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CAPITOLO 4

- DISCUSSIONE e CONCLUSIONI -

4.1 VALORE E SIGNIFICATO BIOGEOGRAFICO DELLA FAUNA CAVERNICOLA DEI MONTI SIMBRUINI

 

Il campionamento è stato svolto nell’arco di due anni (a partire dall’estate del 2002) in 30 cavità dell’Appennino centrale. In ogni cavità sono stati fatti rilevamenti mediamente due volte, specialmente nelle grotte in cui sono state utilizzate le trappole (G.degliu Zappu, G.dell’Arco di Bellegra, P.Cornetto, Il Sogno, G.dell’Inferniglio).

 

I risultati più salienti emersi da questo lavoro sono i seguenti:

 

 

1.      E’ STATA AMPLIATA LA CONOSCENZA BIOSPELEOLOGICA DELLE CAVITA’ DELL’APPENNINO CENTRALE, IN PARTICOLARE DELLA FAUNA DI MOLTE GROTTE COMPRESE NELL’AREA DEL PARCO DEI MONTI SIMBRUINI

 

Sono state infatti studiate da un punto di vista faunistico 30 cavità dell’Appennino Centrale. Di queste 24 incluse nel territorio del Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini. Molte di queste cavità 24 in totale non erano mai state studiate in precedenza.

Un quadro preliminare della fauna rinvenuta è riportato nella seguente tabella.

 

 

N° TOT. Campioni

N° Specie

N° Campioni determinati

Gasteropodi

14

2

4

Oligocheti

9

?

0

Isopodi

18

5

8

Anfipodi

9

2

9

Acari

5

?

0

Scorpioni

1

1

0

Pseudoscorpioni

2

?

0

Opilioni

9

2

4

Ragni

49

20

45

Chilopodi

15

13

15

Diplopodi

25

11

17

Collemboli

7

2

2

Ortotteri

22

3

22

Tricotteri

5

2

2

Lepidotteri

15

4

14

Ditteri

21

2

2

Coleotteri

48

21

38

Altri invertebrati

5

?

0

Chirotteri

10

6

9

Altri vertebrati

10

7

10

 

Si può notare come gran parte del materiale raccolto non è ad oggi stato determinato. Questo materiale è ancora in analisi da specialisti e se ne attendono le determinazioni delle specie.

 

2.      E’ STATO CALCOLATO L’INDICE DI SPECIALIZZAZIONE SPECIALIZZAZIONE DELLA FAUNA CAVERNICOLA DEI MONTI SIMBRUINI E LO SI E’ PARAGONATO CON QUELLO DEI VOLSCI, UTILIZZANDO COME TERMINE DI PARAGONE LA FAUNA DEI MONTI LEPINI

 

Nonostante la determinazione da parte degli Specialisti di molto del materiale raccolto non sia ancora completa, è comunque evidente, da quadro preliminare, che la fauna cavernicola troglobia dei Monti Simbruini è meno ricca di specie di quella del complesso montuoso dei Volsci (Lepini, Ausoni, Aurunci).

L’analisi è stata svolta confrontando quantitativamente la fauna troglobia ed eutroglofila dei Monti Simbruini con quella dei Monti Lepini, il complesso meglio conosciuto dal punto di vista biospeleologico.

Per fare questo è stato necessario calcolare per entrambi i complessi montuosi, l’Indice di Specializzazione, (Sbordoni et al. 1977), (Indice di cui si è parlato nel paragrafo 1.3.5 di questa tesi).

I dati riguardanti il popolamento cavernicolo dei Monti Lepini sono stati tratti da un lavoro di  Leonardo Latella (1991), secondo il quale, nelle cavità del comprensorio dei Monti Lepini sono presenti il 45% dei taxa cavernicoli conosciuti per tutto l’Appennino Centrale.

 

Seguono due tabelle nelle quali sono riportate le specie considerate per il calcolo dell’Indice di Specializzazione, con le  interpretazioni ecologiche e le eventuali endemicità delle specie considerate.

 

MONTI LEPINI

SPECIE ECOLOGIA DISTRIBUZIONE
Oxychilus draparnaudi (Beck, 1837) Eutroglofila Euro-mediterranea
Porrhomma convexum (Westring,1851) Eutroglofila Endemica italiana
Nesticus eremita (Simon,1879) Eutroglofila Nord-mediterranea
Nesticus sbordonii (Brignoli, 1989) Troglobia Endemica della località tipica
Neobisium (Ommatoblothrus) patrizii patrizii (Beier, 1953) Troglobia

Endemica del Preappennino laziale-campano

Neobisium (Ommatoblothrus) patrizii romanum(Mahnert, 1980) Troglobia Endemica dei Monti Lepini
Trogulus coriziformis (C.L.Koch, 1839) Eutroglofila Nord-mediterranea occidentale
Ischyropsalis adamii (Canestrini, 1873) Eutroglofila Italia tirreno-appenninica
Ixodes vespertilionis (C.L.Koch,1844) Troglobia Europa-Asia-Africa
Niphargus longicaudatus (Costa, 1853) Troglobia Pianura Padana e Appennino centro-meridionale
Niphargus patrizii (Ruffo e Vigna Taglianti, 1968) Troglobia

