande interesse ed attualità. Fondamentalmente tre sono le osservazioni su cui si basa la teoria di speciazione dei troglobi:

 

1.      un gran numero di specie troglobie sono da considerarsi relitti filogenetici (i loro parenti sono estinti) o biogeografici (i loro parenti sopravvivono solo in aree geografiche lontane);

2.      i troglobi sono molto più abbondanti nelle zone temperate che ai tropici,

3.      specie troglobie strettamente affini sono rintracciabili in sistemi di grotte diversi nella medesima regione geografica, suggerendo così l’ipotesi della discendenza da un comune antenato troglofilo che occupava le grotte della regione.

 

  E’ generalmente accettato che le grotte delle zone temperate sono servite da rifugio agli antenati dei troglobi in seguito alle vicissitudini climatiche del Pleistocene. Queste specie ancestrali erano in molti casi criofile e diffuse in biomi come la taiga, al confine con le aree continentali glacializzate. Esse si estinsero o si rifugiarono nelle grotte di aree marginali (per esempio in Europa, quelle circummediterranee) quando i ghiacci si ritirarono e il clima divenne più caldo e secco. L’influenza delle glaciazioni del Pleistocene sulla fauna cavernicola terrestre in Europa è stata documentata da Holdaus (1933).

  Alla fase di colonizzazione del dominio ipogeo segue la fase di speciazione; questa non è una conseguenza diretta ed obbligatoria.

  Come si è visto, a differenza dei troglobi, i troglofili sono cavernicoli facoltativi, in grado di vivere sia nelle grotte che all’esterno, purché in microhabitat sufficientemente umidi. Secondo lo zoogeografo De Lattin essi sono troglobi “in statu nascendi”. Tassonomicamente i troglofili non differiscono dagli individui delle rispettive specie epigee e non sono isolati nelle grotte, il che fa sorgere il problema di come si sia attuata la speciazione geografica (ovvero la formazione di due distinte specie per isolamento geografico di due poplazioni derivate dalla suddivisione di una sola grande popolazione originaria).

  Affinché la speciazione avvenga serve un isolamento del massiccio carsico con interruzione del flusso genico verso gli ambienti di superficie o i massicci carsici contigui. La presenza di numerosi troglofili e stigofili indica che tale processo avviene solo in alcuni casi. La speciazione nelle grotte è sempre “allopatrica”, dovuta cioè ad isolamento; non si hanno evidenze di eventi di speciazione di tipo diverso. Fortunatamente l’alta percentuale tra i troglobi di specie relitte fornisce un’indicazione importantissima che consente di individuare il probabile meccanismo di speciazione. Se in qualche momento del passato è avvenuta l’estinzione, per lo meno nella regione adiacente alle grotte, delle popolazioni delle specie epigee ancestrali e se i fattori guida hanno agito per un certo tempo fuori dalle caverne, le popolazioni ipogee avrebbero avuto la possibilità di rimanere isolate ecologicamente e geneticamente e quindi di adattarsi al nuovo regime di vita modificando opportunamente in senso adattativo al loro struttura genetica. Lo scambio genetico tra popolazioni di grotte diverse è possibile solo se ci sono passaggi o fessure attraverso cui possa aver luogo la dispersione dei cavernicoli.

  Le popolazioni ipogee recentemente isolatesi soddisfano tutti i presupposti per l’inizio di una rivoluzione genetica che accompagna solitamente la moltiplicazione delle specie. Schematicamente il processo può essere suddiviso in più stadi: inizialmente la specie troglofila (con popolazioni epigee ed ipogee) presenta elevati livelli di variabilità che si riduce ovviamente in seguito all’estinzione delle popolazioni epigee. La variabilità a disposizione delle specie è ora ridotta alla frazione presentata dalla popolazione cavernicola. Poiché la colonia ipogea è di modeste dimensioni, l’azione della “deriva genetica” ne diminuirà ulteriormente la variabilità. Se la colonia sopravvivrà a questi accidenti avrà luogo una riorganizzazione del genotipo che determinerà il maggior adattamento della popolazione all’ambiente ipogeo, con conseguente aumento della variabilità genetica.

Ora, le più cospicue modificazioni in senso regressivo dei troglobi sembra abbiano luogo durante la fase di ricostruzione del genotipo. Molte specie di cavernicoli sembrano essersi formate secondo il modello precedentemente descritto. Per le altre il processo appare simile, ma si è presumibilmente determinato in epoche ed in situazioni climatico-ambientali opposte, generalmente più antiche, tali da far confluire nelle grotte organismi poi divenuti relitti “termofili”, in contrasto con i relitti “glaciali” di cui si è parlato.

