Luigi Prosperi, Subiaco,
in “Le Cento Città d’Italia
– Supplemento mensile
illustrato del Secolo”,
XXXVI (lunedì, 30 settembre
1901), p. 66 e p. 71.
STATO GEOLOGICO
Il bacino dell’alto Aniene,
territorio di Subiaco,
trovasi presso le radici di
un colossale gruppo di
monti, diramazione
dell’Appennino Centrale, da
cui si distaccano due catene
che lo percorrono
dirompendosi in colline e
poggi. I monti sono
costituiti principalmente di
calcarie, schisti ed
arenarie, tutte di origine
marina; i colli di sabbie,
ghiaje e materie vulcaniche;
e le valli infine, per
l’azione delle pioggie, di
tutti detriti delle roccie
circostanti. Vi si estrae
quindi una calce di ottima
qualità; vi si trovano
eccellenti cave di
pozzolana; vi si rinvengono
terre plastiche e terre
argillose rosse per
qualunque lavoro di terra
cotta; materiali per la
fabbricazione del cemento;
vi si escava del ferro sotto
forma di ocra rossa e gialla
per la fabbricazione dei
colori; si cava a monte
Affilano, una pietra detta
palombino, somigliante al
marmo di Carrara per la
compattezza, e blocchi di
pietra di grana più
ordinaria; infine vi si è
rinvenuto in quantità
l’ossido di manganese, tanto
in uso per ottenere i
cloruri e per la
fabbricazione dei vetri, e
in diverse località, alberi
pietrificati che dan luogo a
credere vi sian depositi di
lignite.
…
ALPINISMO
Le escursioni per campi, le
ascensioni dei colli e dei
monti – così predilette
dagli Inglesi che in questo,
come in altri generi di
sport, ci son maestri – non
solo fortificano i muscoli,
quelli delle gambe in
ispecie, sviluppano
ampiamente il torace,
attivano le funzioni vitali,
ma destano ancora l’anima
alla poesia, al sentimento
delle cose belle e grandi
coi quadri stupendi e sempre
vari che l’inesauribile
natura presenta. Rechiamoci,
in lieta compagnia, in un
bel mattino estivo, sopra
una delle alte vette che
dominano Subiaco al nord: a
quella, ad esempio, di monte
Calvo, alta metri 1590, a
sole tre ore di distanza.
Partiamo quando il cielo
ancor non comincia ad
imbiancare, per non farci
cogliere al ritorno da
troppo cocenti raggi, e
quando la luna rischiari il
cammino. Percorrendo il
viale Principe Umberto, al
belvedere contempliamo lo
spettacolo: guizzano
nell’azzurro dei cieli ogni
tanto striscie luminose,
quasi razzi di fuoco che si
sprigionano dal vorticoso
rotear degli astri, dalla
armonica, ineffabile danza
dei mondi; la bella Venere
fa tutto rider l’oriente;
argentei fasci di luce
posano sui tetti, in mezzo
agli orti, scherzano colle
chiare acque del fiume,
penetrano fra i rami degli
olmi che projettano sulla
strada ombre vaghe e
bizzarre. Il paese dorme
aggruppato su pel colle;
tutto è pace e silenzio: si
ode solo il mormorar delle
acque, narranti arcane
storie ai pioppi in sulla
riva, il quali, per meglio
udirle, par si protendano su
di esse.