Endemica del Preappennino laziale-campano

Trichoniscus callorii (Brian, 1954) Troglobia Endemica del Lazio
Callipus sorrentinus (Verhoeff, 1910) Eutroglofila Italia centro-meridionale, Sardegna e Corsica
Dolichopoda geniculata (Costa, 1860) Eutroglofila Italia centro-meridionale
Grillomorpha dalmatina (Ocskay, 1832) Eutroglofila Circum-mediterranea
Duvalius lepinensis (Cerruti, 1950) Troglobia Endemica dei Monti Lepini
Duvalius cerrutii (Sbordoni e Di Domenico, 1967) Troglobia Endemico dei Monti Lepini
Laemostenus (Actenipus) latialis (Leoni, 1907) Eutroglofila

Appennino centro-settentrionale

Batrisodes oculatus (Aubè, 1833) Eutroglofila

Europa meridionale, Italia e isole

Bathysciola delayi (Latella e Rampini, 1995) Troglobia Endemica del versante occidentale dei Monti Lepini
Bathysciola sisernica (Cerruti e Patrizi, 1952) Troglobia

Endemica del Monte Siserno (Monti Lepini)

 

MONTI SIMBRUINI

SPECIE ECOLOGIA

DISTRIBUZIONE

Oxychilus cellarius Eutroglofila  
Androniscus (Dentigeroniscus) dentiger (Verhoeff, 1908) Eutroglofila  
Trichoniscus matulici Eutroglofila  
Niphargus longicaudatus (Costa, 1853) Troglobia

Pianura Padana e Appennino centro-meridionale

Pseudoscorpioni Troglobia  
Ischyropsalis adamii (Canestrini, 1873) Eutroglofila Italia tirreno-appenninica
Trogulus sp. Eutroglofila  
Nesticus eremita (Simon,1879) Eutroglofila

Nord-mediterranea

Lithobius pasquinii (Matic,1967) Eutroglofila  
Callipus foetidissimus (Verhoeff, 1910) Eutroglofila  
Dolichopoda geniculata (Costa, 1860) Eutroglofila Italia centro-meridionale
Grillomorpha dalmatina (Ocskay, 1832) Eutroglofila Circum-mediterranea
Petaloptila andreinii Eutroglofila Appennino centro-settentrionale
Laemostenus (Actenipus) latialis (Leoni, 1907) Eutroglofila  
Duvalius franchetti (Luigioni, 1926) Troglobia Endemica dei Monti Simbruini-Ernici
Otiorhynchus (Lixorhynchus)n.sp.pr.O(L.)gianquintoi(F.Solari, 1932) Troglobia Endemica della località tipica

 

In queste valutazioni, non sono statI inclusI tra gli eutroglofili ragni come Meta menardi o M.merianae poiché queste specie hanno dstribuzione paleartica.

Nonostante siano prevalentemente confinate nelle grotte, le poplazioni di questi ragni sono soggette a notevole flusso genico poiché i giovani, come quelli di molti altri ragni, sono dotati del “filo di S.Maria” e si disperdono attraverso il plancton aereo.

Lo stesso si potrebbe dire di Nesticus eremita, ma quest’ultimo presenta caratteristiche tipiche dell’adattamento all’ambiente cavernocolo (depigmentazione, occhi ridotti, ecc.) che lo fanno ritenere un eutroglofilo.

Il numero di troglobi dei Monti Simbruini considerati, comprende una specie indeterminata di pseudoscorpioni che mostra una apparente facies troglobia.

Dall’osservazione delle precedenti tabelle si vede come nei Monti Lepini  le specie endemiche sono in numero maggiore e con aree di endemicità più ristrette, questo rispecchia una maggiora specificità della fauna cavernicola di questa area rispetto a quella dei Monti Simbruini.

Lo stesso si osserva paragonando il rapporto tra specie troglobie e specie eucavernicole, calcolando quindi l’Indice di Specializzazione.

 

 

NUMERO
EUTROGLOFILI

NUMERO
TROGLOBI

NUMERO TOTALE
EUCAVERNICOLI

INDICE DI
SPECIALIZZAZIONE

MONTI
LEPINI

11 10 21

0,48

MONTI
SIMBRUINI
12 4 16

0,25

 

 

Da questa tabella si vede con chiarezza che l’Indice di Specializzazione della fauna dei Monti Lepini è significativamente più alto di quello dei Monti Simbruini.

Un esempio tipico della maggiore specializzazione della fauna del complesso dei Volsci è la diversificazione in specie del genere Duvalius del suddetto complesso, paragonata con quella dei Monti Simbruini. Infatti, mentre sui Volsci sono presenti più specie diverse, sui Simbruini è nota l’unica specie D.franchettii.