  Simili meccanismi di isolamento hanno determinato la speciazione dei cavernicoli acquatici, molti dei quali discendono da antenati marini.

L’isolamento porta come conseguenza la formazione di numerose specie endemiche, la cui distribuzione è cioè limitata ad una ristretta area geografica, spesso un solo massiccio carsico, talvolta una singola grotta (Forestiero e Sbordoni, 1978).

 

1.7 IL PARCO NATURALE REGIONALE DEI MONTI SIMBRUINI

1.7.1. Introduzione

  Nel Lazio esistono 54 aree protette, che coprono una superficie complessiva di 157.626 ettari, di cui 29.990 rappresentati dal Parco dei Monti Simbruini. I Monti Simbruini, con i vasti campi carsici che si aprono tra il verde dei pascoli di altitudine o nel cuore delle maestose faggete, sono il più importante sistema orografico del Lazio. Vi si trovano le aspre cime del Monte Tarino (1961 m) o del Monte Viglio (2156 m) accanto a numerose grotte ed inghiottitoi che consentono grandi infiltrazioni d’acqua piovana. Non a caso la gran ricchezza paesaggistica e di risorse dell’area era nota anche agli antichi romani che, mediante ardite opere di ingegneria idraulica, sfruttarono a fondo le risorse idriche: la stessa etimologia del nome del complesso vallivo principale, quello del Simbrivio, denota l’origine dal latino ‘sub imbribus’, che significa ‘sotto le piogge’. Il territorio del Parco era sede, sin dalla preistoria, di antiche vie di transumanza legate alle culture pastorali appenniniche. Uno dei centri di maggiore importanza del Parco è il Santuario della SS. Trinità a Vallepietra, meta tradizionale di antichi pellegrinaggi dal Lazio e dall’Abruzzo, sorge proprio nei pressi di una caverna dove sono rintracciabili i segni di antichi riti preromani.

  Il singolare intreccio tra natura e storia del Parco si percorre anche lungo la Valle dell'Aniene. Fu proprio qui che Nerone fece costruire una splendida dimora. Sbarrò il corso del fiume con tre dighe, che crollarono in seguito ad un terremoto che fece sparire i laghi artificiali e gran parte della villa neroniana. Alla fine del V secolo la valle dell’Aniene fu prescelta da San Benedetto. Dopo tre anni di eremitaggio in una grotta, sulla quale fu poi edificato il Sacro Speco, il giovane Benedetto fondò il suo primo monastero sui ruderi della villa di Nerone. Diede quindi vita a 12 monasteri, tutti lungo la valle: di questi rimane oggi quello di Santa Scolastica.

Istituzione del Parco: Il territorio del Parco comprende sette comuni: Trevi e Filettino lungo il tratto alto del bacino dell’Aniene, Vallepietra all’interno del bacino del Simbrivio, Jenne e Subiaco nel medio bacino dell’Aniene, Cervara di Roma e Camerata nuova verso il versante abruzzese. Tutti con una consistenza demografica piuttosto scarsa.

  L’atto ufficiale di nascita del Parco dei Monti Simbruini è datato 28 gennaio 1983, ma la sua “gestazione” inizia almeno tre anni prima. Più volte si dovette rimettere mano al testo originario del disegno di legge e fu solo nella seconda metà dell’82 che il progetto varcò la soglia  dell’aula consigliare regionale a La Pisana per essere approvato.

  Le popolazioni locali  inizialmente si mostrarono un po’ diffidenti e fu necessario intraprendere un lungo cammino di crescita comune che si concluse il 30 novembre del 1987, quando i consiglieri del Parco elessero il primo presidente del Consorzio, il professor G.Panimolle.

  Da quel momento, il Parco cominciò a muovere i primi passi, mentre la Regione Lazio, il 15 dicembre 1987, deliberava l’affidamento al C.N.R. della redazione del Piano d’Assetto: strumento indispensabile per definire un quadro esatto delle potenzialità del territorio. L’assemblea nell’Aprile del 1988 approvò lo Statuto, che divenne legge regionale il 10 ottobre 1988. Nel febbraio 1989 fu eletta la prima guida esecutiva presso il Comune di Jenne, che era stato scelto come sede provvisoria del Consorzio. Da allora la storia del Parco cammina di comune accordo con quella dei comuni che ne fanno parte e con quella della X Comunità Montana (Lollobrigida , 2003).

