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ESTRATTO DALLE
MEMORIE DELLA SOCIETÀ
GEOGRAFICA ITALIANA
VoI.
VII, pag. 191-266, 30
Novembre 1897
L'ALTA VALLE DELL'
ANIENE.
Studio
geologico-geograficodel
socio, dott. G. De
Angelis D’Ossat
I. Orografia ed
Idrografia esterna
La valle dell' Aniene
offre un aspetto
selvaggio ed alpestre,
un orizzonte ristretto e
vanta le maggiori
eminenze di tutta la
provincia di Roma. essa
presenta una fisionomia
particolare per cui di
leggieri si differenzia
dalle altre valli del
Tevere. Gli antichi
Romani ne cantarono le
lodi e la prescelsero
per fabbricarvi le loro
sontuose ville, in cui
godevano il delizioso e
fresco clima, mentre il
caldo nella vicina Roma
soffocava. Non a torto
dunque fu chiamata la
Svizzera d'Italia. La
valle comincia dalle
montagne di Filettino
sino alla pianura di
ponte Lucano. il nostro
lavoro però non
interessa tutta questa
lunga estensione,
occupandoci dell’alta
valle dell' Aniene in
genere e del Sublacense
in specie. L'Aniene
divide, col suo corso,
importanti gruppi di
monti. Sulla riva destra
noi troviamo i Smbruini,
i più alti monti dalla
provincia. Da essi
scaturisce per
abbondanti e numerose
sorgenti l' Aniene. A N.
sono circoscritti dal
Piano del Cavaliere, dal
corso del fosso Fiojo,
ad E. vengono delimitati
dalla profonda valle del
Liri, a S. dai monti
Ernici, ad O. dalla
valle dell'Aniene. Di
solito si distinguono
tre sottogruppi: il
Monte Autore (m. 1853),
caratterizzato da estesi
altipiani che poi si
precipitano nel
anfiteatro di
Vallepietra, ove ha
origine lo storico
Simbrivio: il secondo è
quello del Monte Cotento
(m. 2,014), col Tarino
(m. 1,959) e Monte
Vipirella (m. 1,836). I
Cantari costituiscono il
terzo che si divide dal
precedente per la Serra.
4
[192]
S. Antonio (m.
1,601) ed il cui
culmine è Monte Viglio (m. 2,156),
punto più elevato
della provincia
romana.
Nella direzione N.O.
si ergono sulla
sinistra dell'
Aniene, i Monti
Affilani, con le
prominenze del Monte
della Pianezza (m.
1,332), Monte
Altuino (m. 1,269);
questi sono separati
per mezzo degli
altipiani dell'
Arcinazzo, dal
gruppo del Serrone,
su cui s'innalzano
il Monte Scalambra
(m. 1,269) e il
Monte S. Michele (m.
1,334), che fanno da
spartiacque fra la
valle dell' Aniene e
quella del Sacco.
Più a N. dei Monti
Affilani, sempre
sulla sinistra della
valle, vi ha il
gruppo dei Monti
Ruffi, che obbliga
il fiume a
percorrere un' ampia
curva, prima di
raggiungere i Monti
Tiburtini; di essi
la cima più eccelsa
è il Costasole
(m 1,231).
Seguono a S.O. i
Monti Prenestini con
Monte Pagliaro (m.
948), Spina Santa
(m. 1,060) e
Guadagnolo (m.
1,218) a questi i
Monti Tiburtini.
Da quest' ultimi si
passa alla riva
destra dell' Aniene
e si trovano i Monti
Sabini, le cui falde
ad O. sono bagnate
dal Licenza, che ad
E. lambisce le
ultime pendici dei
contrafforti
subappennini, Monte
Croce (m. 1,084).
Monte Aguzzo (m.
1,067).
L’ Aniene adunque
spiccia dai più alti
monti della
provincia e scorre
dapprima da E. a s.
in una gola profonda
e stretta da
Filettino sino sotto
Trevi; ivi piega da
S. a N. Al ponte di
Comunacqua, ricevuto
il Semibrivio, si
caccia nel fondo di
una pittoresca
valle, strettissima,
chiusa da alti
baluardi rocciosi,
rivestiti solo in
parte di
vegetazione.
Sopra uno di questi
strani muraglioni è
annidato il paese di
Jenne.
Dopo le strette di
Subiaco, presso le
chiuse di Nerone, il
fiume tocca Subiaco,
muovendo molti
opifici. Quivi Ia
valle si allarga in
una ubertosa
pianura, chiusa da
sponde che solo per
altezza sono
coltivabili, per poi
ergersi in masse
calcaree rocciose
dalIe forme bizzarre
e brulle, sopra cui
riposano parecchi
paesi. Sotto
Marano Equo
pullulano le limpide
e fresche sorgenti
dell' acqua Pia
Marcia. La valle si
va sempre allargando
ed il paesaggio
diviene incantevole.
Al disopra di un
largo piano i monti
si vedono sempre
brulli e con
pittoreschi paesi.
Da Subiaco fin sotto
Mandela l'Aniene
tortuosamente si
svolge nella
direzione S. N. ma
ivi cambia
bruscamente, ad
angolo retto, verso
0. là dove la valle
si restringe, vi
sbocca la valletta
Ustica o di Licenza,
tanto cara ad
Orazio. Dopo questa
stretta, la valle si
allarga nuovamente,
rendendosi
amenissima, per poi
divenire angusta
passando fra Monte
Cavillo a N. e Monte
Ripoli e Monte
Affilano a S. presso
Tivoli, per
precipitarsi dalle
incantevoli cascate
di Tivoli.
[193]
5
È necessario
trattenersi sull'
idrografia esterna,
desumendo dati presi
dagli ultimi studi,
per poter inferire
poi qualche
conclusione generale
sull' idrografia
interna. L' Aniene è
il principale
affluente del
Tevere, nella
provincia di Roma.
Le sue prime origini
nei monti di
Filettino sono
divise in due capi,
che si riuniscono
sotto il paese,
presso la Mola, ove
si ha una portata
che in magra scende
poco al disotto del
metro cubo. Vicino a
Trevi, apre la
stupenda caverna,
donde scaturisce la
sorgente del Pertuso,
pochi metri sul
livello del fiume, a
m. 700, con una
portata di un metro
cubo e mezzo ed una
temperatura di 6°,5.
Tra Trevi e Jenne il
fiume si arricchisce
delle acque del
Simbrivio, che ha
una portata
superiore ad un
metro cubo anche
nella massima magra.
Da qui sino a
Subiaco non
s'incontrano
sorgenti visibili
che piccole, come
quella dell'Inferniglio,
sotto Jenne (I), e
quella di Monte
Porcaro. Pare
però che, per i coni
di direzione e per i
detriti di falda,
Arrivi nascostamente
al fiume un poco di
acqua. Infatti a
Subiaco si ebbe la
portata di magra di
m.c. 9, 276,
variabile sino a
m.c. 4,348. Al ponte
Lucidi, sotto
Canterano, si
constatarono portate
uguali a quelle di
Subiaco.
Vicino a Marano Equo
ed Agosta l'Aniene
riceve le sorgenti
dell' Acqua Marcia,
di Agosta, della
Moletta di Arsoli,
ecc., la cui
complessiva portata
venne valutata, al
ponte Maggiorani, in
m.c. ,18,047-12,000.
Dal ponte Maggiorani
a Mandela il fiume
riceve gli
affluenti Rio
Frullo o della
Ferrata, il Licenza
ed il torrente dei
Ronci a destra; alla
sinistra il solo
Rio, i quali in
magra contribuiscono
il primo m.c. 0,
100, il secondo m.c.
0,200, il terzo m.c.
0,020 ed il quarto
m.c. 0,080, con un
totale di m. c.
0,400. Il regime a
Tivoli è cambiato
per il solo
affluente Empiglione,
che nella magra ha
una portata di litri
80 a 40 al I".
Il fiume a Tivoli in
magra ha dato
portate che
oscillano da m.c.
15,575-19,425.
La forza motrice
dell' Aniene è
abbastanza
considerevole,
quantunque dopo
avere scorso
rapidamente la
stretta vane sino a
Subiaco, venga poi a
svolgersi tranquillo
e senza forti
pendenze fatta
eccezione della
cascata di Tivoli.
La pendenza media
della confluenza del
Simbrivio sino sotto
Subiaco è di 18 per
100°; da Subiaco
all'Agosta si ha
appena il 4,2 per
100°, pendenza che
si conserva sino al
ponte Maggiorani.
Da qui a Tivoli
aumenta crescendo
sino al 4,65 per
100° sino ad
arrivare alla
cascata. Laonde nel
tratto da Jenne a
Subiaco potrebbe
sviluppare la forza
di 5000 cavalli
dinamici; da Subiaco
ad Agosta di 1700 e
di 11,000 dal ponte
Maggiorani a Tivoli.
(I) Trovai la
temperatura
dell'acqua di C.
10°.2, mentre il
termometro all'ombra
segnava 20°.I.
6
[194
Gli affluenti dell'
Aniene sono, nel
primo tratto, il
Pertuso, sotto Trevi
;
l'Inferniglio, sotto
Jenne , le acque di
Fosso Campo, di Capo
d' Acqua e quelle
del Simbrivio. Fra
Subiaco e Tivoli
sono a destra il
fosso Mora, che
scende da Monte
Calvo; il fosso S.
Luca, da Cervara, il
fosso Bagnatore, da
Riofreddo; il fosso
della Scarpa ed il
rio di Licenza
(antico Digentia)
che si forma sotto
Licenza con le acque
del Pellecchia e con
quelle della valle
di Percile ; e il
fosso Ronci sotto
Vicovaro, che
scaturisce dalle
ultime propaggini di
Monte Gennaro. A
sinistra il fosso
Cona che scende
dalle alture di
Bellegra e sbocca
sotto Canterano ; il
torrente Fiumicino o
Giovenzano che dai
Monti di S. Vito
Romano, passa fra
Sambuci e Ciciliano
e perde il nome
presso S. Cosimato ;
ed il fosso
Empiglione che
raccoglie le acque
della valle omonima
e si versa al fiume
presso ponte degli
Arci, insieme al
fosso di S.
Gregorio.
Degno di essere
ricordato, riguardo
all’idrografia
esterna, è il
Pertuso
d'Affile, che in
piccolo ci offre uno
splendido esempio di
un corso d'acqua
che, dopo essersi
fatto sotterraneo,
ritorna poi esterno.
Nel nostro Appennino
centrale non mancano
altri esempi, in
maggiori
proporzioni, come
quello dell'Imele
presso Tagliacozzo.
Il fosso Carpine,
dopo aver lambito a
S. il colle sopra
cui riposa
bellamente Affile,
si dirige verso N.O.
superando la stretta
che forma l'ultimo
prolungamento della
montagna di Rojate,
per poter muovere a
raggiungere la Cona
di Civitella.
Solamente nella
stagione piovosa
diviene ricco di
acque che, dopo
essere passate sotto
la via carrozzabile
Subiaco-Rojate,
trovano sbarrata la
via da una collina,
che hanno dovuto
forare da parte a
parte. È questo il
Pertuso d'Affile il
foro grossolanamente
segue la direzione
delle diaclasi,
infatti nell'interno
cambia direzione in
questo piano,
seguendo le giunte,
di 20 a 30 m, con
gomiti abbastanza
sentiti. L'apertura
a monte è larga,
misurando 6-8 m. di
larghezza per
altrettanti di
altezza; a valle,
invece, troviamo una
fessura stretta ed
irregolare, che a
stento mi permise il
passaggio. L'interno
è irregolarissimo e
drappeggiato da
rivestimenti di,
aragonite, che
alcune volte
assumono forme
stallattitiche. La
lunghezza totale in
linea retta è di
circa m. 15°. La
perforazione pare
sia stata favorita
da diverse cause,
fra le quali o
devesi naturalmente
menzionare la forza
viva dell'acqua, il
cui impeto diventa
poderoso per il
grande bacino di
raccoglimento del
fosso. La roccia
calcarea è piena di
fessure parecchi
sistemi di diaclasi
e giunte (Daubree)
non ricementate, per
le quali può
facilmente filtrare
l' acqua piovana,
ricca di CO2 e di
acidi organici, che
rende rubesto il
fosso Il materiale
sciolto ingrandisce
le piccole fessure,
le riunisce, sino a
darci il presente
foro che è in via
d'accrescimento.
[195]
7
Il calcare
circostante ci
presenta dei filoni,
direi, di breccie
endogene, dalle
piccole dimensioni e
non cementate, che
vengono ognora
sfruttate per l'
inghiaiatura della
via carrozzabile.
Probabilmente ad uno
di questi filoni,
vuotato dalle acque,
dobbiamo la
formazione del
Pertuso istruttivo,
oltre ogni credere,
è il letto del
torrente a valle del
Pertuso, per
presentarci
manifestatissima
l'erosione
chimico-meccanica
dell'acqua (Karrenfelder).
A proposito di
fenomeni speciali di
erosione, credo non
priva di interesse
la visita a trè
località. Nel
burrone che separa
Arsoli dalla
montagna di Oricola,
proprio vicino alla
chiavica (carso), si
osservano parecchie
guglie calcaree,
lasciate
dall'erosione. Fra
queste una si
estolle per circa 10
m., mentre presenta
un diametro alla
base poco maggiore
di m. 2. Sotto il
l'asse di Cici1iano
v' ha una piccola
pianura che
giustamente viene
chiamata (Piano
delle Campane) , per
la forma che prende
il calcare negli
spuntoni, che escono
fuori dalla solita
argilla rossa. Sono
coni, abbastanza
acuti, alcune volte
tronchi, altra
geminati: come
fossero piramidi di
terra. Sopra i
ruderi del famoso
cenobio di S.
Celidonia, alle
pendici del M.
Calvo, una specie di
torrione diroccato o
di calcare
s'innalza, a monte
per circa m. 20, con
un diametro
pressoché uguale di
m. 18. A valle poi
cade a picco per una
rilevante altezza.
Il nostro studio
riguarda quel tratto
dell' Aniene che si
può chiamare
sublacense. Non
potendosi però
facilmente intendere
la geologia o di una
regione ristretta
senza percorrere,
alcune volte, vaste
estensioni, mi sono
trovato nella
necèssità di
perlustrare quasi
tutta l'alta valle
dell'Aniene, da
Tivoli a Filettino.
Fugaci sono state le
gite fatte nella
valle dell'
Empiglione e del
Licenza; mentre più
accuratamente ho
girato la valle
dell' Aniene
propriamente detta,
specialmente i monti
Affilani ed il
gruppo del M. Autore
(I).
Laonde il presente
lavoro riuscirà
semplicemente un
abbozzo di geologia
dell'alta valle
dell' Aniene. Non
pretendo, infatti di
averne redatto uno
studio completo; ma
di aver raccolto i
primi materiali ,
scientifici che
possono servire per
redigere una carta
geologica, molto
diversa da quella
che finora ci
saremmo aspettati.
Allora sarà
conosciuta la
geologia della
nostra valle, quando
avrò fatto più larga
messe di materiale
paleontologico,
essendosi mostrata
meno avara di quanto
era stimata, e
quando non mi sarà
mancato il tempo
necessario per
determinare i
fossili già raccolti
(I) Parte della
valle Ustica e del
fosso Empiglione è
già stata rilevata
geologicamente dal
R. Comitato
geologico. Tavol.
Palombara-Sabina
1:100000, 1888. I
dintorni di Tivoli
furono illustrati
dal Canavari e
Cortese; sui terreni
secondari e i
dintorni di Tivoli.
Boll. R. Comitato
geol. d'Italia,
1881.
8
[196]
II. BIBLIOGRAFIA
Il primo che si
occupò della
geologia della valle
dell' Aniene fu il
Brocchi(1). Questi
in un catalogo
ragionato di roccie
ne menziona
parecchie raccolte
presso Subiaco,
senza però parlare
della loro età. Dopo
parecchi anni il
Murchison (2), nella
narrazione di un suo
viaggio scientifico,
con poche parole, ma
giuste, cominciò ad
abbozzare la
geologia della
nostra regione,
riportandone anche
una sezione che
interessa il colle
sopra cui riposa
Subiaco (Rocca) ed i
monti circostanti.
Egli riferisce le
grandi masse
calcaree al
Cretaceo, altri
calcari con le
arenarie all'Eocene
ed il conglomerato
di Subiaco al
Pliocene o
Postpliocene.
Fu allora che il
Ponzi percorse la
regione,
specialmente per
spiegare il dubbio
mosso dal Brocchi
sopra gli abbondanti
materiali vulcanici
che si riscontrano
sopra i dossi di
quei monti, massime
in val di Cona.
È desso un tufo
proveniente da un
attrito di lapillo,
o piuttosto una lava
granulare friabile,
analoga al piperno
(pag. 106). Frutto
di queste ricerche
fu il creduto cono
vulcanico nella Val
di Cona (3), che
descrisse, senza far
motto delle roccie
sedimentarie.
Tuttavia in una
sezione che serve ad
indicare i rapporti
della supposta lava
con le sottostanti
roccie, vengono
riferiti i calcari
quasi esclusivamente
al Cretaceo, mentre
altri, con le
arenarie, li riporta
all' Eocene e
Miocene; al Pliocene
assegna i
conglomerati.
Intanto il Gori ( 4
), nella descrizione
di un viaggio
artistico-storico,
ci ricorda come
l'ing. Bisutti ebbe
la fortuna di
rinvenire alcune
conchiglie fossili
di strane forme al
Monte Affilano.
Subito dopo in una
storia riguardante
Subiaco
dell'Jannuccelli
(5), in un capitolo
apposito, viene
fatto un abbozzo
geologico della
contrada, sotto i
dettami del Ponzi.
Scarse però sono le
notizie geologiche e
senza una seria base
paleontologica i
riferimenti
cronologici. Il
calcare è quasi
totalmente riferito
al Cretaceo per le
rare Rudiste che
sporadicamente
rinserra;
(1)1817. Brocchi
G., catalogo
ragionato di una
raccolta di roccie
designate in
ordine
geografico per
servire alla
geognosia d’Italia.
Milano, pag.
101-108.
(2)1852-53.
Murchison, memoria
sulla struttura
geologica delle
Alpi, degli
Appennino e dei
Carpazi. Trad. Savi
e Meneghini.
Firenze, pag.
207-208.
(3)1852. Ponzi
G., sopra un nuovo
cono vulcanico
rinvenuto nella Val
di Cona. Acc.
Pont. N. linc. Roma.
(4)1855. Gori F.,
viaggio
pittorico-antiquario
da Roma a Tivoli e
Subiaco sino alla
famosa grotta di
Collepardo. Roma.
(5)1856.
Jannuccelli G.,
memorie di Subiaco e
sua Badia. Genova.