Inoltre le specie endemiche presenti nei Monti Lepini sono molto più numerose di quelle rinvenute sui Monti Simbruini.

Il divereso tipo di popolamento cavernicolo presente nei due complessi montuosi potrebbe essere dovuto a due differenti motivi, probabilmente cooperanti:

 

1)     Le cinematiche geologiciche dell’Italia centrale.

 

La catena montuosa dei Volsci è emersa precedentemente (8 milioni di anni fa) a quella dei Monti Simbruini (6.5 milioni di anni fa) (Cipollari e Cosentino, 1995), come si vede nella figura alla pagina seguente (tratta da Mecchia G., Mecchia M., Piro e Barbati, 2003). Questo potrebbe aver favorito il processo di adattamento alla vita cavernicola in un arco di tempo maggiore, con il raggiungimento di più elevati livelli di specializzazione troglobia. Secondo questa teoria la fauna cavernicola dei Monti Simbruini si troverebbe ad uno stadio evolutivo più arretrato.

 

2)     Le differenti condizioni climatiche.

 

 Nell’area dei Volsci infatti si trovano carsi scoperti con clima mediterraneo il che rende più facile la perdita di contatti della fauna igrofila, tipica dell’ambiente cavernicolo, con l’esterno, favorendo la separazione allopatrica e di conseguenza la speciazione tra popolazioni cavernicole e popolazioni epigeee.

Si può notare comunque che su scala locale, ed in presenza di forti pressioni selettive, la linea teorica tra divergenza allopatrica e parapatrica può essere molto sottile. Quindi, l’importanza relativa del sistema genetico, deriva, e selezione nel promuovere la divergenza tra gruppi di geni potrebbe avere effetto sia sul totale sia sulla percentuale dei cambiamenti evolutivi in un’ampia gamma di situazioni – dalle grotte tropicali a quelle temperate, dai tubi di lava ai sistemi carsici, dalle isole ai continenti (Sbordoni, Allegrucci e Cesaroni, 2000).

 

 

3.      SONO STATE RINVENUTE NUOVE ENTITA’

 

Nelle cavità studiate sono state rinvenute anche nuove entità non ancora descritte, come il Coleottero Curculionide Otiorhynchus (Lixorhynchus) rinvenuto nella Grotta Mercoledì (1237La), simile al O.gianquintoi (F.Solari, 1936), ma dal quale, secondo G.Osella, si differenzia agevolmente per diversi caratteri.

Un altro esemplare interessante è un Ragno della Risorgenza Inferiore di Pietrasecca (o Vena Cionca) (33A). Si tratta infatti di un Centromerus che è stato considerato, da P.Pantini, simile al C.puddui (Specie nota solo in una grotta sarda). Questo esemplare dovrebbe essere confrontato con il materiale sardo che si trova a Verona per verificare che non si tratti dell’altra specie affine a puddui, C.cinctus, noto di Corsica ed Algeria, in caso contrario potrebbe trattarsi di una specie nuova.

Riguardo queste specie si può affermare con una certa sicurezza che si tratti di specie endemiche delle suddette cavità, quindi di notevole importanza.

 

 

4.2 CONSERVAZIONE DEGLI ECOSISTEMI CAVERNICOLI

 

 I danni arrecati alle grotte sono ormai numerosi e gravi. La diseducazione civile del singolo, e talora dell’intera collettività, ha fatto di non poche grotte depositi di rifiuti, collettori naturali di scarichi cloacali ed industriali, inquinandone il suolo ed il bacino idrico interno sino al livello delle acque freatiche. Ciononostante, potrebbe ancora sembrare che la conservazione dell’ambiente spelèo non costituisca, rispetto ad altri ambienti, una questione né essenziale né urgente. Invece, la tutela dell’integrità ecologica del mondo sotterraneo deve essere considerata di grande rilievo per diversi motivi di cui i più rilevanti sono:

 

1.      le grotte danno l’opportunità, davvero unica, di conoscere ed ammirare gli stupefacenti adattamenti attraverso cui la vita si è manifestata in condizioni ambientali tra le più limitanti;

 

2.      una ragione dai risvolti immediatamente pratici, è correlata alla necessità dell’uomo d’oggi di risolvere i pressanti problemi che ne mettono in pericolo la sua stessa esistenza. La strategia per sopravvivere passa attraverso la comprensione degli intimi meccanismi che regolano il funzionamento degli ecosistemi in generale. E’ illusorio perciò credere che essi possano venire indagati con successo in situazioni ambientali più o meno compromesse. Attuare la protezione degli ecosistemi cavernicoli significa anche garantirsi la possibilità di studiare, in condizioni ideali, le comunità biotiche per conoscerne le leggi che dovranno guidare i nostri futuri interventi sulla Natura.