 

1.7.2          Geologia

  La storia geologica dei Monti Simbruini, come quella di gran parte della penisola italiana, è piuttosto complessa, ed è legata a fenomeni che si sono originati circa 200 milioni di anni fa e non si sono ancora definitivamente esauriti. I paesaggi così diversi che caratterizzano l’ambiente naturale del Parco non sono altro che l’espressione di tali vicissitudini e delle profonde differenze geologiche che, nel corso delle ere, hanno prodotto.

 

SCHEMA CINEMATICO STRUTTURALE DEI MONTI SIMBRUINI-ERNICI:

 Nel corso dell’ evento del Tortoniano (7,8 - 8,2 milioni di anni fa’), i depositi carbonatici Mesocenozoici degli attuali Monti Simbruini- Ernici vanno a costituire il fondale del bacino marino che si forma oer la flessurazione della litosfera originata dalla strutturazione dei Volsci. Le forme carsiche sviluppate nel corso del Mesozoico e del Langhiano- Serravalliano vengono seppellite forse completamente da depositi terrigeni marini.

Con il coinvolgimento in catena, nel Messiniano inferiore (6,4 - 6,8 milioni di anni fa) il massiccio emerge e per tutto il Pliocene e il Quaternario  e’ soggetto a sollevamento (Ambrosetti et al, 1987). Nel Pliocene inferiore sui carbonati riesumati si avviano i processi fluviali e carsici che modellano il rilievo, probabilmente limitati alla superficie. Alla fine del Pliocene Inf. e Sup. inizia la fase di più intenso sollevamento dell’ edificio carbonatico, come dimostra anche la posizione delle puddinghe poligeniche scaricate in ambiente marino durante il Pliocene Inferiore, di cui attualmente si rinvengono i lembi a quote di 1400 m nei Monti Simbruini e di 1900 m presso  Campo Catino nei Monti Ernici (Damiani, 1990). Le valli chiuse dei Monti Simbruini nord.orientali, i campi carsici dei Monti Simbruini centrali (Camposecco, Campo Buffone, Campaegli) e le depressioni di alta quota dei Monti Ernici, rappresentano presumibilmente paleomorfologie di antiche valli fluviali, disattivate dallo sviluppo del carsismo ipogeo (Segre, 1948).

La gran parte delle grotte “epigeniche” conosciute sui Monti Simbruini-Ernici deve essersi originata contemporaneamente o successivamente alla fase di un forte sollevamento, cioè negli ultimi tre milioni di anni. In questo periodo la progressiva migrazione verso N-E del sistema di fagliazione estensionale attraverso l‘edificio contrazionale ha già raggiunto la valle Latina e i M. Simbruin-Ernici (Mecchia G. et al, 2003).

Nel Quaternario, a scala planetaria, il clima e’ soggetto a cicliche fasi fredde. Nell’ Appennino Centrale sono state riconosiute tracce di almeno tre fasi glaciali Wurmiane. L’ ultimo massimo glaciale dovrebbe risalire a circa 21-18 mila anni fa (Federici, 1979); il ritiro glaciale avviene nel corso di più fasi che si protraggono fino a circa 12 mila anni fa’ (Giraudi, 1998). Tracce di questi eventi sono segnalate in varie localita’ dei M. Simbruini (Alta Valle dell’ Aniene) ed Ernici (Monte Viglio, Campo Catino, Pizzo Deta).

 

 

1.7.3          Inquadramento geografico e morfologico

  La catena simbruino-ernica è costituita da una potente dorsale carbonatica, lunga circa 60 Km che si estende da Carsoli a Sora.