Eccoci fuori dell’abitato:
or ci perviene all’orecchio,
oltre al rumor dei nostri
incerti passi, qualche
latrato di cane; quando i
rintocchi dell’orologio del
campanile, quando il canto
del gallo annunziator del
mattino. Or si desta una
brezza sottile sottile che
ci accarezza le gote, fa
stormir lievemente le foglie
degli alberi tra cui gli
uccelli pispigliano
aspettando l’alba: è il
palpito che emette la natura
vicina a destarsi. Di lì a
poco il lucido verme d’in
fra le siepi manda più
fiochi i suoi raggi; brillan
men vivamente le stelle;
luce e tenebre par che
s’uniscano per formare il
tenue velo del crepuscolo:
albeggia. Siam giunti al
bivio: lasciamo a sinistra
la cappella a Maria,
speranza e conforto al cuore
al pio contadino che
l’implora nell’avviarsi e
nel tornar dai campi, e
incominciamo a salire, ancor
dolcemente, le falde del
monte. Ma già l’aurora
infiamma l’oriente, già
tinge di porpora i margini
dell’errante nuvoletta, a
cui la luna, scolorata e
pallida pel lungo viaggio
par si voglia appressare per
riposarsi; già tra fronda e
fronda gli uccelli canori
sciolgon l’inno festante del
mattino. Procedendo in
silenzio, udiam poco dopo i
lenti, lontani rintocchi del
campanone, a cui fan eco
altre campane che suonano
l’avemaria; e la loro
errante, flebile armonia
suscita nel cuore un’arcana,
mesta dolcezza, evoca i
dolci sentimenti della fede
della fanciullezza, quando
non erano ancora annebbiati
dalla scienza e dagli uomini
e tutto ci parlava al cuore
e all’imaginazione.
Intanto alla vite,
all’olivo, alla rosa
silvestre van succedendo il
castagno, il faggio,
l’odorata ginestra ed
un’aria sempre più pura e
sottile scende negli avidi
polmoni. Il sentiero si va
facendo sempre più erto e
faticoso: ma lassù monte
Calvo che spicca nitido
c’invita e c’incoraggia.
Ascendi, ascendi, eccoci
alla metà del monte e
soffermiamoci a riguardare
il panorama d’intorno. Il
paesello, laggiù, ci sembra
una gran macchia bianca fra
mezzo il verde; e le casette
per la campagna quasi
disperso il branco di pecore
pascenti. Continuiamo a
salire. Volgendo gli occhi
intorno i poggi, le colline
e i monti si presentano
sotto un aspetto nuovo
perché guardati da
differente punto: comparisce
sulla costa ciò che poco
innanzi si rappresentava in
vetta, s’apre in gioghi quel
che prima era sembrato un
sol giogo e questa o quella
parte si mostra i iscorcio,
o campeggia, spunta o
sparisce a vicenda. Ben
presto non si presentano più
casolari coi loro pennacchi
di fumo, ma qualche capanna;
non più larici e carpini ma
roveti e cespugli qui e colà
allietati da una famiglia
sconosciuta di variopinti
fiorellini. Ecco ora spunta
sul giogo sovrastante una, e
poi un’altra fila di
contadinelle che portano un
fascio di legna raccolte
sull’ardua montagna, e il
ritmo lento e melanconico
dei loro canti erra per i
poggi d’intorno. Or ci
passan daccanto, veloci e
sicure per la rapida
discesa; e la loro adusta e
forte giovinezza c’infonde
novello vigore. Siamo
sull’altopiano di Livata, a
1300 metri, vicini alla
vetta del monte, che quivi
appare una placida collina.
Ecco il sole che folgorando
intorno, di lucidi torrenti
inonda gli eterei ed i
terreni campi!
Qual dolce e vivida brezza
qui spira! quale distesa
pianura di verde! Brillano
come diamanti le goccie di
rugiada che cospargono le
erbe. Quante altre vette non
prima vedute, si disegnano
da presso e da lungi
sull’azzurro del cielo! Che
pace, che calma vi regna!
Non si ode che il lieve
stormir delle piante; or sì
or no il suono delle
cornamuse, il canto del
pastorello che già guida le
agili capre brucanti in fra
i cespugli; il mugghio del
placido bue che quasi un
inno lieto si effonde e si
perde nell’aria serena! Ma
affrettiamoci verso la
vetta. Al lieto verde
succede il grigio della
ghiaja, solo interrotto qua
e là da zolle erbose, dove
cioè le acque non han potuto
trasportare, a causa
dell’ossatura del monte, i
detriti delle roccie giù per
le convalli. Dai fianchi,
dalle balze, dalle testate
d’intorno possiamo indurre
la storia del colosso, il
perpetua lotta coll’aria,
col gelo, coi piccoli
rigagnoli e coi tumidi
torrenti. Ma del fragore di
questi or non rimane che il
sommesso bisbiglio del
balzante ruscelletto che
balena sui greppi e va a
portare il saluto dell’umile
arbusto alpestre agli alti
pioppi laggiù lungo la riva,
al cittadino il saluto del
povero mandriano.