[197]
9
altri calcari con
impressioni di
Pettini si ascrivono
all'Eocene; mentre
l'arenaria per
essere sovrastante
si assegna al
Miocene. Non
progredì certamente
la conoscenza
geologica per i
lavori del Ponzi,
d'indole piuttosto
generale, che videro
la luce dal 1858 al
1862 (1). In quest'ultimo
anno lo stesso Ponzi
scrisse un lavoro
che aveva per
oggetto la sola
valle dell' Aniene
(2). Non si occupa
però che del solo
Pliocene, sino ai
tempi protostorici
riferendo, solo
incidentalmente, al
Miocene superiore l'
arenaria. Ricorda
altresì il
rinvenimento di ossa
e difesa elefantina
presso Subiaco, la
cui giacitura è
illustrata anche con
una sezione
geologica.
Nel 1875 il
Mantovani (3),
avendo percorso
molto velocemente la
valle, poté
raccogliere
parecchie
osservazioni
geologiche, che non
segnano però un
sensibile progresso.
Nella carta
geologica che
accompagna il testo
troviamo riferito
tutto al Cretaceo,
mentre nello scritto
una parte dei
calcari e l'
arenaria vengono
attribuiti all'
Eocene. In quegli
anni il dott.
Seghetti era
medico-condotto a
Subiaco, ed
ammiratore della
nostra scienza non
lasciò
d'interessarsi della
regione, fornendo
notizie,
raccogliendo fossili
e scrivendo due note
(4). Nella prima
rende conto del
rinvenimento di una
parte di scheletro
di cervo, avvenuta
nei conglomerati di
Subiaco e nella
seconda, con lettera
diretta al prof. P.
Mantovani, abbozza
un quadro geologico
della regione, con
le idee che si
potevano avere
intorno ad una
vasta, alpestre ed
intricata regione
poco o punto
esplorata. Due anni
dopo il Ponzi (5)
riportava l'elenco
dei residui fossili
di Mammiferi della
nostra contrada.
(l)1858. Ponzi
G., osservazioni
geologiche sulle provinc. di
Frosinone e di
Velletri.
Att.
Accd. n. Linc. pont.
Roma.
IDEM. ossements
fossiles dans les
travertins de Tivoli
et de Monticelli.
Bull. Soc. geol. de
France 2° sèr. vol.
XVII. Paris.
1860 IDEM.
Storia geologica del
Tevere. Giornale:
arcadico di scienza.
Nuova ser., vol. XVIII.
Roma.
(2)1862. IDEM.
Dell'Aniene e dei
suoi relitti. Att.
dell'Accd. pont. n.
Linc., anno XV,
sessione VI del 4
maggio. Roma.
(3)1875.
Mantovani P..
Descrizione
geologica della
campagna romana (2"
edizione). Roma.
(4)1876.
SEGHETTI D.. Un
cervo fossile nel
Quaternario di Subiaco.
Meteorologia della
provincia romana con
applicazioni. Anno
I, n. 6, 30 giugno
1876.
1876. IDEM.
Uno sguardo
geologico al Sublacense.Il
Messaggere dei colli
Tuscolani, Albani,
Sabini, Lepini, 2°
anno n. 23. Di
questo autore
esistono altri
brevissimi scritti
nel ” Bollettino del
Club Alpino”
“nell'Appendice
della Corrispondenza
scientifica” e nel
”Bollettino nautico
e geografico”
(5)1878.Ponzi
G.. Le ossa fossili
subappennine dei
dintorni di Roma. R.
Accademia Linc.
Roma.
10
[198]
Scorsero circa più
di 10 anni, senza
che alcuno si
occupasse di
proposito della
geologia sublacense
tuttavia sotto il
punto di vista delle
applicazioni
meritano di essere
ricordati i lavori
del Ceselli (l) e
del De Marchi (2),
che uscirono in
questo lasso di
tempo.
Il Portis (3),
descrivendo una
bellissima placca
dentale di Diodonte,
trovata dal Tellini
presso la stazione
ferroviaria di
Mandela, coglie il
destro per
riconoscere in
quegli strati il
piano Bartoniano. È
questo il primo
passo nella
distinzione dei
piani dell' Eocene.
Nella guida della
provincia di Roma di
E. Abbate (4) è
riassunto, per la
nostra regione,
quanto già si
conosceva,
disgraziatamente
però parecchie volte
chi scrisse quelle
righe non diede
sempre segno di
molto accorgimento
nella scelta dei
giudizi geologici e
non sempre fu dato
luogo all' ultima e
più fondata
opinione.
Nel 1891 lo Zoppi
(5) pubblicava l'
interessante lavoro
idrografico sull'
Aniene dove oltre ai
molti dati
idrografici è
riportato un
capitolo sulle
condizioni
geologiche del
bacino dell' Anio ,
ma sempre con lo
scopo di studiarne
la permeabilità
delle rocce e non il
loro valore
cronologico.
Tuttavia vi si
leggono parecchie
nuove osservazioni
geologiche di
qualche interesse.
Una Carta
idrografica e
geologica riassume
il poderoso lavoro,
importantissimo dal
punto di vista
idrografico.
In quel tempo chi
scrive si aggirava
per l' alta valle
dell' Aniene,
facendo le prime
armi nella geologia.
Rivolse prima la sua
attenzione al
creduto cono
vulcanico,
illustrato dal
Ponzi, dimostrando
essere tufo la
creduta lava(6).
Poscia tratto in
errore dal
riferimento al
Pliocene inferiore o
profondo delle
argille di Mandela,
fece altrettanto per
molti lembi sincroni
dell' alta valle
dell' Aniene (7).
Ora accortosi dell'
errore procurerà di
dimostrare che esse
argille debbono essere
ascritte ad una zona
particolare del Miocene
(8).
(1)1877. Ceselli
M., sui prodotti
minerai utili della
provincia di Roma.
Roma.
(2)1882. De
Marchi, i prodotti
minerai della
provincia di Roma.
“Ann. Di statistica”
vol. II n. 3. Roma.
(3)Portis A., di
alcuni gimndonti
Italiani, in “Boll.
R. comitato Geol.”
N. 11-12. Roma.
(4)1890Abbate E.,
guida della
provincia di Roma.
Roma.
(5)1891. Zoppi,
carta idrografica
d’Italia: L’Aniene.
Ministero di
agricoltura,
industria e
commercio.(carta
idrogr. Geol. Con
testo). Roma.
(6)1892. De
Angelis G., sopra un
giacimento di roccie
vulcaniche nel
territorio di Rocca
S. Stefano(provincia
di Roma), in
“Boll.Riv.Sc.Naturali”
anno XII.Siena
(7)1893.IDEM,
giacimenti elevati
di Pliocene nella
valle dell’Aniene,
in ”Rend. R. Acc.
Dei Lincei”. Roma.
(8)1896.IDEM,
appunti preliminari
sulla geologia della
valle dell’Anien, in
”Boll. Soc. geol.
Ital.”, vol. XV,
fasc. 3. Roma.
[199]
11
Il Meli (l)
riferisce all'
Oligocene le
arenarie, dandone
specificata
descrizione e
riferendo parecchi
particolari
geologici sulle
altre formazioni
della contrada in
studio.
Contemporaneamente
il Portis, nel primo
volume del suo
lavoro (2), parla
dei fossili e delle
condizioni
geologiche del
Pliocene, ciò che
viene fatto più
diffusamente nel
secondo volume (3),
dove si trovano
anche determinati e
discussi alcuni
mammiferi fossili
trovati nella valle
dell' Aniene e nella
vicina valle del
Turano, specialmente
nel Piano del
Cavaliere.
In questo punto si
trovavano le
cognizioni
geologiche dell'
alta valle dell'Aniene,
quando mi proposi di
scrivere queste
pagine.
Mi accinsi a
percorrere la valle
in tutti i sensi,
mettendo tutta l'
attenzione nella
ricerca dei fossili
e fui tanto
inspertamente
fortunato, in un
campo ritenuto da
tutti o per sterile
o poco promettente,
che potei
raccogliere tante
forme
caratteristiche da
poter fissare subito
dei capi saldi.
Nel settembre dell'
anno, ora decorso,
ebbi l' onore di
esporre alla Società
Geologica italiana i
risultati sommari
delle mie ricerche,
che ora mi proverò
di dimostrare (lav.
cit.).
In questi ultimi
anni ed in anteriori
anche altri
scienziati si
occuparono od
indirettamente o per
scopo pratico della
nostra regione,
ricordo, oltre i già
citati, fra i primi
il Rozet (4), e fra
i secondi il Clerici
(5).
Se fu tanta
sfortunata la valle
dell' Anio per
mancanza di cultori
della geologia,
quantunque non la
ceda in nulla alle
valli limitrofe, sia
dal punto di vista
toristico che
scientifico; non fu
così per la valle
latina o del Sacco,
della valle del Liri
e del Turano.
Naturalmente gli
studi progrediti in
queste regioni
hanno, per analoga
costituzione
geologica,
squarciato in parte
il fitto velo, onde
celavasi l'
intricata geologia
del Sublacense.
Le maggiori
conoscenze
della valle
del Liri si
debbono
(1)1894. Meli
R.: Sulla presenza dll' Iberus (subsect.
Murella) signatus
Fer (Helicogena) nei
monti Ernici e nei
dintorni di
Terracina nella
provincia di Roma,
in “Bol. Riv. nat.”,
Anno XIV. Siena. Una
parte di questa nota
era stata pubblicata nel.
“Boll. Soc. Zool.
Romana”, Anno II,
1893.
(2) 1894. Portis A. :
Contribuzione alla
storia fisica del
bacino di Roma e studi sopra
l'estensione da
darsi al Pliocene
superiore. Torino,
VoI. I.
(3) 1896. Portis A.:
op. cit., VoI. II,
Torino.
(4) 1852-53. Rozet:
Addition à la note
de M. Ponzi sur I'
epoque de
soulevefnent des
Appennins, in. Bul.
de Soc. geol. de
France », 2 ser.
vol. XI, Paris.
(5) 1890. Clerici E.: La
pietra di Subiaco in
provincia di Roma e
suo confronto col
travertino, in.
“Boll. R. Comit.
geol. ital.”, n. 1,
2. Roma.
1891. IDEM.: il
chirografo di Pio VI
e la pietra di
Subiaco, “Rasseg.
sc. geol. in
Italia”. Ann. I,
fasc. l, 2. Roma.
12
[200]
al Cacciamali (1);
mentre la valle del
Sacco ha formato
recentemente
l'oggetto di
parecchie note del
Viola (2),
ricordando appena i
lavori del Ponzi
(3), del Branco (4),
del Zezi (5), ecc.,
di data anteriore.
Le notizie
geologiche della
valle alta del
Turano e del Salto
le troviamo nei
lavori del Verri
(6), del Piano del
Cavaliere in quelli
del Meli (7) ed
ultimamente nell'
opera citata del
Portis.
Oltre alle già
citate Carte
geologiche del
Ponzi, del Mantovani
e dello Zoppi, si
debbono citare le
due Carte geologiche
d'Italia del R.
Comitato ; la
Tavoletta di
Palombara-Sabina (
1:100,000 lì 1888)
dello
(1)1893. Cacciamali G. B.:
Geologia Arpinate,
in “Bol. soc. geol.
ital., vol. XI,
fasc. 3°. Roma. Ivi
vengono menzionati
coloro che si
occuparono della
geologia di quella
regione.
(2)1895. Viola
C.: Cenno delle
osservazioni fatte
nei monti Lepini nel
1894, in. “Boll. R.
Comit. geo1. ital.”,
voI. XXVI, n. 3.
Roma.
1895. IDEM: La
valle del Sacco e il
giacimento d’asfalto
di Castro dei volsci
in provincia di
Roma, in “Boll. R.
Comit. geo1. ital.”,
vol. XXVII, fasc.
I. Roma.
1896, IDEM:
Osservazioni
geologiche fatte
nella valle del
Sacco in provincia
di Roma e studio petografico di
alcune roccie, in
“Boll. R. Comit.
geo1. ital.” vol.
XXVII, n. I. Roma.
1896. IDEM:
Osservazioni
geologiche fatte sui
Monti Ernici
(provincia di Roma)
nel 1895, in. “Boll.
R. Comit. geo1.
ital.”, vol. XXVII,
n. 3. Roma.
(3)1849. Ponzi
G.: Osservazioni
geologiche fatte
lungo la valle
Latina. Dalla raccol. scient.
genn. 1849. Roma.
Con Una piccola
Carta.
1852. IDEM:
Sulla valle Latina. App. alla mem. med.
argom., in.
Att.
Accad. pont, n. Linc.,
An. IV. _Roma
1871. IDEM:
Storia fisica
dell'Italia
centrale, in.
Att.
R. Accad. Lincei,
voI. XXIV. Roma.
1875. IDEM:
Cronaca subappennina
ed abbozzo di u
quadro generale del
periodo glaciale.
Atti del XI Congr.
degli SC. ital. Roma
1873. Roma.
1875. IDEM:
L'Italia e gli Appennini Roma.
(4)1877. BRANCO W.: i vulcani degli
Ernici nella valle
del Sacco, in. Att.
R. Accad. Lincei,
Roma.
(5)1876. ZEZI
P. Osservazioni
geologiche fatte nei
dintorni di
Ferentino e di
Frosinone nella
provincia di Roma,
in.“Boll. R. Comit.
geo1. ital.” volume
VII, p. 360. Roma.
(6)1879-80.
VERRI A.: Alcune
note sui terreni
terziari quaternari
del bacino del
Tevere in. Att. Soc.
ital.
Sc.
nat., vol.
XXII, Milano.
1883. IDEM:
Studi geologici
sulle conche di
Terni e Rieti, in.
R. Acc. dei Lincei vol. YV,
Ser. 3 Roma.
(7)1881. MELI
R.: Notizie ed
osservazioni sui
resti organici
rinvenuti nei tufi leucitici della
provincia di Roma,
in “Boll. R. Comit.
geo1. ital.” N. 9 e
10 Roma.
1896. IDEM:
Alcune notizie di
geologia riguardanti
la provincia di
Roma, in “Boll. R. Comit.
geo1. ital.” vol.
XV. Roma.
[201]
13
stesso Comitato e
finalmente quella
del Tommasi-Crudeli
( Il Clima di Roma
), copia della
precedente. Le due
ultime solo in parte
comprendono la valle
dell' Aniene.
III. CRETACEO.
Gli strati più
antichi, fino ad ora
conosciuti, che
affiorano nella
valle dell'Aniene
debbono essere
riportati a questo
sistema, che
disgraziatamente è
poco conosciuto in
Italia, quantunque
molto esteso e
potente.
Lungo tutto
l'Appennino
moltissimi calcari
sono sempre stati
riferiti, da
parecchi autori, al
Cretaceo, che
purtroppo non gli
spettano.
Quelli poi che vi
appartengono,
quantunque
contengano quasi
sempre fossili, pure
per essere questi
poco studiati, non
hanno avuti
riferimenti
cronologici ben
fondati.
Se facciamo
astrazione da pochi
studi fatti nel
Cretaceo dell'alta
Italia orientale dal
Taramelli, dal
Pirona, dal Nicolis,
dal Futterer, dal
Marinelli O.
e dal Boehm G.,
ecc., e di quelli
riguardanti la
Sicilia del
Gemmellaro e del Di
Stefano, poco si
conosce intorno a
questa formazione.
Non recherà quindi
meraviglia se,
studiando tale
terreno che è molto
sviluppato nella
nostra valle abbia
trovato tante
difficoltà, che non
ho potuto sempre
superare. La fauna
poi, quantunque
abbondante, non è
tanto ben conservata
e facile da
permettere uno
studio, senza uno
speciale tirocinio,
che varrebbe
certamente il prezzo
dell'opera.
Le mie ricerche
hanno portato alla
scoperta di molte
località fossilifere,
per modo che se la
geologia di questo
periodo non sarà
esauriente, per lo
meno riceverà un
contributo tale da
metterne lo studio
sopra la buona via.
Del Cretaceo del M.
Affilano ne
parlarono, dopo che
il Murchison ne ebbe
rivelata la
presenza, il Ponzi,
il Seghetti, il
Mantovani, il
Clerici, ecc., ma
sempre in modo
indiretto e con
brevi cenni.
Il Ponzi poi ed il
Branco scrissero di
quello dei monti
Ernici e Lepini, ai
quali ora rivolse
l'attenzione il
Viola.
Se questi fosse
riuscito a
determinare i
diversi piani con i
fossili trovati io
ne avrei avuto
facilitato il mio
lavoro; ma purtroppo
ciò non avvenne per
quanto accurate
siano state le
osservazioni.
Tuttavia il Viola
crede di poter
affermare che nei
vicini monti Lepini
il Cretaceo
incomincia col
Cenomaniano, al
quale segue il
Turoniano e
probabilmente anche
il secondo piano a
Rudiste (Senoniano)
non è all' incontro
provato che esista o
non esista l'
Urgoniano, perché
mancano fossili
caratteristici di
questo piano (1).
(1) VIOLA C.:
Osservazioni fatte
sui monti Lepini e
sul capo Circeo, in
“Boll. R. Comit.
geo1. ital.” 1893.
Roma pag. 157.
14
[202]
Si apprende ora dal
Pellati che il Viola
ha indicata
1'esistenza dell'
Urgoniano nella
valle del Sacco, nei
Monti Ernici ed in
quelli di Subiaco.
Tale scoperta, se
sarà confermata,
avanzerà di molto le
conoscenze sul
Cretaceo del nostro
Appennino.
Ben poco di preciso
ci dice il
Cacciamali:
Tuttavia, dietro
l’esame dei fossili
che vi si
rinvengono, i
calcari arpinati
sembrano appartenere
a due piani
geologici distinti,
e cioè: in parte ad
uno dei piani del
Cretaceo inferiore
più alto (Urgo-Aptiano)
ed in parte al piano
Turoniano del
Cretaceo superiore
più basso). Il
Clerici cita
parecchie specie che
furono quasi tutte
determinate dal
Meli, provenienti
dal M. Affilano;
altre forme vengono
menzionate per il
Cretaceo di
Palestrina,
Arcinazzo, Subiaco e
Lepini
complessivamente nel
lavoro del
Mantovani, dove sono
tutte attribuite al
Cretaceo medio e
superiore.
Da tutto ciò risulta
che ben poche sono
le forme, e
d'incerta
determinazione,
conosciute nel
Cretaceo dell'Italia
media, essendone
scarsamente
ricordate anche nei
lavori del R.
Comitato geologico
sopra questa
regione.
Già annunziai (Loc.
cit.) il
rinvenimento di una
fauna interessante
presso Filettino in
roccie che fino ad
ora erano ritenute
per eoceniche, ciò
dimostrando ancora
una volta come 1a
stratigrafia possa
prestarsi facilmente
a tutti i
riferimenti
cronologici.
La fauna scarsa e
mal conservata non
mi ha dato risultati
soddisfacenti; però
posso affermare che
non si tratta
certamente di
Eocene.
Interessanti
risultati
deriveranno dallo
studio di un numero
maggiore di fossili
che,
indipendentemente
quasi
contemporaneamente
raccoglierà il Viola
negli stessi strati.