  Il territorio del Parco, che occupa circa 35000 ettari di questa catena montuosa, è allungato in senso appenninico e confina a nord con la regione Abruzzo, comprendendo parte della province di Roma e Frosinone. I confini naturali sono per buona parte costituiti a Nord dal Fosso Fioio, che segna anche il limite regionale e a Sud dal medio-alto corso dell’Aniene, mentre ad Oriente sono segnati dallo spartiacque M.Viperella-M.Viglio-M.Crepacuore. Il limite occidentale può essere individuato, in termini generali, dagli abitati di Cervara di Roma e Subiaco. La morfologia del territorio è caratterizzata da notevoli variazioni altitudinali (dai 384 metri di Ponte S.Mauro ai 1853 di M.Autore, i 1959 di M.Tarino. i 2014 di M.Cotento ed i 2156 di Monte Viglio). La natura calcarea del territorio con alterazioni dovute al carsismo, determina forme spettacolari e caratteristiche, con ripide pareti, cime elevate, valli grandiose che talvolta divengono anguste e incise. Dal punto di vista paesaggistico i prati d’altura presenti nei Simbruini possono essere considerati tra i più suggestivi e tra quelli che meglio evidenziano i fenomeni dell’erosione carsica superficiale all’interno dell’Appennino. In quelle zone confluiscono e vengono assorbite notevoli quantità d’acqua: insieme a doline ed inghiottitoi sono l’ingresso dell’acqua verso il cuore delle montagne, inizio dei lunghi e tortuosi percorsi sotterranei che conducono infine alle sorgenti. Tra i più interessanti si segnalano i piani carsici di Camposecco, Campo della Pietra, Campaegli, Campobuffone, Fondi e Ceraso.

  Le evidenti morfologie superficiali non trovano riscontro in un altrettanto importante sistema conosciuto di grotte: il territorio , risulta infatti poco noto dal punto di vista speleologico, nonostante sia stata accertata la presenza di cavità sotterranee censite nel catasto delle grotte della Regione (in via di ampliamento ad opera di gruppi speleologici che attualmente stanno operando nel territorio). Esiste teoricamente la possibilità che all’interno del Parco si sviluppino sistemi sotterranei fra i maggiori d’Italia e sicuramente del Lazio. Basti pensare alla Risorgenza dell’Inferniglio (Jenne, 512 m s.l.m.) che drena le acque della zona di Campo dell’Osso – Monte Livata ed è stata esplorata attualmente per 2500 m risalendo il corso di un fiume sotterraneo che dimostra l’esistenza di un ignoto grande collettore di base alimentato probabilmente da un complesso reticolo sotterraneo sviluppato per decine di chilometri (Lollobrigida 2003).

 

1.7.4          Condizioni climatiche

  Il clima del sistema territoriale dei Monti Simbruini risente della particolare collocazione geografica del massiccio che costituisce una barriera trasversale ai venti occidentali provenienti dal Tirreno e apportatori di perturbazioni atmosferiche.

  Le temperature medie annue sono comprese tra i 13°C delle zone più basse e i 9°C registrati alle altitudini maggiori. Le temperature minime assolute scendono ampiamente al di sotto dello zero (tra -19 e -9°C) mentre piuttosto elevate sono le temperature massime assolute (da 31 a 39°C) il cui andamento è in ottima concordanza con quello altitudinale, per cui tutto il territorio è caratterizzato da un’escursione termica di notevole ampiezza.

  Le precipitazioni sono di notevole entità, comprese tra i 1217 mm registrati a Subiaco ed i 1749 mm alle sorgenti di Carpineto. Questo giustifica anche la presenza di un ricco patrimonio boschivo in tutta la zona. La lettura contemporanea di tutti gli indici climatici pone il territorio nella fascia umida dove è dominante la vegetazione forestale.

  Le stazioni dei Simbruini ricadono nel piano mediterraneo umido alcune oltre il limite superiore, verso climi ad oceanicità sempre più accentuata (ad esempio alle sorgenti del Carpineto), caratterizzate inoltre secondo la tendenze verso i climi umidi e freddi.

  Un’indicazione importante deriva dall’indice relativo alla capacità erosiva del clima. Tutte la stazioni presentano valori da elevati a molto elevati  i quali possono contribuire a spiegare la “vulnerabilità” di queste zone nei confronti dei fenomeni di dissesto idrogeologico e sollecitano quindi una particolare attenzione a riguardo (Lollobrigida, 2003).

 

1.7.5           Idrogeologia

E’ sicuramente l’acqua la protagonista dei Monti Simbruini: il nome stesso, che deriva dal latino sub-imbrivius, sotto le piogge rende facilmente ituibili le condizioni climatiche dell’area.

  L’alta Valle dell’Aniene è sempre stata una zona donatrice di acqua, e già gli antichi romani a varie riprese prelevarono l’acqua per mezzo di imponenti acquedotti: Marcio, Claudio ed Anio Novus.

