Luigi
arciprete Urbani,
Guida Storica della Città
di Subiaco, Subiaco, Tip.
Angelucci, 1908, pp. 43 –
50.
IL SANTUARIO DELLA
TRINITA’
Lontano dal sacro speco, e
precisamente a venti
chilometri di distanza,
sorge un altro celebre
santuario chiamato della
SS.ma Trinità. Ha la figura
di un gigante, sorge ai
fianchi del monte Autore,
che si eleva a 1853 metri,
vestito in gran parte di
selve secolari e
pittoresche. Il “monte
Autore” che vide le lotte,
le sventure e le glorie
della republica Trebense, e
si erge superbo su tutte le
altre vette, che pare voglia
toccare il cielo; è
mirabile, stupendo, eterno,
indescrivibile, il più bello
della natura. Sembra, che
fecondi il genio, e
somministri le ali al
pensiero per adergere alle
ispirazioni più alte. E’
ricco di acque fresche e
limpide, che si sprofondano
a muggire rumorose e
spumanti. Ha balze ripide,
poggi amenissimi, burroni
minacciosi ed il suo
panorama apre innanzi un
orizzonte estesissimo ed
incantevole.
Dall’Autore percorrendo il
pendio, che prospetta
Vallepietra, si sbocca sotto
una gigantesca “scogliera”
ove trovasi il santuario a
1337 metri. La scogliera di
rossastro ed ocraceo colore
si stende per la lunghezza
di un chilometro e si scorge
molto da lontano. Nella metà
di essa, sopra un vasto
piazzale, sorge
pittorescamente una cappella
nel cavo del macigno, che si
vuole praticato nel secolo
VI dai monaci di Subiaco. Da
osservazioni fatte nei
pressi del santuario dal
benemerito Club Alpino di
Roma, poté constatarsi che
lo speco, oggi santuario,
possa essere stato, nei
tempi remoti, un “Ninfeo”
dell’epoca romana. Si sono
trovati innumerevoli
frammenti di mosaico, marmi
pregevoli, sarcofagi e
monete dell’evo romano. La
base della gigantesca
muraglia di natura, tagliata
a picco per circa metri 40,
misura la piramidale altezza
di 317 metri. Si sale alla
chiesolina per mezzo di due
piccole scale laterali, che
conducono a due porte, che
si fronteggiano ai fianchi
dell’edicola, maestoso
monumento dove emana una
pace religiosa e solenne;
che commuove, scuote,
sbigottisce ed ispira. A
principio della piccola
scala, che guarda l’oriente,
trovasi una pittura molto
pregevole rappresentante il
Padre Eterno, che dicesi del
secolo XIII. Nell’interno si
vedono leggermente inclinati
tre affreschi,
rappresentanti le Tre Divine
Persone, difesi da
un’invetriata, innanzi la
quale avvi il piccolo altare
con intorno il cancello di
ferro, che tocca la volta
dello scoglio. Nelle pareti
laterali vi erano pregevoli
pitture del secolo VII, che
rappresentavano i misteri
della redenzione ed altri
bellissimi graffiti, che
oggi appena sono visibili,
perché toccati dal popolo
pellegrinante.
In questo tempio, piccolo
sì, ma colossale per
l’imponente scogliera, che
lo sovrasta, pare di
sentire, nell’augusta
serenità del cielo, la voce
eterna della Triade
Augustissima, sorgere ed
ispirare alla preghiera. A
quali secoli risalga lo
scoprimento di questi
preziosi cimeli, non ci è
dato conoscere. Dirò
soltanto ciò, che di questo
santuario è innegabile,
perché poggiato a documenti
fededegni. Tali documenti li
abbiamo nella celebre opera
del gesuita P. Pierantoni da
Trevi, bibiotecario della
vaticana aventi per titolo
“Il Lazio e l’Aniene
Illustrato”. Da esso si
rileva che detto santuario
nelle bolle pontificie, e
nei decreti vescovili del
secolo XIII, già appellavasi
antichissimo, e possedeva
fondi fruttiferi, dotazione
avuta dai devoti, che fin
d’allora, vi traevano in
devoto pellegrinaggio. Più
antiche assai di tali
memorie sono le pitture
interne della chiesa,
riputate del secolo VI e VII
contemporanee a quelle
primitive del sacro speco di
Subiaco; lavoro
evidentemente dei monaci
benedettini, dimoranti nei
molti cenobi, che
fiancheggiavano la “Valle
Santa” che aveva termine in
Vallepietra e precisamente
in questo santuario.
L’opera del Filonardi
Antiquitatum Campaniae
più antica dell’Aniene
illustrato, asserisce le
stesse cose, sebbene per
sommi capi. Per ciò che
riguarda l’immagine della
SS.ma Trinità, la tradizione
orale, ne fa rimontare
l’origine all’evo
apostolico, e ne fa autore,
secondo il solito, S. Luca.