Recentemente si
cercarono sul posto
lo stesso Viola con
il profondo
paleontologo dell'
ufficio geologico,
dott. G. di Stefano,
i qua1i, deponendo
per loro somma
ventura di maggiori
mezzi, poterono
raccogliere, durante
una lunga sosta; un
abbondante
materiale. Al di
Stefano adunque è
data la possibilità
della risoluzione
dell'importante
problema. Più
fortunate furono le
ricerche nel M.
Affilano che hanno
procacciato largo
materiale, che
richiede. uno studio
monografico.
Per ora con uno
studio sommario dei
fossili ho cercato
di stabilire qualche
piano cronologico.
[203]
15
I calcari certamente
cretacei cominciano
rimontando la valle
alta dell' Aniene,
appena passato
Subiaco.
S'incontrano sotto
il celebre proto
monastero di S.
Scolastica e si
seguono quasi non
interrottamente alla
destra del fiume
sino alle sorgenti.
Anche nella valle
del Simbrivio non
sono accertate che
roccie spettanti a
questo sistema (l).
Anche sulla riva
sinistra fatta
qualche eccezione di
cui si parlerà si
trovano sempre
roccie del Cretaceo.
Trovai Sferuliti
presso l'antico
tempio della SS.
Trinità sul culmine
di M. Autore lungo
tutta la via che da
sopra il Cimitero di
Trevi porta alla
valle del Simbrivio.
L'altipiano di
Arcinazzo quasi
totalmente
circondato da monti
di epoca cretacea. I
calcari invece che
s'incontrano prima
di Subiaco sia nella
valle dell'Anio
propriamente detta,
che in quella dell'
Empiglione e del
Rio, debbono essere
ascritti parte
all'Eocene e parte
al Miocene, come
vedremo nel corso
del lavoro.
Nella nostra valle
il Cretaceo si può
scindere
litologicamente in
due livelli: uno
inferiore con
predominio di
calcari dolomitici
ed uno superiore con
veri calcari, ma con
assise di strati
diversi fra cui
calcari molto
magnesiaci. Nel
gruppo superiore il
calcare varia, è
compatto,
cristallino
brecciato roseo,
carnicino, ecc. di
queste modalità
diremo a suo luogo.
Ora è necessario
stabilire qualche
dato paleontologico
che serva a fissare
i piani cronologici,
cui riferire le
diverse zone. A tale
scopo riporterò i
risultati della
fauna di Filettino,
come quella che
sembra più antica.
poi di M. Affilano e
finalmente dirò di
alcuni fossili
trovati
sporadicamente nel
Cretaceo.
Nell'agosto
dell'estate testè
decorsa, presso la
miniera d' asfalto
di Filettino, trovai
la roccia dolomitica
impregnata
d'asfalto, ricca di
Molluschi
fossili. La tenue o
punta effervescenza
che suscitava l' HCI
puro, a freddo,
sulla roccia,
dimostra la sua
natura. Le località
fossilifere più
abbondanti per
fossili sono
parecchie dove però
si raccolgono più
facilmente è lungo
il tratto di via che
corre dal ponte
Figurello, presso F.
Uscitto, sino
oltrepassata la
miniera.
Le impronte non sono
troppo ben
conservate e non
permettono quindi
sicuri riferimenti.
Nella mia collezione
figurano parecchi
esemplari di
Lithothamnium
d'impossibile
determinazione.
Frequenti sono le
Aviculae tanto per
individui, come
diverse per specie.
Vari esemplari del
gen. Modiola e
Plitcatula.
Vi hanno altri
fossili di cui si
può riportare il
solo riferimento
generico
(1) Tanto nelle
regioni più profonde
di questa valle,
come sotto il paese
di Jenne vi hanno
rocce che
litologicamente
somigliano a quelle
di Fi1ettino, con le
quali debbono
probabilmente aver
comune pure l'età.
16
[204]
essi appartengono ai
gen.: Corbis,
Cardium, Arca, ecc,
I Gasteropodi sono
assolutamente
indeterminabili.
Una fauna composta
da generi cosi poco
caratteristici e da
esemplari di non
facile
determinazione
specifica, non solo
cela il vero valore
cronologico, ma ci
fa sospettare delle
gradite sorprese. Lo
studio dei fossili
svelerà il vero
riferimento
cronologico.
La seconda località
fossilifera è il M.
Affilano e
specialmente la cava
della pietra di
Subiaco o Travertino
di M. Affilano, essa
come dicemmo, è
conosciuta da molto
tempo. Quivi si
raccolsero quelle
Rudiste che fanno
bella mostra in
molti Musei anche
stranieri.
Di questi fossili
ecco quanto scrive
il Clerici (loc.
cit. pag. 5): “Nella
collezione del Museo
geologico
universitario di
Roma, tali fossili
hanno le
denominazioni
approssimative e
provvisorie
seguenti:
Caprina Aguilloni,
d'Orb.
“ Adversa,
d' Orb.
Caprinula Boissyi,
d' Orb.
Hippurzites
organisans, Mantf.
Radiolites
agariciformis, d'
Orb.
« Angeoides, Lamk.
“ foliacea,
Lamk.
“ mamillaris,
Math.
“ radiosa, d'
Orb.
Ichthyosarcolites
triangularis, Desm.
Inoceramus sp. ».
In seguito sarà
detto che quivi non
si trovò mai il gen.
Hippurites, e che la
creduta Hi.
organisans non è
altro che una specie
di Sphaerulites, le
cui specie sono
molto frequenti. Gli
avanzi che ho potuto
esaminare non mi
hanno confermato la
presenza delle
citate forme
del,gen. Radiolites.
Solo mi è sembrata
di molta probabilità
la determinazione
della Caprina
Aguilloni (Zittel.
Loc. cit.
Gosau, pag. 78 tav.
XXVI, fig 8-10; tav.
XXVII, fig,
1-8.
D’Obigny, Paleont,
franc., vol.
IV, pag. 184 tav.
538 fig. 1-6), la
quale appartiene a
ben altro genere,
cioè al
Plagioptychus.
Tuttavia anche
questa forma ci
offre nella
costituzione
anatomica dei vasi
qualche variazione
dalle figure citate.
Questa fauna
interessantissima ha
bisogno di uno
studio speciale, che
riuscirà certamente
interessante e che
per ora non ho
potuto che fare in
parte, Pertanto ecco
le forme che ho
determinato:
Terebratula cfr,
carnea, Sow.
Monopleura sp.
Lithodomus avellana,
d' Orb.
Inocramus cfr.
latus, Malltel.
[205]
17
Sotto Jenne :
Ananchytes cfr.
ovata, Leske.
Nerinea sp.
Hippurites sp.
Di questi fossili e
di quelli degli
altri sistemi
dell'alta valle
dell' Aniene si dirà
in un altro apposito
lavoro
paleontologico, che
è in corso di
pubblicazione e che
costituisce la
seconda parte di
questo.
Tuttavia fino da ora
possiamo rilevare
che ben meschini
sono i dati
paleontologici
rispetto al
Cretaceo. Pure le
due faune di
Filettino e del M.
Affilano sono così
diverse fra di loro
e per facies e per
generi, che da esse
si possono inferire
parecchie
conclusioni
cronologiche.
Per gli strati di
Filettino non
possiamo, per ora,
affermare altro che
essi sono più
antichi dell'Eocene
e probabilmente più
antichi del
Cretaceo.
Evidentemente la
stratigrafia
dimostra che gli
strati di Filettino
sono sottoposti a
quelli che sotto
Jenne contengono l'
Ananchytes sovata,
specie
caratteristica del
Senoniano inferiore,
ma che comincia a
rinvenirsi anche nel
Turoniano superiore.
Tutte le conoscenze
paleontologiche
sembrava che
volessero
determinare un piano
del Senoniano e
probabilmente la
parte inferiore del
Senoniano inferiore,
cioè il Coniacien
dei Francesi. È il
piano della creta a
Micraster
cortestuditarium del
bacino di Parigi,
delle marne a M.
turonensis (Calcare
di Villedien) di
Touraine e della
creta di Broadstairs
e di Douvres
dell'Inghilterra.
I nuovi fossili
trovati ultimamente
ci consigliano ad un
prudente silenzio.
Gli strati poi di
Filettino
costituiscono una
grande potenza di
strati, con una
stratigrafia
intricata, e quindi
non recherebbe
meraviglia se si
venissero a scoprire
faune che
accennassero ad
epoche più antiche,
e ciò specialmente
seguendo gli strati
nella direzione di
M. Cotento dove gli
strati sono
raddrizzati. Il
Micraster
coranguinum, citato
dal Mantovani,
proverebbe,
accennando ad un
piano immediatamante
superiore, la
presenza del
Santonien dei
Francesi.
Incerto pure è il
valore cronologico
della fauna di M.
Affilano, perchè,
poco o punto
conosciuta. Non ho
potuto trovare nulla
dl caratteristico,
perchè non si
debbono considerare
per buone le
determinazioni delle
Rudiste, come già si
disse.
Per ora non possiamo
che trarre partito
dalla sola presenza
del Plagioptychus
Aguilloni che si
ritiene del
Turoniano. Studi più
recenti tendono a
far ritenere la
presente forma anche
rappresentata nel
Senoniano inferiore.
Per le quali ragioni
non si può precisare
l'epoca delle
Rudiste del M.
Affilano, se prima
non saranno meglio
studiate. Senza
alcun fondamento,
adunque, si deve
ritenere per
ora il riferimento
al Turoniano, mentre
le probabilità
stanno tutte per il
Senoniano.
18
[206]
Se la Belemnitella
Cronata, di cui
parla il Mantovani,
fosse stata
rinvenuta nella
valle dell'Aniene,
allora avremmo la
certezza della
presenza del
Campanien
(Francese).
Non sono il primo io
che trattando del
Cretaceo in Italia
debba misurare le
parole,
circondandole di
dubbi infiniti: ma
tutti sortirono la
medesima ventura. Il
Di Stefano, nel suo
magistrale lavoro,
cosi comincia: la
conoscenza del
sistema Cretaceo nel
bacino mediterraneo,
per causa degli
studi compiuti nelle
varie faune e nella
loro successione
stratigrafica, è
appena avanzata, in
modo che in esso non
è ancora possibile
un esatto
smembramento di
piani; per questo è
necessario che
l'attività dei
geologi si rivolga
alla ricerca
paziente e minuta e
all'esame dei
fossili cretacei,
per poter fondare
col loro sussidio,
dove sia possibile,
delle solide
divisioni strati
grafiche.(Studi;
stratigrafici e
paleontologici sul
sistema Cretaceo
della Sicilia,
1888).
Passiamo ora alla
descrizione della
sezione geologica
che tagliando M.
Affilano va sino :
ad Affile. La
presente e quella
che interesserà le
vicinanze di
Subiaco, chiariranno
la costituzione
geologica della
valle,: dacchè l'una
comprende le roccie
più antiche e
l'altra le
superiori.
Lo studio del M.
Affilano è stato
fatto strato per
strato, per poter
cogliere i
possibilmente il
passaggio della
formazione cretacea
col sistema
superiore.
Ciò mi è stato
possibile a causa
della regolarità
della
stratificazione e
della presenza dei
fossili. Senza
dubbio, adunque, è
una delle sezioni
più istruttive della
nostra regione in
studio.
Chi viene a Subiaco
dal basso della
valle, appena ha
oltrepassato,
seguendo la
provinciale, Marano
Equo, scorge da
lungi, come sfondo
della vallata, il M.
Affilano, che nel
colore verde, per la
magra vegetazione
che vi alligna, fa
da lontano
riconoscere le due
fronti d'attacco
delle cave della
pietra di Subiaco.
Chi unisce queste
due chiazze bianche,
una in basso e
l'altra verso la
sella, s'accorge che
secondo quella linea
retta, la
vegetazione e le
roccie indicano
tante parallele,
sopra e sotto, che
non sono altro che
le testate degli
strati affioranti.
Quegli poi che si
avvicina al monte
vede nettamente come
l'erosione, che
agisce diversamente
sopra i successivi
strati, renda questo
prominente,
rientrante quello.
Tutti gli strati
sono concordanti e
pendono verso s. di
circa 20°, mentre la
direzione coincide
con E. - O. (Fig.
I°). Gli strati,
quantunque tutti
calcarei pure, a
causa della diversa
struttura e
colorazione, si
possono comodamente
seguire. Dei
principali strati ne
ho preso nota,
cominciando dai più
bassi, riportando il
nome che localmente
viene dato ai,
diversi materiali.
[207]
19
1, Inferiormente
troviamo un calcare
roseo, compatto, a
frattura scagliosa,
costituito da
parecchi strati (4 o
5 visibili) della
potenza ciascuno di
poco oltre un metro.
Il calcare racchiude
con frequenza dei
cilindri, più o meno
schiacciati, dello
stesso materiale.
Prima si
attribuivano a Fucoidi, ora si
hanno disparate idee
a loro riguardo.
Ne ho fatto menzione
perchè sono molto
abbondanti dove si
trova tale calcare.
Il calcare è solcato
da molte venuzze
ripiene di spato
calcare trasparente,
con parecchie cavità
analogamente
riempite.
Al microscopio nulla
di rimarchevole.
Solo si scorgono
venuzze oscure per
ossidi di ferro, e
la compattezza varia
tanto che alcune
sezioni sembravano
di una arenaria. Le
piccole cavità si
sono mostrate molto
irregolari e
probabilmente sono
state lasciate da
microrganismi.
2, Calcare a
struttura schistosa
in senso dell'
altezza degli strati
che sono in numero
di 2 o 3, della
potenza complessiva
di m. 4-5.
Il colore è bianco.
Compatto nell'
interno, schistoso
all'esterno.
|
|

FIG.
1ª – Sezione Monte
Affilano (Scala
lung.
1 : 25,000)
|
Vi si scorgono, come
dicemmo, molti residui
di conchiglie marine,
specialmente di
Lamellibranchi. Sul
luogo chiamano questo
calcare col nome di
Saponaria. Al
microscopio alcuni
preparati si mostrano
esclusivamente
costituiti da
foraminiferi ben
conservati, appartenenti
a molti generi fra i
quali ricordo:
Globigerina, Polysomella,
Robulina, ecc..
3, Segue la pietra di
Subiaco, che è pure
chiamata travertino. Il
Clerici (op. cit.)ha
studiato molto questo
calcare dal punto di
vista industriale. A suo
tempo riporteremo le
notizie più
interessanti. Il colore
è bianco-latteo, privo
di bucherellature. Gli
strati si potrebbero
chiamare con più
proprietà bianchi,
arrivando alla potenza
di circa m. 10. Sono
però pochissimi quelli
che vengono ricercati a
scopo edilizio. Le
Rudiste provengono quasi
tutte da questi strati.
Il microscopio ci rivela
la natura cristallina
della roccia ed una
quantità di frammentuzzi
di Rudiste ed altro di
poco interesse.
4, Un solo strato di
calcare identico a
quello che contiene
Rudiste nel piano
20
[208]
dell' Arcinazzo, che in
paese si chiama Marmo
occhio di pavone a causa
delle sezioni delle
Camacee. Potenza pochi
metri. È cristallino ed
atto all'ornamentazione.
5. Parecchi strati di un
calcare compatto,
bianchissimo, latteo.
Esso acquista un bel
pulimento divenendo un
poco oscuro e mostrando
molte sezioni di
frammenti di
Lamellibranchi e di una
Orbitoides che
probabilmente è l'0.
dilatata, specie che dal
Cretaceo ascende sino al
Miocene medio. Una o due
sezioni però, mi
sembrarono appartenere
al genere Nummulites.
Tale unione pare che
stabilisca l'epoca della
roccia, cioè, fra il
Cretaceo ed il sistema
Eocenico. Ciò è
confermato dal fatto che
l' 0. dilatata è
frequentissima
nell'Eocene appennino.
La potenza di questo
calcare, che localmente
chiamasi Palombino, non
oltrepassa 3.4 m. n
microscopio fa
riconoscere le sezioni
delle Orbitoidi e delle
Nummulites.
6. Segue un nuovo
livello di pochi metri
di potenza, di calcare
identico al n. 2, ricco
di fossili e con
struttura schistosa.
Colore bianco-sudicio,
con molti cristallini di
Calcite trasparente. È
piuttosto compatto nell'
interno, mentre
rompendosi dà facilmente
scaglie; laonde riesce
difficile prepararne un
solo campione da
gabinetto. Al
microscopio si osserva
la struttura compatta,
con cavità ripiene di
calcite, che
probabilmente furono
lasciate da Foramimiferi,
i quali pur si possono
osservare in ben chiare
sezioni che fanno
riconoscere i soliti
generi.
7. Uno strato di
conglomerato calcareo
con molto materiale
cementante. Il colore
bianco-sudicio, con
macchie più bianche,
date dai ciottoli
calcificati. Potenza m.
2,5°. Al microscopio si
mostra essenzialmente
costituito da una
brecciola calcarea, di
vario colore. Bellissime
sono le piccole detriti
di ossido di ferro.
Probabilmente, come ho
potuto osservare da
qualche residuo
organico, l' impasto è
fatto a spese del
materiale cretaceo a
Sferuliti. I
Foraminiferi mancano,
ciò che si spiega a
causa del materiale
grossolano di
sedimentazione. Spesse
volte diviene costituito
da elementi di maggiori
proporzioni ed allora ci
presenta non rare
impressioni di Pecten.
8. Calcare rosato,
chiamato Pietra rossa
andamento dello strato
che non si fa facilmente
seguire ci suscita il
dubbio che esso formi
lenti, entro al calcare
precedente. Infatti non
se ne distingue che pel
colore e per la
grossezza degli
elementi. È quasi
saccaroide. Acquista
pulimento. L'erosione vi
agisce potentemente
rendendolo cavernoso. Al
microscopio nulla di'
nuovo.
9. Seguono due strati di
arenarie cementate, che
costituiscono un calcare
compattissimo, a
frattura concoide.
L'inferiore è di colore
più chiaro, più oscuro
l'altro. Localmente si
chiama Silice. In esso
ho potuto trovare
frammenti
[209]
21
di Echinidi, denti di
Pesci, frammenti di
Lamellibranchi e tubi
cilindrici che si
attribuivano a Fucoidi.
L' inferiore ha meno
distinta la frattura
concoide. Trattata a
freddo, ma a lungo, con
I'HCl, si scioglie
completamente, lasciando
molto residuo gelatinoso
dovuto a silice.
Abbondante è l'ossido di
ferro ed un minerale
verde, in piccole
masserelle, che concede
il colore alla roccia.
Al microscopio ho
rinvenuto Foraminiferi,
ma solo frammenti di
conchiglie. Potenza
circa m. 6.