  Le abbondantissime piogge e le nevi, unitamente all’ambiente carsico, hanno creato le condizioni per un sistema di sorgenti pedemontane da cui tutt’oggi viene prelevata acqua potabile usata per dissetare parte dell’area urbana di Roma, quella dei Colli Albani e molti comuni ubicati nell’alta Valle del Sacco.

  Il territorio del Parco si estende pressoché del Parco si estende pressochè totalmente su depositi carbonatici di età mesozoica, costituiti da rocce calcaree e dolomitiche che formano l’ossatura dei rilievi montuosi. La  storia geologica dell’area ha prodotto un’intensa fessurazione nelle rocce, conferendo loro un’elevata permeabilità cui si aggiunge il notevole sviluppo del carsismo. La circolazione sotterranea del massiccio dei Simbruini avviene prevalentemente attraverso i sistemi di fratture e del sistema carsico ( nel nostro caso ancora poco conosciuto. Quest’ultimo rende la circolazione in numerosi settori estremamente veloce; i brevi tempi di permanenza rendono così impossibile l’autodepurazione delle acque nei confronti degli elementi inquinanti eventualmente immessi nel sistema di circolazione. Questa situazione rende pertanto necessaria una tutela generalizzata delle aree caratterizzate dai più elevati valori di infiltrazione.

  Per quanto detto in precedenza sulla dinamica idrica in ambiente carsico il regime di portata delle sorgenti varia notevolmente: alcune hanno regimi regolati con variazioni di flusso limitate, altre sono invece caratterizzate da forti sbalzi. Questa diversità di comportamento è certamente riferibile al diverso grado di sviluppo del carsismo che ha interessati i bacini di alimentazione delle singole emergenze. La variabilità di portata, quindi, è particolarmente marcata nelle sorgenti cui fa capo un reticolo di fessure collegate a condotti carsici molto evoluti (dei quali solo talvolta è nota l’esistenza) capaci di canalizzare il flusso sotterraneo verso la sorgente, con tempi di residenza delle acque nel sottosuolo anche de brevissima durata.

  Per quanto riguarda la circolazione sotterranea i principali punti di drenaggio sono localizzati alla periferia del rilievo cioè al margine Nord-Occidentale ed Orientale (gruppo delle sorgenti di Agosta, dell’alto Aniene tra Jenne e Subiaco e dell’alta Val Roveto) ed a quello sud-orientale (sorgenti del Gari, del Peccia e di Capodacqua presso Cassino).

  Tuttavia per i Simbruini manca ancora uno schema generale di circolazione sotterranea ben definito: mentre è nota la localizzazione delle principali emergenze nel territorio del Parco, mancano per esse dati quantitativi attendibili sulla dinamica del flusso delle acque sotterranee che le alimentano, ed informazioni sui tempi di residenza e sulle dinamiche di trasporto delle sostanze inquinanti. Infatti non sono ancora definibili con sufficiente dettaglio le aree di alimentazione relative alle emergenze presenti all’interno del territorio del parco (Lollobrigida, 2003).

 

1.8  IL FENOMENO CARSICO

  Il concetto di “paesaggio carsico” viene spesso contrapposto a quello di “paesaggio fluviale” e ciò perché una delle caratteristiche peculiari di un’area carsica è proprio l’assenza di un reticolo idrografico superficiale ben impostato. Il processo carsico è infatti quell’insieme di fenomeni prevalentemente chimici che portano alla dissoluzione delle rocce carbonatiche (calcari, dolomie), alla formazione di cavità superficiali (doline) o sotterranee (grotte, abissi), alla creazione di un reticolo idrico sotterraneo e ad un particolare modellamento delle rocce affioranti  (carsismo superficiale).

  Le acque meteoriche esercitano, accanto ad un’azione meccanica, anche un’azione chimica: esse sono capaci di provocare, in determinate condizioni climatiche, la dissoluzione di alcune rocce; l’esempio più tipico di tale azione si osserva sui calcari delle zone temperate: il fenomeno carsico. La maggior parte delle rocce affioranti dei Monti Simbruini è costituita da calcari, rocce composte prevalentemente da carbonato da calcio (Ca CO3). In realtà le rocce calcaree possono essere disciolte dalle acque solo quando queste ultime sono, sia pur leggermente, acide: in tal caso il carbonato di calcio, normalmente insolubile, viene trasformato in bicarbonato di calcio,Ca(HCO3)2 , che viene asportato in soluzione. Le acque piovane riescono quasi sempre a caricarsi di una sia pur piccola quantità di anidride carbonica, che prendono dall’atmosfera, e diventano così acidule.