Eccoci
finalmente sulla vetta:
quivi
Precinto dal solenne arco
dei cieli
Vedi un ampio teatro, e le
montagne
In colli umiliarsi, e le
colline
Morir nella pianura!
ALEARDI
A ponente, l’orizzonte
s’incurva, lontano lontano,
sulla campagna romana dove
appena si discerne l’eterna
città; s’incurva sui monti
Tiburtini e sui colli
Albani; e parallele a
questi, verso di noi
ondeggiano serie di colline
lentamente degradanti,
rilevate e distinte come in
un disegno a forti
chiaro-oscuri: dalle mezze
tinte a sud-est ove son
coltivate a viti e olivi;
dalle tinte di verde cupo a
tramontana dove spiccano i
boschi. E sui dorsi e sulle
cime delle colline
biancheggiano Subiaco ed
altri paesi: sembra che
siano lì arrampicati per
salutare il dì nascente; che
esultino ai raggi del sole
che vi rimandano con un
tremulo luccichìo; che le
loro spire di fumo siano
l’incenso che s’innalza a
glorificare il Creatore. In
basso, al finir delle
colline, si stende lunga e
serpeggiante una valle
solcata dalle acque dell’Aniene,
nastro d’argento, qua e là
velato da un sottil, cinereo
strato di nebbie. Più vicino
s’allarga un vasto ripiano
il cui lieto verde è
intersecato dai bianchi
letti dei torrenti e variato
da umili casolari, che
sembran nidi fra gli alberi.
Dalle altre parti, al di là
dell’altipiano di Livata, è
un susseguirsi di monti,
l’uno sovrastante all’altro,
quali verdi di boschi, quali
grigi per le roccie, a dolci
pendii, a dirupi, fino alle
eccelse, sfidanti vette
della Majella, del monte
Amaro, del Gran Sasso che
lontano lontano
giganteggiano. Cerchi qui il
geologo i detriti delle
roccie, studi la natura dei
monti e la loro formazione;
osservi il naturalista la
flora; il paesista cerchi i
bei prospetti; il filosofo
qui sente la piccolezza
delle umane passioni, si
riconosce un atomo
infinitesimale; il poeta,
rapito dalla bellezza, dalla
grandezza del quadro che
suscita le lacrime negli
occhi, il sorriso sulle
labbra, si sente più vicino
al Cielo: il suo spirito si
culla col fogliame
ondeggiante degli alberi,
“erra, come a diporto –
ardito notator per
l’Oceano”. La pace e la
calma della grande natura;
l’azzurro profondo, il sole
che nasce, le tremolanti e
iridescenti stille della
rugiada, il zefiro che geme
e passa il soave canto degli
uccelli, il ruscello che
mormora, la nuvoletta
vagante in braccio ai venti
o mollemente adagiata sulle
vette, le cime elevate, gli
estesi piani, i verdi prati,
le brune foreste, i lieti
colli, i dolci declivi,
tutto gli parla al cuore.
L’animo suo, già commosso da
tante svariate impressioni,
da tanti suoni e colori che
in tanti si mostrano aspetti
diversi, a questo quadro
magnifico, si sente agitato,
scaldato, elevato a
sentimenti nobili e grandi
come la natura circostante,
e scioglie il suo inno
d’amore in armonia al coro
esultante degli uccelli, in
armonia col sussultar delle
foglie, s’eleva insieme col
profumo del timo, della
menta, dell’odorata
ginestra, rapito verso il
cielo.
LUIGI
PROSPERI