10. Un bellissimo
conglomerato calcareo ad
elementi poligenici,
che, acquistando un bel
pulimento, ricorda il
marmo Africano. Ed
Africano lo chiamano i
cavatori. È in generale
di una tinta oscura, con
ciottoli di svariati
colori. Frequenti sono i
residui fossili,
specialmente di denti di
Pesci, che essendo però
mal conservati, si
possono, con alquanta
incertezza, riferire
alla Clirysophrys
Agassizi, Sismonda. V'
hanno pure spesso grosse
impronte di Pecten,
simili a quelle che si
riscontrano nel calcare
brecciato dell'
l’Eocene. Sembra la
ripetizione del n. 8;
solo qui il materiale
cementato è più scarso a
causa della moltitudine
dei ciottoletti
poligenici. Il
microscopio ci fa
riconoscere i ciottoli
appartenenti a rocce del
Cretaceo, per la
tessitura e per i
fossili che contengono.
Il materiale che cementa
è intensamente colorato
dall' ossido di ferro.
Anche qui v' ha un
minerale verde-chiaro,
in piccole masserelle,
che forse devesi
attribuire alla
Glauconite.
11. Calcare oscuro,
compatto, ricco di
Gasteropodi, che
disgraziatamente non
permettono neppure un
riferimento generico
sicuro. Sono molti
individui di poche
specie dei generi;
Cerithium o Potamides. E
poiché nelle sezioni
microscopiche della
roccia ho trovato molti
Foraminiferi, quindi
credo che siano
piuttosto del gen.
Cerithium, che
Potafllides. Ciò per
l'Eocene, cui riporto la
roccia, non è fatto
nuovo; che anzi il
ravvicinamento specifico
che ho potuto constatare
è appunto con le specie
di questo sistema e
specialmente con quelle
dell'Eocene di Sardegna,
la cui fauna fu
illustrata dal
Meneghini. È uno strato
poco potente non
oltrepassando un metro.
12. Sopra questo
riposano i soliti
calcari bianchi,
cristallini, compatti
per una potenza non
determinabile a causa
della confusa
stratificazione. Li
seguiamo lungo la via
che mena ad Affile,
nelle cui vicinanze
diventano brecciati e
ricchi d' impronte di
Pectetn e di Ostrea, per
dare finalmente luogo
con discordanza allo
strato fossilifero della
Vigna Ciuffa, di cui
parleremo nel Miocene.
Le rocce invece
superiori al n. 4, le
riporteremo all'Eocene ;
fissando il passaggio
fra i due sistemi
proprio nel n. 4.
Infatti appunto in
questo strato troviamo
il fossile comune
all'Eocene appennino più
antico. Ma anche di ciò
si discuterà nel
capitolo seguente.
22
[210]
Qui è necessario che
apra una digressione
intorno ai fatti che
riconosconsi
direttamente dalla
sezione geologica.
La stratificazione è
cosi perfetta,
concordante, che non
fece mai nascere ad
alcuno il dubbio di
separare gli strati,
per ascriverli a due
diversi sistemi. I
fossili però e le
analogie
petrografiche
chiaramente
dimostrano che il
complesso degli
strati (n. 4-12)
deve riferirsi all'
Eocene.
Ciò non era
prevedibile pel
fatto che lo strato
a Rudiste (n.3)subito
sottostante si
credeva
,rappresentasse il
Turoniano. Coll'incerto
mio riferimento al
Senoniano, tale
difficoltà non
isvanisce, ma si
attenua, perchè vi
mancherebbe il solo
Daniano. Questo
piano però non è
sempre presente
nelle formazioni del
Cretaceo, che anzi
spesso manca, come
si osserva in
Touraine ed in
Inghilterra. Con
tale supposizione
che ragionevolmente
possiamo fare, dato
il carattere del
Daniano che ha un
valore più di facies
che cronologico,
appianiamo le
difficoltà tutte.
Tuttavia non so
indurmi ad ascrivere
a delle soli livelli
del Cretaceo,
superiore una cosi
rilevante potenza di
strati, come
possiamo valutare
percorrendo la via
Subiaco-Filettino.
Il Viola (loc. cit.
) nella vicina valle
ha riscontrato circa
m. 1,000 di potenza.
Le assise cretacee
sono coropate da
strati Eocenici con
una concordanza
perfetta, fatto più
frequente
nell'Appennino
centrale di quello
che si crede; per
modo che conosciamo
il limite Superiore
del sistema
Cretaceo. Non sono
stati, fino ad ora
accertati che piani
del Cretaceo
superiore, come in
tutta li Italia
media, dove se
esiste l' inferiore
è poco sviluppato. È
questo un fatto che
viene a documentare
la presenza della
grande trasgressione
eustatica del
Cretaceo. Tutti
questi argomenti mi
fanno sorgere l'idea
che il Cretaceo
appennino, e se
vogliamo estenderci,
quello del bacino
mediterraneo, non si
possa scindere in
piani come quello
del bacino
anglo-parigino.
Probabilmente un
nostro piano
cronologicamente
corrisponde a più di
quelli della
località classica
del Cretaceo. Ciò lo
deduco anche dal
vano affaticarsi che
hanno fatto coloro
in Italia, che hanno
voluto di troppo
sincronizzare nel
sistema Cretaceo,
prendendo per base
le divisioni
francesi. Per le
quali ragioni
ritengo destituiti
di ogni saldo
fondamento i
riferimenti che sono
stati fatti nell'
Appennino centrale,
basati solo nel
carattere litologico
senza tener conto
dei fossili che gli
strati contengono.
Prima di lasciare
questa formazione è
interessante il
ricordare la
ripetizione degli
stessi tipi di
roccia del Monte
Affilano, nelle
vicinanze del paese
di Jenne. Infatti
sopra al Camposanto,
presso S. Michele, e
per la via che
conduce a Monte S.
Antonio, s'incontra
una roccia, che per
la struttura, per il
colore e per i
cilindri che
contiene somiglia
molto al materiale
n. 1 , quello cioè
più profondo a Monte
Affilano.
[211]
23
Sotto a S. Michele
si ha un materiale
frammentario,
grigio, dolomitico,
con impregnazioni
bituminose, analogo
a quello che si
rinviene nel basso
della valle, sotto
]enne; nella valle
del Simbrivio e
nelle vicinanze di
Filettino. A Monte
S. Antonio vi ha uno
strato molto
somigliante al n. 5
(Monte Affilano) per
tutti i caratteri, a
differenza però dei
moltissimi Briozoi
che ci mostra; forme
di tipo più eocenico
che cretaceo. Poco
più in alto troviamo
parecchi
conglomerati
calcarei, con
cemento colorato
dalle tinte del
rosso, esternamente
molto erosi che ci
ricordano il
complesso n. 7, 8
(Monte Affilano).
Similmente potremmo
ricordare altre
analogie che
lasciamo per
brevità.
Chiudo il presente
capitolo facendo
osservare la grande
diversità che corre
fra i tipi
litologici del
nostro Cretaceo e
quelli ben
conosciuti e
costanti
dell'appennino umbro
dello stesso
sistema. La mancanza
di fossili
determinati e le
differenze
litologiche rendono
impossibile
qualsiasi confronto.
IV. EOCENE
Anche questo sistema
è poco conosciuto
nella valle dell'
Aniene ed in quelle
vicine. Chi accennò
pel primo all'
Eocene fu il
Murchison (op.cit.).
Egli però vi
riferisce i calcari
sabbiosi o silicei,
bianco-sudici o
giallastri con
Nummuliti e con
Pettini ,
dimostrando con ciò
di ascrivere a
questa formazione
anche il macigno od
arenaria, come anche
si può rilevare
dalla sezione
geologica che
riporta nella stessa
pag. 208. Non
rinvenni Nummuliti
presso il Monte
Autore, dove dice di
averne raccolte il
dott. D. Seghetti
(op. cit.). Ben poco
aggiunse il Ponzi,
nei vari lavori
citati, che anzi
segui in tutto il
Murchison, come si
può vedere nella
sezione che fa
passare per Subiaco
nel suo lavoro
Sopra un cono
vulcanico rinvenuto
in Val di Cona, pag.
6. In altre
pubblicazioni,
occupandosi del
Pliocene o del
Quaternario, si
contenta di chiamare
tutte le altre
roccie col nome
complessivo di
appennine (vedi:
Dell'Aniene e suoi
relitti; tav.I). Il
Mantovani, sempre
sulle orme tracciate
dal Murchison e dal
Ponzi, ascrive i
calcari non
ippuritici ed il
macigno all' Eocene,
asserendo che vi si
trovano Nummuliti,
ma senza citarne le
località (op. cit.,
pag. 30-32). Lo
Zoppi (lav. cit.,
pag.15-15), non solo
parla dell' Eocene,
ma lo divide in tre
piani; in questi
sono riunite rocce
di epoca diversa.
L'autore però mostra
di essere occupato
solo dello studio
della permeabilità
del suolo. Il
Cacciamali studiando
poco dopo I'
Arpinate (loc. cit.)
comincia a mettere
lo studio
dell'Eocene di
quella regione sulla
buona via; ma la
mancanza dei
fossili, e più la
mancanza dello
studio di quelli
conosciuti, non gli
24
[212]
permettono di
distinguere nessun
piano. Il Meli
frattanto (loc.cit.)
avendo percorso la
valle di Licenza
sino ad Orvinio,
dove parecchi anni
or sono il Tellini
con lo scrivente
fecero una buona
raccolta di fossili,
ancora non
determinati, parla
degli strati
fossilireri eocenici
di quella regione.
Molte accurate
osservazioni vennero
fatte nella vicina
valle del Sacco dal
Viola, il quale,
negli ultimi suoi
lavori, cosi
distribuisce le
rocce, dall'alto in,
basso, nel sistema
eocenico:
l) Arenarie o
molasse prive di
fossili non calcari
a pettini e
nummuliti
intercalati;
2) Calcari
bianchi con breccioline
nummulitiche;
3) Calcari
cristallini privi di
fossili;
(Osservazioni
geol. fatte sul
Monti Ernici nel
1895,pag. 301).
Vedremo ben presto
come la successione
trovata nella valle
del Sacco non
corrisponda
perfettamente nella
vicina valle dell'
Aniene, e come le
rocce del gruppo
superiore debbano
far parte del
Miocene e non di
questo sistema.
Qui mi cade in
acconcio di
osservare che le
Nummuliti quando ,
sono piccolissime
quindi solo
discernibili al
microscopio, non
essendo possibile il
determinarle, non
rendono alcun
servizio allo studio
della cronologia.
Molte volte nelle
sezioni che ho
praticato nelle
rocce ho potuto
vedere sezioni più o
meno trasverse di
foraminiferi, che a
primo esame, si
sarebbero riportate
a piccole Nummuliti,
ma che, invece
appartengono, nel
maggior numero dei
casi, al genere
Polystomella od
affini. Era
necessario fare
questa avvertenza
perchè temo che
altri sia stato
molto corrivo nel
riconoscere questi
foraminiferi;
caratteristici dell'
Eocene solo quando
appartengono a
specie determinabili
del genere
Nummulites v' hanno
molti generi del
Cretaceo, dell'
Eocene, del Miocene,
del Pliocene e sino
viventi, che in
sezioni possono
confondersi col
genere proprio dell'
Eocene.
Alla stazione
ferroviaria di
Castelmadama trovasi
una roccia calcarea,
intercalata a strati
marnosi, ricca di
Nummuliti. Quivi il
Tellini estrasse la
placca dentale di
Diodon, che poi fu
descritta e figurata
dal Portis (Di
alcuni Gimnodonti
fossili italiani,
1889; pag. 8, tav.
V, figura 1-2).
Questi riconobbe per
nuova la specie e la
denominò:
Diodon-gigantodus,
Portis. In questa
circostanza il
Tellini raccolse
delle Nummulitidi,
di cui una specie ho
trovato determinata
dallo stesso
raccoglitore, col
nome di Orbitoides
Gumbeli, Seguenza.
Bartouiano: « Nelle
mie escursioni,
rinvenni, anche poco
sotto il paese di
Castelmadama, un
calcare, costituito
prevalentemente di
Nummulitidi
(versante dell'
Aniene). Molti sono
gli individui delle
poche specie, posso
citare :
[213]
25
Orbifoides Gumbeli,
Seg.
Orbitoides (Discocyclina,
Gilm) popyracea,
Boubè .
Orbitoides
stellata. d'Arch.
Con l'autorità del Portis, del Tellini
e con la presenza
delle forme ora
citate possiamo
asserire che il
Bartoniano si trova
nella valle dell'
Aniene. Questo piano
superiore dell'
Eocene possiamo
seguirlo più a monte
della stessa valle,
sempre con i
medesimi fossili,
sino alla stazione
di Cineto-Romano o
poco oltre.
Procedendo nella
valle vediamo
scomparire l'Eocene
fossilifero, mentre
lo troviamo
largamente
rappresentato nella
valle gola del
Licenza, nei
dintorni di Orvinio,
sino a Nespolo.
Ma tali regioni sono
molto lontane dal
Sublacense e
parecchie fuori
addirittura del
bacino imbrifero
dell' Aniene.
Similmente ricco di
fossili è l'Eocene
nelle vicinanze di.
S. Gregorio da
Sassola (Tivoli ),
dove trovai molte
località
fossilifere,
specialmente di
Nummulitidi. In
questa regione e nei
pressi di Orvinio si
dovranno fare serie
ricerche per la
distinzione dei
piani dell' Eocene,
i quali poi potranno
riuscire utili per
la conoscenza di
questo sistema
nell'alta valle
dell' Aniene. Presso
il Catino di Mandela
trovai un calcare
compatto, un poco
arenaceo, di colore
oscuro, con
frammenti di
Echinidi. Le sezioni
microscopiche
rivelano moltissimi
foraminiferi,
specialmente
abbondanti sono i
generi: Globigerina,
Textularia, Orbulina
e molte Orbitoides.
Queste ultime sono
estremamente piccole
ed indeterminabili.
L' assieme di questa
faunula e la
vicinanza delle
rocce riferite al
Bartoniano, ci fanno
riportare gli strati
allo stesso
Bartoniano od al
Parisiano.
E poiché si parla di
località fossilifere
non voglio
dimenticare le,
Nummulitidi trovate
sopra il paese del
Piglio (Valle del
Sacco), proprio
sotto dove trovasi
un piccolo lembo di
arenaria o macigno,
con le sottoposte
argille del Miocene,
cui alluse il Meli
(loc. cit.). Le
foraminifere sono
così mal conservate
e di diametro molto
piccolo, non
oltrepassando mai i
3 mm, che
riuscirebbe a vuoto
qualunque tentativo
di classificazione.
Ivi l'Eocene si
trova strettamente
connesso col
Cretaceo, passandosi
dall' uno all'altro,
quasi senza
avvedersene.
Pigliando la via che
mena al piano dell'Arcinazzo,
s'incontrano ben
presto i calcari con
Rudiste, che si
seguono poi sempre
sino alla Madonna
del Monte. Da quanto
si è esposto si
comprende facilmente
come l' Eocene della
valle dell' Aniene
sia, sprovvisto di
fossili.
(1) Proveniente
da questa località
ho potuto ammirare
fugacemente una
bellissima serie di
denti di un pesce,
probabilmente del
gen. Ptychodus. Fu
estratta dal calcare
cretaceo da Domenico
De Lumache conserva
troppo gelosamente
l’avanzo fossile.
26
[214]
I calcari che vi
appartengono formano
un complesso
considerevole e
quasi sempre con
indistinta
stratificazione. Il
calcare è compatto,
cristallino, spesso
breccioide, ricco
talvolta d' impronte
di conchiglie dei
generi Pecten ed
Ostrea, Nelle mie,
numerose escursioni
mi è sembrato di
trovare quasi
costantemente il
calcare compatto
inferiormente, ed il
breccioide
superiormente, cui
cronologicamente
dovrebbero forse
seguire le assise
che abbiamo ascritto
al Bartoniano ed al
Parisiano, Che il
Parisiano non manchi
nelle vicinanze di
Orvinio e di S,
Gregorio da Sassola,
pare che si possa
abbastanza
dimostrare con le
Nummulitidi trovate.
Infatti, sotto il
paese di Guadagnolo,
dalla parte di S,
Gregorio da Sassola,
raccolsi molti
foraminiferi, fra i
quali il più
frequente è la
Nummulites
perforata, d'Orb,
con una compagna che
probabilmente è la
N. lucasana, de
Franc. Questa
coppia, secondo il
Tellini (op. cit.
Nummul. pag, 22, 60;
tav. XIV, fig, 51),
rappresenta il
Parisiano inferiore,
non recherebbe
meraviglia che negli
strati superiori di
Guadagnolo e
Mentorella si
trovassero elementi
paleontologici che
provassero eziandio
la presenza dei
membri dell'
Oligocene. Questo
sistema però non
sarà certamente
molto sviluppato,
giacché in quell'
epoca dovèttero
avvenire molti m
ovimenti che
accennano ad uno
spostamento negativo
ciò è dimostrato dal
fatto che mentre le
masse eoceniche sono
intimamente unite
con quelle del
Cretaceo, da cui
talvolta
difficilmente si
distinguono, e con
esse sono spostate;
quelle invece
mioceniche sono
discordati sopra le
eoceniche. Simile
fatto trova perfetto
riscontro nelle
valli limitrofe.
La divisione da noi
proposta per questo
sistema, secondo il
Cacciamali (op.
cit.), è possibile
nell' Arpinate,
almeno per quanto
riguarda i due
membri inferiori. È
necessario però che
dichiari di non aver
veduto mai la
sovrapposizione
diretta delle roccie
ricche di
Nummulitidi sopra i
calcari breccioipi o
frammentari ; né di
potere dare per
costante la
succesione dei
calcari compatti con
quei frammentari ;
poiché questi ultimi
talvolta sembra che
si trovino molto in
basso, quasi a
contatto col
Cretaceo.
Laonde alle
divisioni inferiori
conviene attribuire
più un valore di
facies, che
strettamente
cronologico; ciò
però non toglie che
nel maggior numero
dei casi ci si
presentino le due
facies sovrapposte.
Diamo uno sguardo
sommario alle
roccie dei tre
piani, così intesi,
ed ai fossili che
contengono
1. La
separazione fra l'
Eocene ed il
Cretaceo, nel
maggior numero dei
casi, difficilmente
si può riconoscere.
Generalmente è il
calcare a
Sphaerulites che
diventa quasi non
fossilifero, Si
ritrovano però rare
impronte, sempre non
intere, di
conchiglie del
genere Pecten, la
cui specificazione
riesce sempre
impossibile.
[215]
27
In qualche luogo,
come presso Jenne,
R. Canterano, si
possono ammirare
delle splendide
sezioni di Briozoi e
raramente piccoli e
neri denti di pesci.
I denti sono
indeterminabili e la
raccolta è più
facile lungo il
tratto di via
carrozzabile, che
unisce Canterano e
R. Canterano. I
maggiori
ravvicinamenti sono
appunto con le
specie frequenti nel
basso Eocene. L'
erosione rende la
superficie dei
calcari ruvida per
una moltitudine di
granelli che
resistono
maggiormente
all'erosione e che
si debbono ritenere
come frammenti di
fossili
irriconoscibili.