H2O  +  CO2    =>  H2CO3

 

La soluzione o precipitazione del carbonato di calcio è quindi legata agli equilibri fondamentali dell’anidride carbonica nelle acque.

 

CO2  +  H2O  +CaCO2  =>  Ca (HCO3)2

 

La quantità di anidride carbonica presente nell’acqua determina il senso della reazione: una sua maggiore disponibilità aumenta l’aggressività della soluzione acquosa provocando la soluzione di altro carbonato di calcio, viceversa una sua diminuzione provoca la precipitazione del carbonato. Va osservato che il tenore di anidride carbonica delle acque circolanti nel terreno (a causa dell’intensa attività biologica) è superiore a quello corrispondente all’equilibrio con la libera atmosfera. In esse è quindi presente una quantità di bicarbonato di calcio maggiore di quella che può contenere l’acqua superficiale in equilibrio con l’atmosfera.

  Pertanto, quando le acque circolanti vengono all’aperto sotto forma di sorgenti, si ha precipitazione di carbonato di calcio facilitata anche da fattori naturali quali evaporazione, variazioni di temperatura, polverizzazione dell’acqua per cascate o piccoli salti. Nascono così rocce tipiche fra le quali possiamo ricordare il travertino (roccia compatta contenente resti vegetali),stalattiti e stalagmiti (derivate da gocciolamenti di acque in ambienti sotterranei).

  Il termine “processo carsico” si riferisce - nell’ortodossia del termine – alla sola reazione chimica che interessa il carbonato di calcio e, di conseguenza, ai soli calcari puri. Oggi il termine è stato di fatto ampliato e si accetta per fenomeno carsico tutto ciò che si riferisce all’attività corrosiva a carico dei carbonati (quindi calcari, dolomie), ma anche dei gessi (solfato di calcio) e di ogni altra roccia solubilizzabile (salgemma, quarzite).

  La reazione sopra descritta è la principale protagonista dello sviluppo del fenomeno carsico, ma non è certamente la sola e molte sono le variabili che entrano in gioco: esse vanno dalle caratteristiche delle rocce presenti alle condizioni della copertura vegetale, dal clima di un territorio ad una serie di meccanismi che accompagnano la reazione chimica principale.

  Partendo dai litotipi basti pensare che non tutti i calcari sono puri ed anzi sono sempre presenti, oltre alla calcite (carbonato di calcio), piccole percentuali di minerali diversi, in particolare la dolomite (carbonato doppio di calcio e magnesio), a formare così dei termini di passaggio fra calcari e dolomie. Anche in queste rocce si può sviluppare il fenomeno carsico, anzi è assodato che la presenza di una piccola percentuale di magnesio lo favorisce.

  Se quindi sappiamo che le acque ricche di anidride carbonica possono “sciogliere” le rocce carbonatiche, più difficile è stabilire l’ordine di grandezza di questo fenomeno. Bisogna innanzitutto tenere conto delle condizioni climatiche ed in particolare della piovosità della zona, dato che l’acqua è la componente fondamentale della reazione. Sperimentalmente è stata misurata la quantità di massa che viene asportata (tasso di ablazione) in un certo lasso di tempo, ricordando che la corrosione carsica avviene sia in superficie che, e soprattutto, nel sottosuolo. I valori che vengono forniti non si riferiscono quindi all’asportazione di carbonati superficiali e dunque non corrispondono ad un semplice “abbassamento” della superficie topografica, ma al totale della massa rocciosa che viene “sciolta”, comprendendo quindi anche quella in profondità. Per piovosità medie di circa 1000-1500 mm/anno si possono ipotizzare, per la fascia mediterranea, tassi di ablazione medi di circa 50-100 mm/1000 anni, mentre per le zone alpine vengono proposti valori leggermente superiori. Si tratta di un valore molto significativo; nei gessi, poi, questo valore si decuplica.

