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Arduino Colasanti, L’Aniene, Bergamo, I.I.A.G. – Editore, 1906, pp. 80 – 87.


SUBIACO

Dalle tre gibbosità di un colle, che si eleva per circa quattrocento metri sul livello del mare, Subiaco domina la lunga e stretta valle dell’Aniene. Sulla pianura che si distende  lungo la riva destra del fiume si levano le prime case, isolate e bianche, come un gregge sparso nel piano. Poi gli edifici si avvicinano a poco a poco, si addossano, si stringono su per la china, si dispongono a guisa di insormontabile baluardo attorno alla fortezza che si eleva sullo scoglio più alto, piantata come un uccello di rapina sulla sua sua rupe, dominando la moltitudine delle case dorate da secoli di sole e il piano procelloso della campagna, da cui perennemente risorge il miraggio di un grande passato. Le colline di sud sono ancora sparse di castagni e di roveri, una popolazione di colossi, di mostri dalle membra torte, due o tre volte centenari, e tra le piante frondose, sotto le case perdute fra le roccie e gli alberi, l’Aniene, dopo aver circondata tumultuosamente l’isola degli Opifici, si quieta a un tratto e trascorre serpeggiando con una solennità grave, lambendo i rami più bassi dei salici che si curvano in una tristezza indicibile, in una malinconia mortale, oppressi da uno spasimo misterioso. A nord i filari delle viti si allungano giocondamente fino alla balza di Mora Ferogna e alle rovine, che serbano memoria della colonna di fuoco onde fu segnalata la morte della vergine Chelidonia, la quale ivi abitò lungamente in una grotta. Dalla parte di oriente finalmente Affile spunta in fondo a un burrone, da cui traboccano gli alberi nereggianti, alla radice di montagne gigantesche divise da una lunga erosione, squarciate da una lotta tremenda, sospese sul Sacro Speco, sulla badìa di santa Scolastica e sui ruderi della villa Neroniana.

Sembra che le traccie di costruzioni romane, le quali tuttora si vedono vicino al ponte, non siano che gli avanzi di edifici accessori, piccole stanze, costruzioni circolari, absidi, corridoi, padiglioni di caccia. Ma ben altre ricchezze il figlio di Agrippina doveva avere accumulate nella villa meravigliosa, in cui cercava ricovero quando la canicola faceva deserte le strade di Roma. Attorno alle terme sontuose i peristili, le palestre, i ninfei, gli atri, i criptoportici avevano ampio sviluppo, e sotto le volte solenni si allineavano i capolavori dell’arte greca accumulati da un millennio di conquista, le statue stupende che la terra ancora nasconde per la gioia dei ricercatori futuri, i fiori della rovina, i quali attendono da secoli che gli uomini novelli confermino ad essi il loro diritto alla vita immortale. Sino dai tempi preistorici pare che esistessero dei piccoli bacini naturali fra le gole della vallata, dovuti alle roccie che si avanzavano, e arrestavano forse in più punti il passo dell’Aniene. Ma attraverso i sedimenti tartarosi il fiume si aperse a poco a poco la via e quando Nerone volle dare alla sua villa uno splendore inusitato, fece eseguire importantissimi lavori di sbarramento e d’arginatura e, fermando in più punti il corso dell’acqua, richiamò all’esistenza i laghi scomparsi, i Simbruina Stagna di cui parla Tacito. In origine questi laghi erano tre, ma uno sparì assai presto, e gli altri due, ricordati costantemente in tutto il medioevo, si ridussero in effetto a un lago solo, che aveva un solo sbarramento a valle e quindi un unico livello, ma che dalla speciale configurazione delle roccie, le quali all’incirca sotto lo Speco si avanzano di traverso e stringono la valle, era diviso in due parti distinte. Chi può ora ridire l’incanto di quel luogo di magnificenza e di delizie, sulle sponde di tre laghi, circondato da altre mille case di patrizi romani, evocante le leggende antiche in una visione ammaliatrice, sorto fra il verde dal mistero delle acque? L’occhio si posa sui pochi ruderi sparsi e li ricongiunge, li completa, ricostruisce l’insieme degli edifici marmorei, posti a specchio del lago simile ad una lastra di metallo fuso che il sole faceva sfavillare, ombreggiato da alberi prodigiosamente spessi e rigogliosi, da pini, da olmi, da salici, che scendevano fino alla sponda in una verde marea di rami intrecciati ed accatastati, in quella terra pregna di misteriosa fecondità! Parrebbe che questo divino sogno di bellezza e di vita avesse dovuto durare eterno, eppure poco più di quattro secoli erano trascorsi “da quando nel mezzo di un’orgia Nerone aveva lasciato cadere il calice dalla mano, tremante per l’improvviso scoppio di un fulmine” e la villa era già quasi distrutta. Sulle rovine abbandonate crebbero i muschi verdi e per i luoghi già suonanti di gioconde brigate di nuovo dominò sovrano il fragore dell’Aniene; là dove le cortigiane imperiali avevano danzato, ebbre di giovinezza e di Falerno, otto secoli più tardi altre cortigiane, inviate da prete Fiorenzo, invano tentarono la santità dei seguaci di Benedetto da Norcia; in fondo al lago inabissato, insieme con le statue mirabili dormirono, nello splendido scenario, le atrocità antiche, tutta una religione misteriosa, con riti nefandi.