Tuttavia potei
osservare
chiaramente qualche
sottile radiolo di
echino e qualche
pessimo scheletro di
foraminifero. Il
calcare è compatto,
cristallino, bianco.
Difficilmente fa
riconoscere la
stratificazione. Dà
luogo a montagne
rocciose, brulle,
scoscese, ricoperte
parzialmente da un
gramo terriccio,
costituito dalla
solita argilla
rossa. Localmente
presenta brecce
endogene, ma di
piccola estensione,
le quali danno
origine a piccole
caverne. Quando la
stratificazione è
visibile, si mostra
sempre facente un
angolo abbastanza
sensibile con
l'orizzonte e non
costante nella
direzione. Al
microscopio si
manifesta costituito
da elementi
cristallini non
terminati e da
residui fossili
indecifrabili.
2. L'altra facies,
più che termine
superiore, è
costituita da una
breccia, che quasi
sempre è fortemente
cementata, mentre
altra volta è
riunita da tenue
adesione. I
frammenti, che sono
delle forme più
svariate, ci celano
totalmente la
stratificazione. La
roccia ovunque
mostra segni di aver
subito molti
movimenti. Sono
quivi frequentissime
le impressioni di
conchiglie dei
generi Pecten ed
Ostrea. Ne ho
raccolti moltissimi
esemplari da varie
località, ma
specialmente presso
Subiaco, nel tratto
che dal Salvatore
mena al Ponte S.
Mauro, lungo la
provinciale. Ne
raccolsi anche
presso Jenne e Trevi:
fuori della nostra
valle a Camerata
Nuova, e nelle
vicinanze di
Tagliacozzo. Sono
rari gli esemplari
che ci mostrano le
orecchiette essendo
tutti mutilati dalle
fessure della
roccia. Vi sono
piccoli e grandi
individui, di quelli
poveri di coste ed
altri con
numerosissime.
Quantunque non sia
riuscito a
determinarne, con
certezza, neppure
una specie, tuttavia
le maggiori analogie
sono per le specie
dell' Eocene. Questi
avanzi, senza
dubbio,
meriterebbero uno
studio monografico
speciale, essendo
simili avanzi
frequenti in tutto
l'Eocene dell'
Appennino centrale
ed in Calabria.
Anche il Mayer-Eymar
di Zurigo non poté
che indicare alcune
somiglianze sopra
fossili raccolti dal
Viola. (Osserv. geol.,
Val Sacco; op. cit.,
pag. 8). Mi permetto
di dire che non
trovo giusti gli
apprezzamenti del
nominato professore,
essendo le forme da
lui indicate quasi
tutte proprie del
Miocene, come
osservò anche lo
stesso Viola. La
stessa sorte dei
Pettini, la dividono
le Ostriche, infatti
queste si trovano
sempre in stato
frammentario, ed
alcune di tali
dimensioni (presso
S. Benedetto -
Subiaco) da far
pensare alla O.
crassissima, Lk. che
frequentemente si
trova in questo
sistema.
28
[216]
In moltissime
sezioni
microscopiche non ho
mai potuto
osservare, certe
Nummuliti che anche
in poche località,
quantunque altri le
abbia di frequente
menzionate. Non è
possibile formarsi
un concetto concreto
della potenza di
questi calcari a
causa della nascosta
stratificazione e
perchè non si
possono dividere
facilmente dal
calcare compatto
dello stesso
periodo. L’erosione,
dove affiora questa
roccia, è fortissima
ed accumula detriti
di falda alcune
volte abbastanza
considerevoli.
Presso il Pertuso d'
Affile,
interstratificato al
complesso di strati
in parola, ne ho
rinvenuto uno, di
tenue potenza,
costituito da molti
minuti ciottoletti
arrotondati, di
calcari più antichi,
cementati da un
calcare tanto
organogenico da
farmi credere alla
presenza di
Lithothamnium, di
quelli a struttura
non molto regolare.
Nella stessa
località rinvenni,
erratico, un
ciottolo che sembra
contenere una
discreta quantità di
Manganese.
3. Nelle vicinanze
di Subiaco manca
certamente il membro
superiore della
formazione, con i
caratteristici
fossili, come si
trovarono nel tratto
Mandela –
Castelmadama Cineto
Romano. Il calcare a
Pecten, nella parte
superiore potrebbe
rappresentarlo, come
formazione eteropica,
ma isomesica e
sincrona. A ciò
siamo indotti
riflettendo alla
grande potenza di
questo calcare ed al
fatto dello
spostamento
negativo,
generalmente
accettato, nel
periodo oligocenico.
Non saprei dire se
si possa ammettere
un denudamento
generale di queste
rocce, che mi sembra
molto inverosimile
per molte ragioni.
Nelle località già
due volte citate, i
calcari nummulitici
sono intercalati con
altri più argillosi,
di colore
azzurrognolo. Anche
queste assise
mostrano di aver
subito molte
pressioni e
spostamenti. Con
molte escursioni si
potrebbe forse
accertare il
rapporto, cui ho
fatto cenno
anteriormente.
Parlando del Monte
Affilano abbiamo
accennato allo
strato n. 5, (pag.
20 [208]) che ci
sembrava il punto di
passaggio fra le due
formazioni, e ciò è
stato stabilito in
base alla presenza
della Orbitoides
dilatata, forma
comune nell' Eocene
dell' Appennino
centrale. A questo
strato (Palombino)
immediatamente
superiore a quello
della pietra di
Subiaco, seguono
altri strati,
litologicamente
svariati e tutti
appartenenti all'
Eocene, come si è
già veduto. E poiché
a questi paragonammo
quelli che si
trovano presso
Jenne, quindi
anch'essi debbono
essere ritenuti per
eocenici. Il calcare
bianco-latteo,
corrispondente al
Palombino, alle
pendici di Monte S.
Antonio (Jenne) si
mostra quasi
esclusivamente
costituito da
Briozoi, da
Foraminiferi e da
piccoli
[217]
29
pezzetti di
Sferuliti. È stato
di frequente
osservato questo
fatto, specialmente
dal Cacciamali e dal
Viola, nelle regioni
vicine. Gli strati
eocenici sono spesso
fatti a spese delle
preesistenti rocce
cretacee.
Le rocce certamente
riferibili a questo
periodo sono anche
quelle che
s'incontrano prima
di arrivare, venendo
da Subiaco, a Trevi
e quelle delle
vicinanze di Rojate.
Finalmente debbo
ricordare una roccia
calcarea, sopra cui
è fondato Cerreto
Laziale, di cui l'
erosione
superficialmente ne
forma
parallelepipedi, con
due ,facce molto
estese, che
probabilmente sono
quelle parallele
alla
stratificazione. L'
energica erosione fa
riconoscere una
quantità di
frammenti, che
probabilmente vanno
riferiti a fossili,
ma d' incertissima
determinazione.
Rarissimi sono i
piccoli denti conici
di pesci, che
sembrano doversi
riferire al genere
Chrysophrys. Dalle
moltissime sezioni
microscopiche ho
potuto vedere gusci
dei generi:
Globigerina,
Operculina, Robulina,
ed altri.
V. MIOCENE.
Il Miocene
fossilifero si
credeva che mancasse
assolutamente
nell'alta valle
dell'Aniene. Ho la
somma ventura di
dimostrarne non
solamente la
presenza, ma ancora
la divisione in
diverse zone
batimetriche,
documentate da molti
fossili
caratteristici. È la
formazione che
occupa specialmente
la regione delle
colline, senza però
mancare nella
regione montuosa.
Non è questo il
luogo per vagliare
le svariate opinioni
che si hanno intorno
a questo sistema,
specialmente per ciò
che riguarda la sua
divisione. Ora basta
ricordare come, per
merito di molti
insigni geologi, i
piani del Miocene
abbiano un valore
batimetrico, più che
cronologico. Pareto,
suddividendo il
Miocene in
Langhiano, Elveziano
e Tortoniano, nella
valle della Scrivia
e del Tanaro, fece
una vera e giusta
distinzione
cronologica; ma non
potevasi
generalizzare per
tutte le località,
come fece Il Mayer
ed altri.
In Italia spetta al
De Stefani il,
merito di aver
dimostrato questa
verità: (Les
terrains tertiaires
superieurs du bassin
de la Mediterranee.
Liege, 1893, pag. 25
e segg), Infatti il
Fuchs e gli altri
geologi austriaci e
molti italiani,
ritengono come
dimostrata
l'equivalenza
cronologica del
Tortoniano e
dell'Elveziano;
mentre che le
differenze debbono
essere attribuite a
diversità
batimetriche. A
questo complesso dal
Suess fu dato il
nome di Seconda età;
del Mediterraneo. Il
De Stefani poi (op.
cit,) sincronizza il
Messiniano primo,
il Tortoniano,
l'Elveziano ed il
Langhiano.
30
[218]
l
Miocene superiore ci
dispensa di
parlarne. Similmente
possiamo dire del
Miocene inferiore.
Quest'ultimo in
Italia, dove è
rappresentato, ci
presenta strati
continentali, con
fossili d’acqua
dolce e terrestri.
Da ciò si può
desumere come il
continente italiano
durante quei tempi
doveva essere in
gran parte emerso. A
questo periodo
successe uno
spostamento
positivo, durante il
quale si depositò il
Miocene medio,
offrendo la
possibilità delle
svariate deposizioni
a causa delle
diverse zone
batimetriche. È
questo ,il periodo
che riconosciamo
ampiamente
rappresentato nella
nostra valle con
parecchie facies
litologiche e
paleontologiche.
Quantunque la fauna
litorale, marina,
non sia molto
chiaramente
sviluppata, pure vi
troviamo i
rappresentanti, che
però sono uniti a
forme che
caratterizzano
meglio la zona delle
Laminarie ( m.
20.200 ). Infatti la
fauna è
esclusivamente
marina ed i
materiali sono
scarsi,
conglomerati, sabbie
e calcari costituiti
in prevalenza da
organismi
macroscopici. Ivi
prosperano i
Protozoi, i Pettini,
ecc. È questo il
periodo che Mayer
chiamò Elveziano e
Pareto Serravalliano,
il Fuchs zona dei
calcari di Leitha e
gl'italiani calcare
di Rosignano. A
questa zona
riporteremo il
calcare conchigliare
di Affile. Anche la
zona coralligena è
rappresentata coi
suoi caratteri
intermedi alla
precedente ed alla
seguente. Il nome
gli fu conferito
dallo sviluppo dei
coralli. Il Pareto e
Mayer la
denominarono
Tortoniano. Le
località fossilifere
presso Tagliacozzo
credo che
rappresentino, nella
vicina valle, questa
zona batimetrica,
eteropica.
Disgraziatamente la
fauna delle zone più
profonde è meno
determinata, potendo
andare dai m. 200
sino alle maggiori
profondità. Queste
formazioni Pareto e
Mayer chiamarono
Langhiane, ed il
Fuchs giustamente
sincronizza con lo
Schlier del bacino
di Vienna. A questo
deposito eteropico
ascriviamo le
argille indurite,
che sogliono
mostrarsi sotto le
arenarie in
moltissime località
della nostra valle e
principalmente
presso Subiaco.
Per studiare questa
formazione sono
stato costretto ad
allargare le mie
escursioni fuori del
lungo e stretto
bacino dell'alto
Aniene, per poterla
rintracciare nelle
valli limitrofe come
quella del Salto,
Turano e Sacco. In
queste ho rinvenuto
roccie ,e fossili
identici a quelli
della nostra
regione, per modo
che la geologia di
quelle valli è
geologia della
nostra. Per non
allontanarmi di
troppo mi
contenterò, a
maggiore chiarezza
del presente studio,
nominare solo le
zone e le località
dove le rinvenni,
chiedendo venia se
ho creduto utile di
trattenermi un poco
sulla interessante
fauna che trovai
presso Tagliacozzo,
nella valle del
Salto.
[219]
31
Il Miocene nella
nostra valle, dove
si può seguire nella
completa successione
petrografica, ci si
presenta
inferiormente con un
calcare arenaceo,
oscuro, abbastanza
potente. Negli
strati s' incontrano
di frequente molti
cilindri, già
creduti Fucoidi, che
alcune volte da soli
costituiscono quasi
totalmente la
roccia. In qualche
località non sono
rari gli
Echinodermi.
Intercalati a questi
strati si trovano
altri ancora più
calcarei. Nella
parte superiore del
complesso di strati
la natura litologica
accenna a cambiare
divenendo gli strati
più argillosi, per
cambiarsi finalmente
in veri galestri od
argille marnose
indurite, molto
analoghe a quelle
omonime dello
Schlier di Bologna
ed Ancona. Questi
strati, quando
divengono ricchi di
argil1a, si
riscontrano
infarciti di
Foraminiferi e con
Pteropodi e con
qualche
Lamellibranchio,
quasi sempre
indeterminabile. In
molti luoghi, come
diremmo, vengono
sfruttate per la
fabbricazione dei
laterizi. Seguono
agli strati
argillosi quelli di
arenaria o mollassa
o macigno. Negli
elementi più bassi
s' incontrano di
frequente
intercalati strati
argillosi, i quali
poi con maggiore
rarità li
riscontriamo in
tutta la potenza di
questa roccia.
L'estensione di
questo materiale
entro la nostra vane
è grande. Ne
troviamo due
piccolissimi lembi a
valle ed a monte di
Trevi: uno alle
pendici
settentrionali di M.
Sant' Antonio
(Jenne), lungo il
piano dell'Arcinazzo
se ne incontrano
parecchie zolle, che
fanno capo al bacino
che si protende
verso Rojate, sotto
Bellegra, si allarga
verso S. Vito
Romano, Pisoniano,
Ciciliano, per poi
ritornare nella
direzione di R.
Canterano. Di qui
passa nella valle
propria dell'Aniene
sino a Marano Equo,
nella riva sinistra.
Alla destra poi da
Subiaco, elevandosi
parecchio, corre
sino ad Agosta ed a
Mandela. Andando a
valle ritroviamo il
macigno presso
Arsoli, il quale poi
collega questo
bacino con quello
del Turano e del
Salto, dove è
abbondante tale
materiale. Frequente
è pure nella valle
del Sacco, dove
sulla sinistra forma
una serie di
colline, sopra cui
riposano i paesi
Ferentino, Paliano
ed Anagni. Queste
arenarie contengono
spesso piccoli
filoni di lignite
picea, compatta a
frattura concoide.
Il Meli (op. cit.)
valuta la potenza
delle arenarie a
circa m. 100, sotto
Canterano. È
difficile
riconoscere la
potenza di questa
roccia a causa delle
molteplici
ondulazioni che la
rendono oscurissima.
Certamente, però,
sembra più potente
di quello che è in
realtà. Le arenarie
sono tenere
superficialmente e
giallognole ;
grigiastre e
compatte negli
strati profondi. In
alcuni punti, come
da S. Vito a
Pisoniano, la
stratificazione è
così perfetta a
causa
dell'orientazione
della Mica, che le
tavole che
facilmente se ne
ottengono sono
impiegate per
copertura o per
lastre da parapetti,
ecc. Il cemento che
tiene riuniti i
diversi granelli è
marnoso.
32
[220]
In molti casi manca
addirittura il
calcare arenaceo, o
se ne trova uno più
compatto e meno
ricco di fossili,
sempre però di
minore potenza.
Altra volta è
sostituito da un
sottile strato di
conglomerato
poligenico, al quale
seguono i galestri e
le arenarie. Spesso
mancano anche i
conglomerati e vi
troviamo uno strato
calcareo - marnoso,
giallognolo,
arenaceo con molti
fossili, che per
divenire più ricco
di argilla passa ad
argille indurite.
Finalmente possiamo
trovare le arenarie
o molasse
discordantemente
adagiate sopra i
calcari più antichi.
E poiché col De
Stefani ed altri
considero questi
materiali nel
secondo piano
Mediterraneo, con un
valore batimetrico e
non Cronologico,
come sedimenti
sincronici ed
eteropici, quindi,
più che la
descrizione dei
diversi piani, stimo
opportuno parlare
delle sezioni
geologiche, che mi
sono sembrate più
interessanti dal
punto di vista
paleontologico.
A. La prima località
in cui ho potuto
raccogliere fossili
certamente
appartenenti a
questo sistema e
specialmente alla
parte media, trovasi
nel territorio di
Sambuci, al Quarto
di Giovanzano, negli
strati calcarei, e
calcareo arenacei,
con i pseudo
-fossili cilindrici.
Gli strati si
trovano nella valle
del fosso Fiumicino
e si seguono poi
alla Mentorella,
dove hanno quasi la
stessa e forte
inclinazione verso
N. - E. Il calcare
al microscopio si
mostra infarcito di
gusci calcarei di
Foraminiferi, fra i
quali predominano i
generi: Globigerina, Polystomella, ecc. I
fossili macroscopici
che vi ho trovato
appartengono agli
Echinodermi, fra i
quali lo Spatangus
austriacus, Laube,
caratteristico della
formazione dello
Schlier, secondo il
Suess. Laonde questa
roccia deve entrare
a far parte del
Miocene medio e deve
essere tolta
all'Eocene medio cui
era stata riferita.
Inoltre :
Spatangus
austriacus, Laube.
Pericosmus latus,
Herklot.
Echinolampas
Mazzettii, n. sp.
Scutella sp.
Chi da Pisoniano
muove per ascendere
l' antico e storico
santuario della
Mentorella,
percorrendo
l'alpestre sentiero
che guadagna la cima
incantevole di
Guadagnolo, incontra
prima le arenarie,
poi queste in banchi
più potenti ed a
grana più grossa e
più calcarei,
finalmente argille
indurite grigie, che
alla pianura
permettono
l'estrazione per
laterizi.
Gli ultimi, cioè i
più profondi strati
di arenaria ci
offrono molte vene
spatiche, che col
loro bianco spiccano
nettamente sul
grigio della roccia,
attestando i
movimenti subiti da
quegli strati. Le
arenarie sono quasi
costantemente
inclinate verso
Gerano, come le
roccie sottostanti.
[221]
33
Prima di cominciare
l'erta via, proprio
vicino agli strati
argillosi
intercalati ai
calcari, sottostanti
all'arenaria,
rinvenni un grosso
esemplare di
Heliastraea
ellisiana, de Franc
che è forma da tutti
ritenuta propria del
Miocene
B. Lasciamo la
valle dell' Empiglione e del Rio
per occuparci del
primo giacimento di
strati argillosi ed
arenacei che
incontriamo,
risalendo la valle
dell' Aniene,
propriamente detta.
Sopra quest'assise
di strati riposa
discordantemente il
conglomerato
calcareo, più o meno
cementato, su cui è
fondata Mandela. La
formazione fu
attribuita al
Pliocene antico; ma
la fauna che ebbi la
ventura di
rinvenirvi l'ascrive
certamente al
Miocene, anzi a due
facies speciali del
Miocene medio.