  Esaminando la reazione classica è chiaro che ciò che gioca un ruolo fondamentale è la presenza di anidride carbonica, che rende le acque aggressive nei confronti dei carbonati. L’anidride carbonica è presente nell’atmosfera, ma la sua quantità può notevolmente aumentare nel suolo in funzione della copertura vegetale; la sua solubilità, inoltre, è maggiore in acque fredde piuttosto che in quelle calde. Ciò comporta che, a parità di altre condizioni, le acque fredde sono più aggressive di quelle calde ma, d’altro canto, nei climi caldi ed umidi la produzione di anidride carbonica legata ai processi di decomposizione dei residui vegetali è notevole ed è per questa ragione che, pur essendo le acque più calde, queste condizioni favoriscono un più marcato fenomeno carsico. L’eventuale presenza di acidi forti favorisce lo sviluppo dell’attività corrosiva delle acque, con presenza di quelli che vengono definiti “fenomeni ipercarsici”. Questi acidi forti possono essere presenti nell’ambiente esterno o, più comunemente, nelle rocce stesse: ad esempio H2SO4 che può essere legato alle reazioni di ossidazione della pirite o di H2S di origine profonda. Il passaggio dell’acqua può dunque generare diverse forme carsiche di cui le principali sono:

 

·        Forme carsiche superficiali: Possono essere di dimensioni molto varie; le più note sono i campi solcati, doline, vaschette.

·        Cavità assorbenti:  L’acqua raggiunge il sottosuolo attraverso le minuscole fratture della roccia ma anche attraverso veri e propri pozzi naturali. Essi risultano fortemente modellati dall’azione dell’acqua che li percorre, formando prima una sezione circolare, quando scorre in pressione ed occupa l’intera luce del pozzo stesso, ed approfondendone poi una parte quando la portata diminuisce e l’acqua viene ad agire solo su una parete.

·        Depositi di crollo: Alla base di grandi pozzi, ma anche in aree di intensa fratturazione, si possono formare grandi accumuli di materiale di crollo. Questo fenomeno porta a volte alla creazione di ampie sale nei sistemi carsici sotterranei.

·        Fiumi sotterranei: Interi tratti di cavità possono essere percorsi da corsi d’acqua dalla portata cospicua. Spesso le pareti portano le tracce dell’evoluzione del regime idrico sia nella forma della sezione che per la presenza di particolari forme di escavazione sulle pareti.

·        Condotte forzate, sifone: Le parti più basse dei sistemi carsici sono caratterizzate dalla presenza di gallerie completamente allagate. Tratti completamente allagati (sifoni) si possono incontrare - legati alla morfologia dell’area – anche nelle zone in cui generalmente lo scorrimento delle acque avviene a pelo libero.

 

  Non abbiamo ancora esaminato come le acque meteoriche possono “entrare” nelle compagini rocciose carbonatiche. Le acque piovane, che si arricchiscono di anidride carbonica nell’atmosfera e nel suolo, raggiungono la superficie rocciosa e sono già aggressive. Possono esplicare la loro attività di corrosione quando si raccolgono lungo linee di discontinuità, che costituiscono le direttrici preferenziali di scorrimento delle acque superficiali, ed iniziano a “scavare” la roccia infiltrandosi verso l’interno. L’acqua contemporaneamente però si “satura” di carbonato di calcio e non può, oltre un certo limite, proseguire nell’attività corrosiva : saranno altre acque ad ampliare ancora le fratture presenti. I processi carsici interessano pertanto in un primo momento la superficie esterna e quindi le zone di debolezza della massa rocciosa (piani di fratturazione e piani di stratificazione) in cui l’acqua può penetrare. Tenderà così ad individuarsi un insieme di forme distribuite sia in senso orizzontale sia in senso verticale.

  Possiamo quindi ricostruire gli elementi fisici che devono essere presenti per avviare il processo carsico:

 

1.      roccia carbonatica con presenza di discontinuità (fratture, diaclasi, faglie, ecc.)

2.      presenza di acque con anidride carbonica disciolta

3.      differenze di quota che permettano il movimento delle acque.

 

 Il primo punto necessita di un ulteriore approfondimento: la presenza di discontinuità è la naturale conseguenza dei fenomeni deformativi cui le rocce sono state sottoposte nella loro storia geologica. Le compagini rocciose risultano così interessate da numerose fratture, nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di discontinuità di pochi micron, spesso non distinguibili in superficie perché alterate dal modellamento ma sufficienti per permettere alle acque di scendere in profondità.