Debbo però far notare, che
questa tradizione ha pure il
suo appoggio in una
antichissima pergamena, ora
disgraziatamente smarrita,
la quale narrava, che due
discepoli del Nazzareno,
ritiratisi in questi monti,
ebbero due apparizioni: la
prima di un angelo, che per
loro predisse la seconda del
dì seguente in cui apparvero
le tre divine persone; e
così come furono vedute,
furono dipinte. La critica
naturalmente si oppone a
questa apparizione,
stanteché, tranne la divina
persona del Figliuolo, non
si legge nei sacri libri,
che la Triade, abbia mai
assunto la forma umana per
mostrarsi all’uomo. Certo è
però, che la chiesa di
Vallepietra, la cui origine
ed erezione, è anteriore al
secolo XI, ha celebrato
costantemente la memoria di
questa apparizione nel
giorno 16 febbraio di
ciascun anno. Nulla dico
degli antichissimi graffiti,
che si osservano nel
santuario; né degli sforzi
titanici di coloro, che in
tempi remotissimi, col solo
scalpello riuscirono a
tagliare per lungo tratto lo
scoglio, ed a praticarvi
quella spelonca, ove esiste
la chiesolina. Dirò soltanto
che tali lavori sono stati
dichiarati monumentali dal
ministero della pubblica
istruzione, e quali
appendici ai monumenti
sublacensi.
La festa della SS.ma Trinità
suole celebrarsi due volte
l’anno; cioè nella prima
domenica dopo la Pentecoste,
e nel 26 luglio giorno sacro
a S. Anna. Ad onore di
questa santa, avvi pure una
chiesolina incavata nella
rupe, costruita su disegno
dell’architetto Gavini, ed
adorna di un quadro del
prof. Benigni. In amendue le
feste ha luogo un
numerosissimo
“pellegrinaggio”. Commovente
è lo spettacolo delle
comitive, costituite di
uomini e di donne; signori e
signore; di fanciulli e
fanciulle dagli occhi
raggianti, e dalle labbra
sorridenti, procedere a
gruppi, preceduti da un
vessillifero recante uno
stendardo con un quadro
della SS.ma Trinità.
Circondato da amuleti e da
fiori, spinti dalla fede,
ascendono a quel monte,
cantando una tradizionale
canzoncina, e la ripetono
accampati durante la notte,
fra quelle rupi immense, che
danno l’idea di un
gigantesco alveare umano.
Ben ottantamila persone ogni
anno accorrono in devoto
pellegrinaggio alle due
feste. Tutti a capo scoperto
sono impazienti di penetrare
nel sacro speco, il quale
per essere troppo angusto,
contiene appena cento
persone. In conseguenza,
spinti tutti da una forza
irresistibile, che in molti
casi diviene furore morboso,
si spingono innanzi, e si
pigiano, correndo pericolo
di schiacciarsi e
soffocarsi, e non si vede
che una superficie umana
compatta di corpi, che
formano quasi un torrente,
che va a scaricarsi in
chiesa. Scene strazianti da
strappare le lagrime, si
hanno nel vedere tanti
poverini, in seguito ad un
voto fatto, introdursi in
ginocchio, raccomandati alle
mani di quelli che li
accompagnano. Sull’imbrunire
della vigilia della festa,
si accendono dei grandi
fuochi, attorno ai quali
siedono sdraiati a terra,
accampati nel declivio
migliaia di gruppi di
credenti, che cantano la
detta canzoncina, stampata
nella tipografia Angelucci
di Subiaco, e formano una
scena unica e grandiosa nel
mondo.
Nel mattino della festa si
vedono giungere per quei
tortuosi sentieri, disposte
due per due, delle contadine
bianco vestite, col velo nel
volto, e col capo adorno di
ghirlande di fiori. Esse
sono le giovani zitelle di
Vallepietra, che vengono al
santuario per la cerimonia
così detta del “Pianto”. I
pellegrini le ricevono con
gioia, e tutti si stringono
sotto la loggia per sentire
dalle loro labbra la
preghiera, e vedere la
mostra degli attrezzi della
passione. Si ode un’armonia
di svariate voci, intonare
dei lugubri lamenti, e direi
quasi, sono tante
profetesse, che cantano
sulle rovine di Gerusalemme:
lamentazioni che penetrano
nell’imo del cuore e che dai
numerosissimi pellegrini si
ascoltano con religioso
silenzio. Queste scene di
pietà e di affetto,
fecondate dalla fede, sono
pittoresche. E non errano
quelli che affermano, che
visitato una volta il
santuario, una forza
irresistibile ti spinge a
tornarvi.