Alla località
Frattocchie vi è
un'antica cava di
argilla che,
quantunque non
facilmente
digeribile
nell'acqua, pure fu
estratta per
laterizi, ivi trovai
una fauna che se non
è ricca in specie,
però sono esse
abbastanza
caratteristiche. La
potenza degli strati
argillosi oltrepassa
appena 3 m. Non ho
potuto riconoscere
né la direzione, né
la pendenza della
stratificazione:
tutto però fa
supporre che i due
elementi siano
comuni agli strati
d'arenaria
sovrastanti.
Raccolsi pure
fossili in uno
strato argilloso
identico al primo,
ma in una maggiore
altitudine, proprio
sulla via Pozzo,
dove questa riceve
la via del Colle,
Seguono
superiormente gli
strati di macigno od
arenaria, in banchi
più o meno potenti,
con strati
alternanti un poco
più argillosi, ma
che costantemente
inclinano verso S.
O. di 35°.
Sotto il paese di
Mandela e
precisamente, nel
podere comunale
coltivato da
Alessandri Attili
(colle
Cappelluccio), gli
strati divenuti più
calcarei,
racchiudono una
bellissima fauna di
Eriozoi, molto
caratteristica, per
quanto possono
essere simili faune.
Infatti vi troviamo
due specie che
indicano molto
chiaramente la
facies tortoniana,
mentre le altre
servono molto bene a
dimostrare che la
roccia deve
attribuirsi a
Miocene medio.
Una sezione al
microscopio mi aveva
mostrato, oltre a
moltissime sezioni
di Eriozoi, parecchi
tagli di gusci di
Foraminiferi, fra i
quali uno pareva
dovesse appartenere
al gen. Nummulites.
Un più accurato
esame dimostrò la
pertinenza al gen.
Polystomella.
Un'altra sezione
studiata ha
confermato la
presenza dei gen.
Globigerina,
Robulina,
Texstularia,
Amphystegina ed
Orbitoides. Le forme
di questi generi
citati non infirmano
le conclusioni
cronologiche da noi
proposte. Diremo
prima delle forme
trovate nelle
argille (a) e poi di
quelle delle
arenarie calcaree
(b).
34
[222]
a). Balantium
pedemontanum, May (Cleodora);
Carinaria Hugardi,
Bell; Vaginella
depressa, Daud;
Teredo norvegica,
Spengler; Malletia
cfr. Catarini,
Appelius; Lepas
mallandriniana, Seg.;
Foraminiferi dei
generi: Globigerina,
Textularia,
Polystomella.
b).
Scrupocellaria
elliptica, Reuss;
Onychocella angulosa,
Reuss; Melicerita
fistulosa, Lin;
Melicerita Johnsoni,
Busk; Schizoporella
Polyomma, Reuss;
Smithia exarata, M.
Edw.; Idmonca
disticha, Goldf.;
Escura porosa, M.
Edw.
Tali fossili
dimostrano
chiaramente il
riferimento fatto al
secondo piano
Mediterraneo (pars.
Suess).
C. Veniamo ora alla
regione Sublacense.
Nel 1892, tratto in
inganno dalle
argille di Mandela,
da altri riferite al
Pliocene antico,
riconobbi nelle
argille del sobborgo
di S. Martino,
presso Subiaco, ed
in altre località
prossime alla stessa
città e sopra Marano
Equo, gli stessi
caratteri e per
questo le riferii
tutte al Pliocene
più profondo. Erano
le prime armi in
geologia e non debbo
quindi scusarmi di
molto. Ben presto mi
avvidi dell'errore,
nel quale però erano
meco caduti il Meli
ed il Seghetti, come
si può rilevare dal
Portis: ( Contrib ,
voi. II, pag. 98).
Nella prima
circostanza
favorevole feci
ammenda (Bollett.
Soc. geol. ital.,
fasc. III del volo
XV, 1896°). Nelle
molte escursioni che
ultimamente dedicai
alle vicinanze di
Subiaco potei
finalmente scorgere
la posizione
dell'argilla,
rispetto agli strati
sopra e sottostanti.
|
|

FIG.
2ª
|
1. Calcari bianchi,
cristallini, compatti,
ridotti ad una breccia,
a piccoli elementi,
facilmente separabili.
Si osservano molte
impronte di Pecten, e
frammenti di Ostrea. Non
fa riconoscere la
stratificazione. È
attraversato da larghi
piani litoclasici ed è
stato riferito all'
Eocene.
[223]
35
2. Uno straterello
di 2 o 3 m. di
potenza si adagia
sopra i calcari,
senza però poterne
riconoscere il
rapporto
stratigrafico, che
probabilmente deve
essere discordante,
È un calcare di
color roseo -
oscuro, in cui
spiccano miriadi di
frammenti di
conchiglie
calcificate.
Macroscopicamente vi
ho potuto scorgere
il predominio delle
Bivalvi e
specialmente i gen.
Pecten, Cardium,
ecc, Al microscopio
poi, oltre ai
detriti conchigliari,
molti Foraminiferi,
fra i quali il gen.
Polystomella ed il
gen. Numulites.
Spero che ulteriori
ricerche diano
miglior materiale
paleontologico.
3. Seguono, pare concordantemente,
gli schisti bigi -
oscuri, con rari
Pteropodi. Non sono
digeribili
all’acqua, dove
conservano anche per
molto tempo gli
angoli acuti. Furono
estratti per la
fabbricazione del
cemento. La potenza
si avvicina a circa
m, 10. Anche ad
occhio nudo si
vedono molti
Foraminiferi, fra
cui più abbondanti
sono quelli del gen.
Globigerina e l'Orbulina
universa che
acquista grandi
dimensioni. Vi si
osservano
impressioni che si
potrebbero riferire
a piante fossili.
4. Sempre con la
stessa direzione ed
inclinazione si
trovano
superiormente le
argille che
contengono parecchi
fossili di mare
profondo. Le argille
sono sfruttate da
due fornaci per
laterizi quantunque
per essere digerite
dall'acqua
richiedano una lunga
esposizione all'aria
ed una triturazione.
È il materiale
cronologicamente
uguale a quello
adoperato per lo
stesso scopo in
quasi tutta la valle
dell'Aniene ed in
quelle limitrofe. L
'argilla è azzurra,
tenace, molto ricca
di calcare, come lo
dimostra la viva
effervescenza che vi
sveglia l'acido
cloridrico. La
frattura è
schiettamente
concoide, mentre i
materiali n. 3 erano
schistosi.
Avevo nutrito
speranza che le
argille della
fornace Gori
avessero dato
fossili migliori di
quelli che mi era
stato dato possedere
nel 1892.
Purtroppo le
continue mie
ricerche non hanno
fruttato nulla di
meglio. Ho però
avuto campo di
riguardare le specie
trovate e di trovare
molti modelli di
molluschi, che
disgraziatamente
sono sempre in
pessime condizioni,
da non dare neppure
la possibilità di
una lontana
specificazione. Ecco
adunque l' elenco
finale dei fossili
finora trovati nelle
argille,
presso Subiaco.
Le specie di
Foraminiferi
potrebbero
probabilmente
crescere in numero;
ma esse sono
generalmente così
poco utili per i
riferimenti
cronologici, che non
ho procurato di
aumentarne l'elenco
che ne diedi nel
1892. Esse sono:
Haplophragmium
globigeriniforme,
Parker et Jones;
Globigerina
bulloides, d'Orb; G.
bulloides var.
trilobata, Reuss; G.
bilobata, Orb. ; G.
helicina, d'Orb. ;
G. conglobata,
Brady; G. digitata,
Brady; Orbulina
universa, D'Orb.,.
O. porosa, Terquem;
Discorbina
globularis d'Orb,;
D. turbo, d'Orb.,.
D. arcuata, Reuss;
36
[224]
Trucatulina
humilis, Brady;
Pulvinulina Soldani,
d'Orb.; P.
canariensis, d'Orb.;
Rotalia Beccarii,
Lin. ; Amiphistigina
rugosa, d' Orb.
Radioli di Echini.
Cleodora cfr.
pyramidata, Lin.
Balantium cfr.
pedemontanum May.
Vaginella depressa,
Daud.
Cuvieria cfr.
intermedia, Bell.
Un pessimo modello
di Gasteropodo, ben
turricolato,d'impossibile
determinazione.
Molte impronte e
modelli interni di
Tellina, d' incerto
riferimento,
specifico.
Teredo norvegia,
Spleng.
Nuclei di Modiola o
Mytilus.
5. Le argille
lasciano il posto
alle arenarie ; ma
fra gli strati più
inferiori di queste,
sono intercalati
strati argillosi.
Del macigno od
arenaria o mollassa
parlarono il
Murchison, Brocchi,
Ponzi e Meli, ecc. ;
quest' ultimo dà i
migliori
particolari. Gli
strati per una larga
estensione si
mostrano
perfettamente
concordanti e
pendenti verso N. –
O. di 300° circa.
Poco sopra la
fornace Gori ho
trovato straterelli
sottili che
contengono pessime
impressioni di
foglie; simili
avanzi trovai presso
il palazzo Moraschi.
Il Mantovani ( op.
Cit. pag. 31-32)
dice che nelle
ligniti, presso
Rojate, ha
riconosciuto nelle
impronte molte
specie diverse dagli
attuali generi:
Quercus, Salix,
Chamerops, Pinus,
Taxus, Larix. Le
impronte sono
giallo-ruggine ed
appena fanno
conoscere la forma
della foglia. Mi è
stato impossibile di
raccogliere alcun
che di determinabile
pure sotto l'
abitato di Affile,
dove le ho trovate
più frequenti e
meglio conservate. È
una roccia sterile
di fossili, tolti
questi pochi avanzi
di vegetali
indecifrabili, e la
fauna di Briozoi
trovata presso
Mandela, di cui già
si diede conto.
6. Conglomerato che
giace discordante
sopra l'arenaria
miocenica, di cui
parleremo a suo
tempo.
D. Presso Affile e
propriamente nella
vigna Ciuffa, sotto
il Camposanto, ho
trovato un calcare
esclusivamente
costituito da
conchiglie marine,
non ben conservate.
Sono quasi sempre
modelli interni, che
però spesso
portanoaderente
parte della
conchiglia. Nel
calcare si trova
sparso in venuzze un
minerale
verde-oscuro, che
con ogni probabilità
è Glauconite. Le
specie sono
caratteristiche del
Miocene e nettamente
riuniscono i calcari
di Affile con quelli
di Leitha come or
ora dimostreremo.
Anche qui la
disposizione dei
materiali è uguale a
quella dei dintorni
immediati di
Subiaco.
[225]
37
Sono i calcari n. 2,
che divenuti un poco
più potenti ci
presentano fossili
determinabili. Sopra
vi giacciono le
argille indurite,
come si vedono sotto
il Cimitero, e nel
Fontanile,
nell'altro versante
sul principio della
valle che conduce ai
piani di Arcinazzo.
A queste poi seguono
le arenarie, che
s'incontrano in
parecchie riprese
nella stessa valle.
Ma dove ciò si
scorge chiaramente è
nella vallecola,
chiamata Bagnoli,
che s’apre da Affile
a Subiaco, alle
pendici del Monte
Affilano e delle
Fratte d' Affile. Lo
stesso paese riposa
sopra l' arenaria
che non
interrottamente si
distende sotto
Rojate, Bellegra, S.
Vito Romano,
Pisoniano, Gerano,
Rocca Canterano,
Canterano.
|
|

FIG.
3ª
|
Fra le arenarie ed i
calcari sotto stanti
troviamo le argille
indurite, che essendo
più facilmente erodibili
formano il fondo dei
Bagnoli. Infatti il
Fosso Bagno, vi si è
scavato il suo letto,
mettendo in evidenza l'
inclinazione degli
strati di circa 25°
verso N. - O. Quivi la
potenza delle argille
indurite è di m. 12.
Parecchie fornaci vi
prendono la materia
prima. Sotto l' abitato,
nei primi strati di
arenaria, cioè, nei più
profondi, rinvenni
parecchi inclusi
ciottoliformi, alquanto
alterati, dell' argilla
sottostante. Nelle mie
escursioni potei
raccogliere scarsi
avanzi di fossili, come
specie appartenenti ai
generi: Vaginella,
Cuvieria, Globigerina,
Orbulina, ecc.. A S.
Erasmo ho trovato un
modello interno di
bivalve, che è uguale a
quelli racolti presso
Subiaco appartenente al
gen. Tellina.
38
[226]
Sul posto, ai Bagnoli,
ho rilevato la sezione:
(Fig. 3) che presènta la
stessa successione.
1. Calcare bianco,
cristallino compatto ad
impronte di Pecten.
2. Calcare arenaceo,
roseo, con fossili non
determinabili.
3. Schisti marnosi, con
impronte riferibili a
Fucoidi.
4. Argille indurite.
5. Arenarie, o macigno,
o mollassa.
Le argille con gli
schisti marnosi
oltrepassano i m. 20 di
potenza. Ho procurato di
scorgere i rapporti fra
il calcare (1) e gli
altri materiali; ma mi è
riuscito impossibile
tale constatazione a
causa della
fratturazione profonda
della roccia. Credo però
che vi sia sempre una
discordanza ben forte,
che del resto molte
volte è anche provata
dal fatto che l'elemento
(2) è un conglomerato
poligenico, calcareo, ad
elementi anche un poco
grossi (mm. 5° di
diametro) ; ciò che
costituirebbe una
traccia sicura dell'
erosione e quindi un
documento di spostamento
positivo, seguito da un
negativo. Le forme che
finora ho raccolto nella
vigna Ciuffa, sono le
seguenti. Il calcare
ridotto a sezioni
microscopiche presenta
molti foraminiferi.
Oltre ai soliti generi,
ricordo la presenza
dell' Amphistegina, che
potrebbe far credere
alla presenza del gen.
Nummulites.
Flabellulm sp.,
Cribrillina radiata,
Moll. sp.; Pecten cfr.
Karalitanus, Meneg; P.
cfr. aduncus, Eickw; P.
sp.; Ostrea lamellosa,
Brocchi; O. digitalina,
Dub.; Teredo, norvegica,
Splen.; Venus cfr.
deleta, Michtti;
Cytherea erycina, Lin;
Cardium n. sp. ; Modiola,
sp. ind. ; Ficula
condita, Brong sp.
Non fa mestieri
spendere molte parole
per dichiarare che la
fauna ora descritta
pone, senza dubbio, la
formazione d' Affile fra
quelle del II Piano
Mediterraneo, cioè nel
Miocene medio. Riguardo
poi alla facies già
dicemmo a suo luogo.
Ulteriori ricerche spero
che mi procacceranno una
più larga rappresentanza
di forme mioceniche; che
serviranno a permettere
l' istituzione di
confronti con faune già
cronologicamente ben
conosciute. Finora
possiamo stabilire un
confronto, ben fondato,
col calcare di Leitha e
con tutti i giacimenti a
questo sincroni.
E. Per maggiore
intelligenza del Miocene
della valle dell' Aniene,
è necessario che apra
una digressione intorno
a quello della valle
dell'alto Turano e
Salto. Queste valli per
la costituzione
geologica rispecchiano
perfettamente quella
dell' Anio. Infatti al
calcare bianco,
cristallino, compatto,
ridotto a breccie, con
molte impressioni di
Pettini, spettante
all'Eocene, vi riposano
discordantemente sopra i
sedimenti miocenici. L'
arenaria (Colli di
Monte, Bove)
[227]
39
riempie le valli del
Turano alto e del
Salto. La
successione degli
altri materiali è
identica, come si
può osservare vicino
al Casello
ferroviario più
prossimo alla
stazione di
Tagliacozzo (Fig.
4a) ed a mezza via
fra Tagliacozzo e S.
Marie (Fig. Sa).
Questa ultima
sezione è normale
alla direzione della
strada carrozzabile.
|
|

|
I numeri nelle due
sezioni rappresentano
gli stessi materiali :
1. Calcare, bianco,
cristallino, con
impronte di Pettini.
Eocene.
2. Calcare frammentario,
conglomeratico, con
detriti di fossili.
Miocene.
3. Calcare sabbioso,
giallognolo, a
Glauconite, con fossili.
4. Argille indurite,
schistose, con impronte
riferibili a Fucoidi.
5. Arenaria, macigno o
mollassa, con piccoli
lenti di lignite;
identico materiale a
quello della valle alta
del Turano e dell'
Aniene. Miocene.
Appunto in quest' ultima
località nello strato
(3) ho trovato una fauna
importante, che merita
di essere conosciuta, a
causa del chiaro
riferimento batimetrico
che ci permette di
stabilire. Il Verri, in
quelle contrade, già
aveva rinvenuto qualche
carso avanzo di fossili.
(Alcune note sui
terziari e quaternari
del bacino del Tevere.
Atti d. Soc. Ital. di
Sc. Nat. Milano,
1879-80). Passiamo alla
enumerazione dei
fossili:
Balanophyllia praelonga,
Michtti; Trochocyathus
crassus , Michtti;
Flabellum acufum E. H.;
Cidaris cfr. papillata,
Leske; Pecten Malvinae,
Dub.; P. cfr. spinulosus,
Munst; P. sp.; Ostrea sp.;
Teredo sp.;
Bostricophyton
Pantanellii, Squin.;
Chondrides affinis,
Sternb.
La cattiva
conservazione non
autorizza a togliere il
dubbio sulla
determinazione che
propongo per due
vegetali fossili.
Nell'arenaria si trovano
molti cilindri
schiacciati di varie
dimensioni, che si
potrebbero riferire
ad alghe e
40
[228]
specialmente alla
Saportia striata, Squin.
(op.
cit., pag. XX,
tav.
D. fig. 8; tav.
E.); ora però questi
avanzi si ritengono come
cavità lasciate dal
passaggio di animali e
posteriormente riempite.
Tali cilindri si trovano
nelle roccie di
qualsiasi epoca 10 ne
raccolsi per ogni dove
si trova l'arenaria in
questo bacino, come in
quello dell'Anio. Ho
esaminato al microscopio
con sezioni sottili, il
materiale che
racchiudeva i fossili;
si è mostrato costituito
da un impasto di
Foraminiferi, fra cui
predominano le
Globigerine. Sono rare
invece le specie del
gen. Robulina e
Polystomella. Una
sezione centrale,
trasversa si potrebbe
riportare, con
gravissima esitazione,
ad una Alveolina. Si
scorge altresì un
minerale verde, a
piccole massarelle,
quasi uniformemente
distribuito e che
concorre a dare il
colore alla roccia;
esso, per la facies con
cui si presenta, deve
probabilmente essere
Glauconite. La fauna ora
descritta non solo
dimostra che la
formazione che la
conteneva deve essere
riferita al Miocene
medio; ma che essa
appartiene alla zona
batimetrica coralligena.
(Tortoniano, Mayer e
Pareto) ; la quale ha
elementi, per natura
sua, della zona
litorale. Egli è stato
per questo possibile
riferimento che non ho
stimato superfluo
parlare di, tanta
interessante fauna.
Anche nelle nostre valli
adunque il Miocene ha i
suoi fossili
caratteristici.
VI. POSTPLIOCENE
INFERIORE.
Togliendo, come
abbiamo fatto, al
Pliocene antico
parte di ciò che
nella carta del R.