  Sino ad ora ci si è riferiti, nell’esaminare la speleogenesi, cioè l’insieme dei processi che portano alla formazione delle cavità carsiche, al ruolo fondamentale svolto dall’attività di corrosione chimica. Se questa è fondamentale nella prima fase speleogenetica, quando cioè si formano i primi condotti sotterranei, man mano che le loro dimensioni si incrementano entra in gioco l’attività erosiva, quindi prettamente meccanica, svolta dai granuli più resistenti che la reazione chimica ha liberato dalla matrice carbonatica (comunemente si tratta di frammenti di selce, quarzo o di minerali ferrosi) e che l’acqua, nel suo moto spesso vorticoso, “sbatte” contro la roccia con una azione che potremmo definire di “smeriglio”.

  Quando il processo di ampliamento dei condotti carsici progredisce, entrano in gioco fenomeni di crollo che favoriscono, ad esempio, la formazione di grandi sale in punti in cui la fratturazione della compagine rocciosa è particolarmente intensa, spesso all’incrocio di linee di origine tettonica.

  Le forme carsiche superficiali (epigee) più caratteristiche sono le doline, depressioni circolari chiuse, talvolta provviste di un inghiottitoio che raccoglie le acque meteoriche e le convoglia nelle cavità sotterranee. Nell’evoluzione di una dolina si osserva, col procedere della dissoluzione della roccia, un progressivo allargamento; ciò è da mettere in relazione anche con la presenza di terra rossa che, essendo argillosa, in parte rallenta l’infiltrazione dell’acqua nel sottosuolo e ne favorisce invece l’azione erosiva sui fianchi della depressione, la quale perciò tende ad assumere una forma a scodella. Genericamente, in base alla forma del fondo, sono distinguibili tre tipi di doline: piatto, a ciotola o ad imbuto. In superficie poi, sulle rocce, si osserva l’effetto della dissoluzione la formazione di docce, solchi e scanalature.

  Se esaminiamo una sezione verticale ideale di territorio carsico già evoluto, essa può essere suddivisa in una fascia affiorante, nella quale sono presenti tutte le morfologie superficiali e priva di scorrimento idrico perenne, e la sezione immediatamente sottostante che presenta una serie di pozzi e gallerie di origine carsica, ma nelle quali l’acqua è presente solo sporadicamente in occasione delle piogge.

  Scendendo ancora (zona vadosa), troveremo sistemi carsici percorsi dall’acqua mentre, al di sotto, in corrispondenza di quello che viene definito livello di base delle acque (superficie piezometrica), tutti i vuoti della roccia sono riempiti d’acqua (zona satura o freatica).

   L’azione modellatrice sviluppata dalle acque in un sottosuolo carsico porta alla genesi di forme che vengono comunemente suddivise in condotti carsici e forme parietali.

  I condotti carsici si creano per l’attività chimica dell’acqua lungo le discontinuità: all’inizio del processo speleogenetico avremo condotti a pressione in cui tutta la sezione è occupata dall’acqua e che, successivamente, possono evolvere verso condotti vadosi nei quali si ha scorrimento idrico a pelo libero, con conseguente incremento del ruolo dell’azione meccanica dell’acqua. I pozzi (a sviluppo verticale) sono forme legate invece alla percolazione. L’attività dell’acqua si esplica anche nel modellamento delle pareti dei condotti carsici, ad esempio con forme note con il termine “scallops”.

  I sistemi carsici sotterranei risultano così dal sommarsi di gallerie e pozzi, a volte percorsi dall’acqua (attivi) o che da questa sono stati abbandonati (fossili). Questi due termini appaiono comunque impropri e spesso uno stesso sistema presenta parti non attive e parti attive, oppure si possono avere settori attivi in caso di piogge intense che non lo sono nel regime idrico normale. Un aspetto particolare del processo speleogenetico in aree carsiche è quello legato alla presenza di fluidi idrotermali, che hanno un forte potere corrosivo, favorendo la formazione di ampie sale spesso non condizionate nel loro sviluppo dalla presenza di fratture.

  La speleogenesi richiede comunque tempi lunghi: in ambiente carsico, da centinaia di migliaia  a milioni di anni. L’evoluzione però può essere più rapida se intervengono fattori ipercarsici o termali; ancora più rapida è l’erosione a carico dei depositi gessosi (grotte dell’Appennino Emiliano-Romagnolo).

  Il territorio del Parco è caratterizzato da evidenti morfologie carsiche superficiali. I piani, che spesso troviamo (Camposecco, Campaegli, Fondi e Ceraso) non sono altro che depressioni carsiche chiuse molto grandi a fondo pianeggiante e versanti relativamente ripidi; l’acqua piovana che si raccoglie defluisce in profondità per mezzo di inghiottitoi.