La via lunga e diritta che mena dentro Subiaco termina con un grande arco di pietra fatto erigere da Pio VI. Da questo punto le strade sempre più si restringono e si fanno tortuose, internandosi nel viluppo delle case semplici e modeste. Irrompeva per queste viuzze la furia degli armati e scorreva il sangue a rivi, quando le civili discordie chiamavano i cittadini alle armi e alla vendetta; dinanzi alle piccole porte, nei vicoli oscuri, negli anditi, per le scale ripide e strette era un battagliar feroce, un gridare soffocato, un imprecare pauroso nei terribili giorni in cui Pompeo e Scipione Colonna, Abati Commendatarii, ruppero guerra al Papa e Subiaco fu due volte saccheggiata, una volta messa a fuoco. Tutto a quei tempi era buono, per attestare la propria fede e la propria fazione, e lo stesso verso del Petrarca: Viva l’alta Colonna e il verde lauro, conservato fino a un secolo addietro sulla facciata di un privato edificio, era emblema di politica colonnese. Ma nella varia vicenda delle armi le rovine si accumulavano sopra le rovine, mentre sulla vecchia città si erigeva incrollabile l’antichissima rocca, che ancora la domina come il genio malvagio delle età passate e sembra vi perpetui la memoria dei feroci costumi e delle violente passioni. Dalla via Capo de’ Gelsi, fiancheggiata da case di appartenenza signorile, all’oratorio del Purgatorio, ornato di mediocri quadri del Manente e del Silvagni, dalla chiesa di s. Andrea Apostolo, eretta sul luogo di un’altra più antica, bestialmente demolita, alla così detta isoletta degli Opifici, è lo stesso succedersi di strade scoscese, anguste, scavate spesso nel vivo sasso, svolgentisi in un’ombra umida e grave, fino a quando il sole non le investa repentinamentee, ad una traversa che risponde sulla campagna, non apparisca a un tratto una visione luminosa di viti, di ulivi, di colline coronate da frondosi alberi secolari. Ecco la strada Gregoriana, comoda e larga al paragone delle altre; ecco poco fuori del paese il delizioso Altarino del Salvatore, nascosto fra l’edera e le campanule in fiore; ecco la piazza del Campo, in cui Giacomo Sciarra Colonna fece propaginare parecchi Sublacensi rei di tradimento. Ora la piazza guerriera, che trae il suo nome dall’accampamento delle truppe baronali, serve agli usi del mercato settimanale, e anche la pacifica tradizione ripete le sue origini da Roderigo Borgia, il terribile Alessandro VI, che, prima di comperare il papato, fu Abate Commendatario di Subiaco dal 1471 al 1492.

A sinistra della via della Valle una delle antichissime porte della città è indicata da un grande arco a sesto acuto, fiancheggiato da feritoie. Lungo i piedritti si arrampicano le parietarie, e il luogo solitario, con le vecchie case addossate una all’altra e dominate dallo scoglio e dai torrioni della rocca, è soggetto ricercato dai poeti e dalle viaggiatrici romantiche. Dalla vicina piazza della Valle si entra nella fortezza, costituita da tre recinti digradanti e fortemente munita. Il trabocchetto che, irto di aguzze punte di ferro, si apre dinanzi alla porta della sala da giuoco narra una lunga storia di tradimenti e delitti, e le mura, più volte arse e diroccate, ma sempre risarcite, ricordano ancora i mozzi capi dei Primarii sublacensi, da esse rotolati per opera dei consanguinei dell’abate Angelo da Monreale. Non più lontano di cinquecento metri si disegna la bella contrada della Corsa, col vicino ponte di Campo d’arco, che attesta la insigne vittoria riportata nel 1376 dalle truppe abbaziali sui Tiburtini e che fu costruito con le spoglie e il riscatto dei prigionieri. Così la storia di Subiaco si confondeva e si integrava con quella dei monasteri che fin dall’ottavo secolo fiorirono numerosi nei suoi dintorni. Il luogo di delizie pagane, divenuto asilo di pietà cristiana, riusciva troppo spesso campo d’intrighi politici e di atroci battaglie. Non più san Benedetto conquistava e mortificava i nemici dell’ordine con l’esercizio della grazia e con i miracoli della fede; i suoi seguaci conobbero ben presto la crudeltà della guerra e delle lotte fratricide; vicino allo scapolare essi dovettero cingere la spada; insieme con le cappelle ed i monasteri si edificarono le torri fortificate, atte all’offesa e alla difesa, e a ponente, nel punto più vulnerabile e più minacciato, sorse la rocca di Tuccianello, propugnacolo della comunità sublacense.