Comitato geologico e
nelle altre vi era
stato attribuito,
nei dintorni di
Mandela e quanto io
vi ascrissi nella
valle alta dell'
Aniene, rimangono a
questa formazione i
depositi
conglomeratici di
Subiaco e di Mandela.
Questi ultimi,
quantunque vengano
continuamente
scavati o per le
fondamenta delle
case o per la
riattazione delle
vie per uscirne come
materiale da
costruzione, pure,
per quanto ho potuto
sapere da
informatori, non vi
furono mai trovati
fossili che ci
potessero
manifestare l'età
del giacimento.
Tuttavia, per le
forti analogie che,
corrono fra i due
conglomerati,
possono, senza
dubbio, essere
sincronizzati. I
conglomerati di
Mandela riposano
sconcordantemente
sopra gli strati
dell'arenaria
miocenica. In taluni
luoghi si scorge la
potenza di oltre m.
12 ; ciò
specialmente nel
versante E., dove la
roccia che sostiene
il paese cade a
picco. Il
conglomerato è
poligenico, più o
meno cementato, con
ciottoli di svariato
diametro. V' hanno,
interstratificate,
sabbie-sottili e
ciottoli che
raggiungono il
diametro di centim.
3°. Gli strati,
sembrano quasi
orizzontali,
[229]
41
ma la
stratificazione non
è chiara. Nella
parte più elevata si
trovano strati di
arenaria calcarea,
compatta ; ciò si
rispecchia, come
vedremo, a Subiaco.
Non vi ho osservato
materiali vulcanici,
ma solamente roccie
calcaree dell'
Eocene e delle altre
formazioni
sviluppate nella
valle Ustica, La
superficie che
ricopre è poco più
larga del paese che
sopra vi è
edificato. Molto più
esteso è il
conglomerato di
Subiaco, che si
distende dalla città
sino a S. Vito, a
metà via fra Subiaco
e Cervara. Varia ne
è la potenza;
costituisce alla
destra del fiume un
altipiano inclinato
verso valle, sopra
cui sono i migliori
terreni coltivabili
del territorio
sublacense. Il tipo
si mantiene
costante. La rocca
baziale e la parte
alta della città vi
riposa sopra picchi
arditi (Sezione fig.
2a pag. 34 [222], n.
6), che danno la
caratteristica a
Subiaco. Il
conglomerato fu già
da me descritto con
brevi parole, e lo
riportai al Pliocene
più elevato (
Giacimenti elevati
di Pliocene nella
valle dell' Aniene).
Nell'ultimo lavoro
del Portis (op. cit.,
voI. II, pag. 23 I),
così ne parlo: c’è
un conglomerato
costituito da ghiaie
calcaree di varie
dimensioni; alcuni
degli elementi
ciottoli formi
mostrano sezioni
evidenti di
individui dei generi
Hippurites od
affini, Pecten, ecc.
Il cemento, che
alcune volte può
anche mancare, è
calcareo di colore
giallastro. Fra gli
strati pressoché
orizzontali, che
sono sempre
evidentissimi, si
intercalano
irregolarmente
travertini più o
meno compatti.
Questi trattati con
l'acido cloridrico
lasciano pochissimi
granelli di quarzo e
laminette di mica
oscura cloritizzata).
Vi ho trovato
piccole conchiglie
bivalvi, ma
indeterminabili. In
complesso le sezioni
in questi depositi
forniscono la stessa
impressione che si
ottiene guardando la
sezione che in Roma
fronteggia la nuova
stazione ferroviaria
di Porta Portese.
Fra i ciottoli non
vi rinvenni finora
frammenti di
arenaria ; spesso
gli elementi sono
disposti localmente
con stratificazione
diagonale. Il
Seghetti (Uno
sguardo geologico)
asserisce di avervi
trovato frammenti
basaltici; ma
ritengo che debba
ciò ascriversi ad un
errore di stampa.
Nell'altro lavoro
citato dello stesso
autore troviamo
molte interessanti
particolarità sopra
questo giacimento.
Presso lo stesso
abitato di Subiaco
si può scorgere il
contatto del
conglomerato con le
arenarie
sottostanti, cioè
presso la chiesa di
S. Maria della
Valle, sotto Marra
Casca e presso il
Casino Lanciotti.
Ivi al contatto si
trova una marna
argillosa,
giallognola, che
racchiude pessime
impressioni di
foglie e qualche
osso di grosso
mammifero. Vi
estrassi due
frammenti sfarinati
di coste di grandi
dimensioni.
Interessante è la
constatazione della
presenza di simili
conglomerati, in
piccolissimi lembi,
anche sul1a sinistra
del fiume, presso
Subiaco.
42
[230]
S' incontrano
quando da Sant'
Antonio si vuole
ascendere alla
Madonna
dell'Appello. La
fauna dei
Mammiferi del
conglomerato
sublacense è
così composta
Elephas sp. (antiquus,
Falc).
Rhinoceros (Coelodonta)
Merckii, Kaup.
et Jag.
Bos taurus
primigenius, Bos.
Cervus (dama)
euryceros,
Aldrov.
Quantunque sia
piccolo il
numero delle
forme, pure ci
permettono di
affermare che la
fauna è sincrona
a quella, che
nei dintorni di
Roma rinveniamo
nelle ghiaie
sopra i tufi,
dentro i tufi
vulcanici stessi
e sotto di essi.
Ed appunto ai
giacimenti sotto
i tufi dobbiamo
paragonare la
nostra
formazione e con
quelli riferirla
alle assise più
basse del
Postpliocene.
Il conglomerato
di Subiaco fu
riferito al
Pliocene od al
Post-pliocene
dal Murchison
(op. cit., pag.
208). Il Ponzi
lo riportò
(Dell' Aniene e
suoi relitti,
pag. 30) al
Pliocene, ciò
che confermò
posteriormente
(Cronaca
subappennina ,
pag. 27). Il
riferimento al
Quaternario fu
fatto dal
Seghetti nelle
due citate
memorie,
basandosi sul
rinvenimento del
cervo; ciò che
poi espresse
anche il Ponzi
(Le ossa fossili
subappennine ) e
lo Zoppi (op.
cit.; pag. 15).
Nel 1892
alludendo a
questa
formazione
(Giaci11zenti
elevati)
l'ascrissi a
Pliocene
elevatissimo;
ciò che poi
ritenne anche il
Portis (op. cit.,
voI. II, pag. 23
I).
Riguardo poi al
piano cui
attribuire gli
avanzi or ora
menzionati e la
contemporanea
formazione, è
difficile
potersi
orizzontare a
causa della
mancanza
assoluta di
giacimenti
pliocenici.
Tuttavia
avvertendo che
nella
vicinissima
valle del Turano
vi si trova una
formazione
pliocenica,
molto giovine,
non marina (Portis,
01. cit., voI.
II, pag. 22 I) e
che presso
Camerata Nuova,
allo sbocco del
fosso Fiojo, nel
piano del
Cavaliere, vi si
rinviene un
conglomerato
simile. in tutto
a quello di
Subiaco e più
giovine, credo
che si possa con
questo
sincronizzare
nel profondo
Postpliocene.
Ciò mi piace
constatare per
dimostrare come
non sono poi
andati tanto
lungi dal vero
coloro che
attribuirono il
giacimento ad
epoca più
recente. A ciò
sono indotto
dalla
considerazione
che il
riferimento
paleontologico
immediatamente
più basso che
noi possiamo
considerare sono
le sabbie della
Farnesina di
Roma: località
in vero molto
lontana e che
non si sa se
debba essere
ascritta, per i
suoi fossili, od
al sopra –
astiano, od al
Siciliano,
ovvero al
Post-pliocene in
genere donde i
dubbi nel
fissare , il
posto ai nostri
conglomerati
nella scala
stratigrafica.
In quanto
all'origine, non
credo di andare
lontano dal vero
se
affermo che
quei ciottoli
furono
convogliati
dalle acque
dell' Aniene,
[231]
43
quando queste
trasportavano
tanto materiale,
per il loro
regime
torrenziale, che
potevansi
persino
precludere il
corso. Le acque
nella temporanea
sosta deponevano
il carbonato di
calcio che
cementava i
ciottoli, le
sabbie e
costruiva i
travertini.
Nell'ampio
bacino poi la
deposizione dei
materiali poteva
essere molto
regolare. Ciò è
confermato dalla
presenza del
conglomerato
anche sulla riva
sinistra. Il
mare certamente
non era, a quel
tempo, ivi
insenato, come
pensava il
Ponzi.
Se poi ci
vogliamo render
conto della
presente
posizione
topografica del
conglomerato,
riposante sopra
le falde
montuose,
specialmente
della destra del
fiume, dobbiamo
riandare a quei
tempi in cui
probabilmente
anche le colline
di arenaria
della sinistra,
ora basse,
dovevano essere
più elevate. La
valle doveva
avere la
direzione dello
spandimento dei
conglomerati. Le
arenarie, poi,
per essere
facilmente
disgregabili
hanno ora
abbassato le
cime anche sotto
il livello dei
conglomerati ed
hanno cosi resa
più spaziosa la
vallata. Tutto
ciò è pienamente
confermato dalla
presente
topografia.
Ciò vale anche
per il
conglomerato di
Mandela, alla
cui formazione
ha preso parte
certamente il
fiume Licenza.
La digressione
ora fatta non
tocca ai molti
conglomerati
che, a varie
riprese, s'
incontrano nella
valle dell'
Aniene sino a
Filettino.
Alcuni
certamente
debbono essere
antichi, come lo
dimostra la
mancanza degli
elementi
vulcanici; ma
non oso
affermare nulla,
non avendo sopra
di essi
singolarmente
rivolto la mia
attenzione. I
conglomerati di
cui ora faccio
parola non
debbono essere
confusi con i
conglomerati
poco cementati,
con minerali
vulcanici e con
i detriti di
falda, anch'essi
spesso
cementati, i
quali tutti
debbono far
parte del
Postpliocene
superiore e del
Recente.
VII. MATERIALI
VULCANICI.
Intorno alle
roccie
vulcaniche della
nostra regione
ne troviamo
fatto un cenno
dal Brocchi
(Catalogo
ragionato ); ed
una nota scritta
dal Ponzi, sopra
il creduto cono
vulcanico in Val
di Cona. Solo
incidentalmente
ne porsero brevi
notizie il Meli
ed il Verri in
parecchi loro
lavori. In una
mia noterella
parlai del
giacimento di
Val di Cona.
Ecco quanto si
conosce intorno
a questo
capitolo, se non
vogliamo tener
conto delle,
brevissime
parole che lo
Zoppi gli ha
dedicato nella
spiegazione
della Carta
idrografica del
bacino dell'
Aniene (pag. 16,
17). Esse roccie
se non sono
importanti per
estensione, per
potenza per
varietà, lo
divengono per i
confronti che
possiamo
44
[232]
istituire fra
giacimenti della
nostra valle,
con quelli della
Campagna romana,
propriamente
detta. I
materiali
vulcanici si
possono dividere
in:
1. Tufi litoidi;
2. Pozzolane;
3. Tufi
incoerenti;
4. Sabbie e
ghiaie con
prevalenti
elementi
vulcanici.
I primi sono
abbastanza,
sviluppati nelle
vicinanze di
Tivoli, senza
però mancare
nell' alta valle
similmente si
può dire per le
pozzolane. I
terzi invece li
troviamo
abbondanti in
tutta la valle
ma specialmente
dove questa si
allarga ed allo
sbocco dei
maggiori
torrenti che
sulla pianura
hanno sollevato
i loro coni di
deiezione. Delle
sabbie e ghiaie
con molti
elementi
vulcanici, ne
parleremo a suo
luogo
quantunque
talvolta tali
materiali
contengano tanti
elementi
vulcanici da
offrirci i
caratteri tutti
dei tufi e da
causare eziandio
perturbazioni
nel campo
magnetico.
Tufi litoidi.
Il Ponzi, nel
lavoro più volte
citato, parla di
lava ma, come
ora vedremo, non
è che un tufo di
questo gruppo.
Si deve quindi
escludere ogni
possibilità
intorno alla
presenza di lava
nell' alta valle
dell' Aniene. I
tufi litoidi li
troviamo
abbondanti nella
valle del fosso
Empiglione. Essi
sono già
conosciuti per
averli indicati
nel 1892 e per
le poche parole
che il Verri gli
dedica in uno
dei suoi scritti
(1893). Anche il
Portis nello
stesso anno ne
fa menzione (op.
cit. vol. I,
pagina 155).
Quivi i tufi
litoidi sono
importanti per
estensione, per
potenza e per la
loro natura
meriterebbero
uno studio più
accurato di
quello che ora
posso fare
essendo troppo
lontani dal
Sublacense. Sono
banchi di tufo,
di colore
giallo-bruno e
più comunemente
rossiccio, di
struttura
brecciforme.
Spesso mostrano
la struttura
colonnare, mai
però la frattura
poliedrica, che
ci offrono altri
tufi della
valle. Al
disotto sfumano
generalmente a
pozzolana bigia.
Macroscopicamente
nel tufo vediamo
frammenti di
lave leucitiche
(Leucotefrite),
freschissimi
nell' interno ed
appena alterati
sulla superficie
esterna. Le
dimensioni
raggiungono sino
i 3-4 centm. di
diametro. Grosse
scorie nere,
molto bollose,
con struttura
fluidale, con
profonda
alterazione e
contenenti
cristalli di
Leucite ed
Augite. Si
vedono cavità
tappezzate di
bianco, lasciate
dalle leuciti
caolinizzate v'
hanno però
cristalli di
questo minerale
ancora
trasparenti. Ben
terminati sono i
cristalli di
Augite oscura.
La Mica che è
sempre la
magnesiaca, ad
un asse ottico
(Biotite), vi si
rinviene in
larghe laminette,
che talvolta
fanno
riconoscere
anche altre
facce dei
cristallo, oltre
le due più
distese.
[233]
45
Altri giacimenti
di tufo litoide
si trovano
presso Vicovaro,
che differiscono
dai precedenti
specialmente per
la grana
generalmente più
sottile e per la
colorazione più
oscura. Il Meli
li menzionò per
dire della, loro
giacitura e
della loro
struttura
poliedrica.
Questi pure
sfumano sempre
inferiormente in
pozzolane bigie
molto oscure,
sino a divenire
nere. Sopra la
stazione
ferroviaria v'
ha uno di questi
giacimenti che
ci offre una
potenza di circa
m. 40;
inferiormente vi
è la pozzolana,
nel mezzo tufo
b1ecciato e
superiormente
tufo argilloide.
In tutta la
massa si vedono
inclusi calcarei
della natura
della roccia che
contiene la
saccoccia del
materiale
vulcanico. La
pozzolana
inferiormente
somiglia a
quella della
valle di
Empiglione,
simile è pure il
turo litoide sia
macroscopicamente,
che
microscopicamente.
Il turo litoide
superiormente
diventa a grana
sottile ed
acquista colore
cinereo; mentre
che gli elementi
sono gli stessi.
Le lamine di
Mica oscura sono
le più visibili
e sono quasi
tutte orientate.
Con moltissima
probabilità il
materiale si
adagiò in tal
guisa in un
mezzo acqueo.
Prima di
arrivare alla
stazione
ferroviaria,
venendo da Roma,
si scorgono
piccole colli
nette formate di
un tufo quasi
litoide,
cinereo,
tendente al
violaceo, arido,
a grana sottile,
con gli elementi
molto ridotti.
Sono questi tufi
che ci
presentano
distintamente la
saldatura
poliedrica:
somigliano in
tutto a quelli
di Pozzolana
Aquaone, in val
di Cona. In
quest' ultima
località la
potenza del tufo
può raggiungere
circa m. 15, è
leggiero, a
grana
sottilissima, di
colore violaceo
- nerastro;
arido. Vi si
notano cristalli
di Augite,
talora ben
conservati;
qualche
rarissima
squametta di
Mica. Rara la
Leucite vitrea,
generalmente in
frammenti
decomposti:
alcuni
frammentuzzi si
possono
riportare al
Feldspato.
Piccole scorie
ed un materiale
caolinico
cementante. Al
microscopio si
osserva il tufo
costituito da
piccoli
frammentini
cementati da
sottilissima
sostanza
caolinica e
calcarea. In
ordine di
grandezza
nomino:
a) Frammenti
lavici,
costituiti da
microliti di
ossido di ferro
e di Augite. Le
leuciti, con le
caratteristiche
inclusioni
vitree
regolarmente
disposte a
raggio, più o
meno conservate:
nelle più
fresche si
riconosce la
struttura
polisintetica.
Cristalli di
Augite rara l'Olivinia:
questi due
minerali quasi
sempre
profondamente
alterati.
Somigliano gl'
inclusi alla
lava di Capo di
Bove e di
Frascati.
(Roma).
b),Scorie chiare
ed oscure, con
struttura
fluidale, non
molto
abbondanti.
c) Molti
cristalli di
Leucite isolati,
con la
superficie
esterna
caolinizzata.
46
[234]
d) Cristalli
di Augite.
e) Mica,
abbondante
l' oscura
(Biotite). ,
f)
Feldspato,
in minuti
frammenti.
Ciò esposi
già nel mio
citato
lavoro a
pag. 2 e 3.
Nuovo del
tutto è il
giacimento
di turo
litoide alle
pendici del
monte sopra
cui è
fondato
Jenne. Il
geologo
rimane
sorpreso nel
rinvenire un
simile tufo
in quelle
località,
tanta è la
freschezza
del
materiale.
Il
giacimento è
piccolissimo,
ma non per
questo perde
d'
importanza.
Se ne estrae
a scopo
edilizio. Il
tufo
somiglia in
tutto a
quello
litoide
della valle
di
Empiglione;
ma di colore
un poco più
oscuro. È
breccioide,
con molte
breccie
calcaree che
talvolta
raggiungono
discrete
dimensioni.
I calcari
bianchi o
rosati
spiccano
nella massa
oscura
tufacea.
Sembra,
fatta
eccezione
del colore,
il peperino
dei colli
albani. Vi
ho
riconosciuto
altresì
piccoli
frammenti di
lava con i
caratteri di
Leucotefrite
; più
abbondanti
sono le
scorie nere,
più o meno
alterate,
con
struttura
fluidale,
nella massa
vetrosa vi
si scorgono
molti
microliti e
qualche
cristallino
di Augite
disperso
porfiricamente.
Le lamine di
mica
magnesiaca,
ad un asse
ottico
(Biotite),
raggiungono
discrete
dimensioni
ai bordi, si
mostrano
alterate;
non vidi mai
altre facce
oltre quelle
di
sfaldatura.
Ottimamente
conservati
sono i
piccoli
cristalli di
Augite, che
quasi sempre
presenta le
combinazioni
[001],
[100],
[010],
[201],
[101], con
clivaggio
distinto
secondo
[110]. La
Leucite il
più delle
volte è
caolinizzata
e presenta
piccoli
cristallini
(icositetraedici)
[211].
Quando sono
spezzati i
cristalli
mostrano le
inclusioni
vetrose,
frequentemente
augitiche.
Non mancano
piccoli
frammenti di
Feldspato e di
Olivina.
Pozzolane.
Di uno
speciale
interesse
scientifico
ed
industriale
sono le vere
pozzolane
nere di
Cerreto
Laziale e di
Affile. Il
primo
giacimento è
posto sotto
il paese
dalla parte
che guarda
Sambuci. È
una
saccoccia
entro il
materiale
calcareo ;
non offre
stratificazione.
La pozzolana
è
discretamente
coerente e
per estrarla
richiede
lavoro,
quantunque
la cava sia
all' aperto
prima di
metterla in
commercio è
necessario
batterla. La
potenza
maggiore che
ho potuto
vedere è di
circa m. 12.
È di colore
nero, con
inclusi
scoriacei
sino alle
dimensioni
di 5-7
centimetri:
contiene
larghe
lamine di
biotite. È
usata
specialmente
per malte
idrauliche,
con
eccellente
risultato.
Somiglia
moltissimo a
quella che
si estrae,
in maggior
copia,
presso
Vicovaro
(1), in
identiche
condizioni
di
giacitura.
Anche nella
bassa valle
dell'
Empiglione
si rinviene
una
pozzolana
simile, ma
di questa
non mi
occupo
avendone gia
parlato il
Verri
(1) MELI
R.: Notizie
ed
osservazioni
sui resti
organici,
ecc.
[235]
47
(I).
Sopra alle
pozzolane di
Cerreto si
trova uno
strato di
materiali
vulcanici
misti a
terra
vegetale. Un
analogo
giacimento,
ma di
qualità
molto
scadente, è
quello che
s' incontra
dove la via
comunale di
Gerano si
diparte
dalla
Empolitana.
L' altro
giacimento
più vasto e
di maggiore
potenza è
quello che
si trova
alla destra
del fosso
Carpine,
sotto il
paese di
Affile. Esso
pure riposa
nelle cavità
della roccia
calcarea,
donde si
estrae all'
aperto, non
senza grave
pericolo
degli
operai, da
una
profondità
di circa
metri 25. La
pozzolana
grigia non
è, molto
coerente,
priva di
stratificazione,
solo nella
parte
superiore
pare che
abbia subito
un poco di
alterazione
che ne ha
cambiato il
colore in
roseo
chiaro. La
separazione
però non è
ben marcata.
Tanto l'
inferiore
che la
superiore
non danno
effervescenza
all' acido
cloridrico.
Anche questo
materiale è
molto
ricercato
dai paesi
circostanti
per la
confezione
della malta
idraulica.
La carta di
tornasole
messa a
contatto, a
lungo, con
la pozzolana
bagnata di
acqua, dà
una
sensibile
reazione
acida. Una
calamite
ordinaria
attira
pochissimo
materiale.
Le pozzolane
di
Cerreto-Laziale,
Affile,
Vicovaro e
di Ponte d'
Arci, tanto
mineralogicamente,
quanto
chimicamente
sono
somigliantissime
a quelle
della
Campagna
romana,
propriamente
detta.
Certamente
esse
provengono
dallo stesso
vulcano e
sono dovute
alla
medesima
gittata.
Tufi
incoerenti.
Nel piccolo
altipiano
della
fontana del
Merro, tra
Forca
Travella e
Monte
Mandrini,
sopra Marano
Equo, si
trova un
tufo
granulare,
che per la
natura
litologica,
per essere
sottilmente
stratificato,
per avere
interposti
sottili veli
di tufo
argilloso e
per il
colore,
somiglia di
molto a
quelli del
Piano del
Cavaliere.
L' acqua
indubbiamente
essendo
stato il
mezzo in cui
si è
depositato
il
materiale,
ne rende
comune anche
l' origine,
come
dimostrò il
Portis (loc.
cit., voI.
II, pag. 22
I ). Il
nostro
giacimento
però trovasi
molto più
elevato
rispetto a
quello del
Cavaliere;
infatti vi
corrono
circa m. 200
di
differenza
ciò non
toglie l'
analogia
della
formazione.
È un tufo
granulare ad
elementi
molto
piccoli, che
non arrivano
ad un
millimetro
di diametro;
essi sono
tenuti
insieme
abbastanza
fortemente
da un
cemento,
nato
specialmente
dalla
decomposizione
dei
feldespati e
feldespatoidi
: cioè dal
caolino, che
è colorato
in giallo
chiaro dall'
ossido di
ferro che
probabilmente
proviene, in
massima
parte, dall'
alterazione
dell'
Augite. I
piccoli
cristalli di
Augite
rendono la
tinta
alquanto
oscura,
variandone
l' intensità
secondo la
diversa
abbondanza
di questa.
(1) VERRI
A.: Note per
la storia
del vulcano
laziale,
pag. 19,
1893 ed
altrove.
48
[236]
Probabilmente
il tufo
nella parte
più bassa
dovrebbe
divenire più
argilloso
come si può
congetturare
dall'umidità
dell'
altipiano e
da una
sorgente che
spiccia
dagli strati
più bassi
del tufo. Al
microscopio
ho trovato
gli stessi
minerali:
con acido
cloridrico
non ho
ottenuto
effervescenza.
La calamite
ordinaria
attrae,
discreto
materiale,
ciò che ci
dimostra la
presenza
degli ossidi
di ferro.
Quando dalla
via di
Guarcino si
volta per
andare a
Ponza,
s'incontra
un
piccolissimo
lembo di
materiale
vulcanico: è
un tufo
argilloide,
leggero,
rossiccio.
Solo al
microscopio
vi si
rinvengono i
materiali
vulcanici in
piccolissimi
frammenti,
essendo gli
stessi tanto
profondamente
alterati da
non
riconoscersi
affatto.
L'acido
cloridrico
non vi fa
punta
effervescenza.
Nel paese
prende il
nome di
tassone,
nome del
resto molto
generico. Di
tali lembi
se ne
trovano per
ogni dove
nell'alta
valle
dell'Aniene,
ma sempre
ristretti e
sempre in
condizioni
topografiche
equivalenti.
Un tufo
vulcanico
analogo è
quello che
si trova
quando da
Jenne si
scende per
andare a M.
Sant'Antonio.
Questo ci
offre la
stessa
colorazione,
leggerezza e
grado di
alterazione.
Anche sopra
di esso non
produce
effervescenza
l' acido
cloridrico.
In quel di
Canterano e
di Rocca
Canterano
troviamo
parecchi
lembi di
simile
natura, ma
sempre con
pochissima
potenza.
Dalla loro
lavatura
però vengono
tutti i
cristalli di
Augite e le
piccole
squamette di
Mica, che
arricchiscono
tutte le
sabbie dei
torrenti
della
regione.
I tufi
litoidi del
Ponte d'Arci,
di Vicovaro
e di Jenne,
somiglianti
fra di loro,
sono
comparabili
a quello che
nelle
vicinanze di
Roma e
specialmente
nel settore
NE. - E.,
giace fra le
pozzolane
bigie e
rossastre
del momento
delle grandi
eruzioni
laziali
(Verri, op.
cit., pag.
15). E per
meglio
determinare
dirò che
corrisponde
al n. 7
della
sezione,
alla cava
dei Cessati
Spiriti che
si ripete
costantemente
nel settore
citato, e
che fu
illustrata
dal Portis
(op. cit.,
vol. I, pag.
261, tav.
III, fig. I)
e poi
riportala
dal De
Marchi (1).
Ad
avvalorare
l'
asserzione
vi sono le
pozzolane
bigie della
valle
Empiglione,
di Vicovaro,
ecc., le
quali ci
presentano
gli stessi
rapporti
stratigrafici,
cioè sempre
sottostanti,
ma formanti
un tutto coi
tufi
sovrapposti.
Riguardo ai
tufi
incoerenti,
qualunque
confronto
non godrebbe
di
fondamento.
Solo quello
di fontana
del Merro ci
offre
somiglianze
forti con
quelli
descritti
dal Portis,
nel piano
del
Cavaliere,
della cui
origine ne
troviamo
fatto cenno
specialmente
a pag. 285 e
seg. dell'
01. cit.
(1) DE
MARCHI: Le
cave di
pozzolana
dei dintorni
di Roma.
Estr.
Minist.
Agric. lnd.
e Comm.
Roma, 1894.
[237]
49
In quanto
poi
all'origine
dei tufi
litoidi e
delle
pozzolane,
mi attengo
generalmente
alle
opinioni
professate
dal Portis
intorno gli
stessi
materiali
delle
vicinanze di
Roma; dico
generalmente
perchè in
luoghi tanto
elevati ed
entro i
contrafforti
degli
Appennini le
condizioni
dovevano
essere ben
diverse
dalla
pianura
romana, come
lo dimostra
chiaramente
l'assenza
totale del
Pliocene
marino. I
rigetti
vulcanici
piovuti con
abbondante
acqua entro
stagni,
fossero
anche
temporanei e
formati per
l'ostruzione
dei corsi
fatta dai
materiali
stessi,
acquistarono
i caratteri
che ora
presentano.
La
ristrettezza
degli
affiora
menti di
materiali
vulcanici,
il riposare
sopra roccie
relativamente
più antiche,
non mi
permettono
di trarne
conseguenze
cronologiche
più precise.
I confronti
che ho
istituito,
con i
materiali
analoghi
delle
vicinanze di
Roma,
servono a
sincronizzare
i tufi
vulcanici
della valle
dell' Aniene,
con quelli
di Roma, di
cui si è
tanto
parlato.
VIII.
MAGNETISMO.
Si deve agli
studi
pazienti e
dotti del
Keller, se
possiamo
dire qualche
cosa sopra
questo
argomento
per l'alta
valle dell'Aniene.
Questi
esplorò, con
molte
misure,
l'intensità
orizzontale
del
magnetismo
terrestre,
in una
località
presso
Arsoli.
Nell'operazione
segui le
stesse norme
che nelle
altre
stazioni,
servendosi
sempre dello
stesso
intensimetro.
Rimando al
lavoro del
Keller chi
bramasse
conoscere
maggiori
particolari
(1). Cosi
descrive il
luogo di
osservazione
a pag. 4 e
5:
“La località
ove è stato
osservato si
trova
all'est del
Paese, dal
quale è
separata da
un
profondissimo
burrone
chiamato
Sottocastello;
la
rispettiva
distanza è
di m. 5°0 e
la località
porta il
nome di
Chiavica.
Esiste qui
vicino un
bellissimo
Karstphanomen
del tipo
degli
Einsturztrichter,
e appunto da
questo ha
preso la
contrada il
nome;
sembra,
però, che
tale
denominazione
non sia
molto antico
perchè la
carta
topografica
della
diocesi di
Tivoli, di
Petroski,
pubblicata a
Roma nel 1767
indica questo
sprofondo col
nome di Pozzo.
Questo è
accesslbl1e fino
al fondo, ma non
senza qualche
pericolo: almeno
lo era nel 1876
quando lo
esplorai,
misurando anche
la profondità
che è di m. 95.
Il fondo è
perfettamente
asciutto. Il
punto di
osservazione si
trova a qualche
centinaio di
metri al sud
della Chiavica,
sotto uno
scoglio che
strapiomba verso
nord, e
precisamente là
ove il sentiero
Arsoli.
(1)
KELLER F.:
sull’intensità
orizzontale
del
magnetismo
terrestre
nei pressi
di Roma,
1895,n°1 –
sull’intensità
orizzontale...
con note che
riguardano...
Roma 1896
n°4.
50
[238]
Oricola
passa alla
distanza più
breve dalla
Chiavica. In
aperta
campagna,
lontano da
ogni
fabbricato,
non è da
temere l'
influenza
perturbatrice
di masse di
ferro. Quota
sul mare m.
525. Terreno
assolutamente
calcareo,
coperto in
qualche
posto da un
poco di
terra rossa
, entro cui
spiccano
piccoli
cristallini
di augite
laminette di
mica.”
Da questa
condizione
di cose si
deve
concludere
che il
valore
dell'intensità
(H) sia in
questa
località da
considerarsi
come
normale.
Dalle molte
misure fatte
risulta: H =
0,9971,
presa come
unità il
valore
dell'intensità
della
Farnesina,
Roma (loc.
cit. pag.
8). Anche le
roccie di
origine
vulcanica
furono
esplorate.
Il metodo
usato fu
quello della
declinazione
a tre punti,
con tutte le
norme che
vengono
esposte dal
Keller (1).
1. Già nel
1892 trovai
che il tufo
litoide di
Pozzolana Acquaone
(2), è
fortemente
magnetico.
La
rispettiva
differenza
di azimut
magnetico fu
riconosciuta
anche dal
Keller
uguale a 16°
10'. È la
maggiore
perturbazione
che finora
abbiano dato
i tufi,
quantunque
ne siano
stati
esplorati
moltissimi,
specialmente
nelle
vicinanze di
Roma (3).
2. Ho
ripetuto
l'esperienza
anche per il
giacimento.
di pozzolana
di Cerreto
Laziale,
ottenendo
per
differenza
di azimut
magnetico
30° 20'. La
distanza fra
le due
stazioni A e
B era uguale
a circa 111.
40, mentre
il punto di
mira era
lontano
circa km. 3.
Si deve
notare che,
a causa
della presa
aerea della
,cava, fui
obbligato a
fissare il
punto A
sopra il
materiale
vulcanico di
rifiuto. Il
punto B poi
si trovava
sopra
l'argilla
rossa, ricca
di cristalli
di Augite e
di
particelle
attirabili
dalla
calamite,
fra cui
cristallini
[111] di
Magnetite,
mal
terminati
per
l'erosione
subita.
3. Dove si
diparte la
via comunale
di Rocca
Canterano
dalla via Empolitana,v'
ha un
piccolo
giacimento
di tufo
terroso
incoerente.
Esso fu
esplorato e
diede una
perturbazione
di azimut
uguale a
0°25'. La
distanza fra
i due punti
A e B era di
m. 6, mentre
il punto di
mira era a
km. 1,2.
Ripetuta la
misura in
altre
condizioni
ebbi il
valore 00
12' 30".
(1) KELLER F.:
Contributo
allo studio
delle roccie
magnetiche
nei dintorni
di Roma.
Rendiconto
dell' Accad.
R. Lincei,
vol. IV,
1888, nota
I, pag. 41.
(2) DE ANGELIS O.:
Sopra un
giacimento
di roccie
vulcaniche
nel
territorio
di Rocca S.
Stefano
(Provincia
di Roma) in.
Boll. Nat.
Siena.
(3)
KELLER F.:
Guida
itineraria
delle
principali
roccie
magnetiche
del Lazio
Bibliot. R.
Istituto
fisico di
Roma.
[239]
51
4. Nella
contrada (il
Campo) in
quel di
Canterano,
un
giacimento
di tufo
terroso,
rosso oscuro
dava la
differenza
di azimut
magnetico di
0° 20'. La
distanza che
separava i
due punti di
lettura era
di m. 15 ;
il punto di
mira era
lontano km.
6.
5. Con una
piccola
bussola, non
graduata,
dall' ago
lungo mm.
23, ho
potuto
riconoscere
una
sensibile
deviazione
magnetica
cimentando i
tufi
vulcanici
litoidi dei
dintorni di Vicovaro,
quelli della
valle
Empiglione e
quello di
Jenne. Ho
trovato un'
azione
magnetica
appena
visibile
esplorando
la pozzolana
di Affile.
6. Alle Molette di
Arsoli e
propriamente
vicino a
quella più a
monte, v' ha
una cava di
sabbia
calcarea
ricca di
minerali
vulcanici.
Un magnete
ordinario
attira molti
materiali.
Gli strati
sono sottili
ed infarciti
di elementi
vulcanici. E
poiché tali
minerali
sono
piuttosto
abbondanti
nei depositi
vallivi, sia
deposti dal
fiume, che
nei coni di
deiezione
dei maggiori
torrenti,
era di
grande
interesse
conoscere il
valore della
differenza
di azimut
magnetico.
Ciò
specialmente
per vedere
se la misura
degli
elementi
geomagnetici
potessero
essere
influenzati
dalla
vicinanza di
tali sabbie
e ghiaie.
L’osservazione
ripetuta mi
confermò che
realmente
quando tali
materiali
formano
grossi
banchi danno
una
perturbazione.
Infatti
nella
località
citata,
ottenni la
differenza
di azimut di
0°35' ;
mentre i
punti A e B
distavano di
circa m. 20
ed il punto
di mira era
lontano
circa kilom.
3.
Certamente
gli elementi
vulcanici
godono di
una forte
intensità
magnetica,
ma quando
sono
disorientati
non
perturbano,
se non
riuniti in
grande
quantitità.
Ciò dipende
dal fatto
che tale
magnetismo è
solamente di
posizione,
cioè indotto
dalla terra.
A tali
risultati
sono potuto
arrivare
mercè gli
ultimi studi
del Keller
(op. cit. N.
4, pag. 6, 7
), il quale,
quantunque
abbia
eseguito
posteriormente
le misure
sopra
analoghi
giacimenti,
pure le ha
rese prima
di me
di pubblica
ragione,
derivandomene
cosi un
supremo
vantaggio.
Nessuna
esperienza è
stata fatta
intorno al
magnetismo
di monte non
prestandosi
la valle a
tali
ricerche.
IX.
POSTPLIOCENE
SUPERIORE E
RECENTE.
Ritenendo i
conglomerati
di Subiaco,
a causa dei
fossili che
contengono e
per la
mancanza dei
materiali
vulcanici,
del
Postpliocene
inferiore e
di
formazione
non marina,
ascrivo al
Postpliocene
superiore i
tufi
vulcanici
incoerenti
che
rinveniamo
annidati
entro cavità
di roccie
preesistenti
in
moltissitl1e
località.
Essi sono
così
piccoli,
tanto sparsi
e cosi
rimaneggiati
da farci
supporre
logicamente
che essi
sono nati
dallo
sfacelo di
tufi più
antichi.
52
[240]
Ciò è anche
dimostrato
dal fatto
che
contengòno
sostanze
molto
eterogenee.
Sarebbe
lungo il
menzionare
le sole
località
dove essi si
ritrovano.
Non si può
avventare
una
distinzione
cronologica
fra di loro
a meno che
non si
volessero
separare
quelli che
riposano
sopra roccie
relativamente
più antiche
e quelli che
si adagiano
sull'alluvio
addirittura.
I giacimenti
tufacei
vulcanici
s'incontrano
spesso da
Subiaco a
Filettino,
nel basso
della valle
e
precisamente
dietro i
travertini.
Sembra che
questi
abbiano
fatto argine
ai sedimenti
vulcanici
che si sono
accumulati
dietro le
piccole
barriere di
travertino,
che
frequentissime,
ma piccole,
si trovano
di tratto in
tratto. Da
questi tufi
non estrassi
altri
fossili che
frammenti di
conchiglie
terrestri.
Localmente
vengono
chiamati
tassoni
perchè
formano un
terriccio
argilloso e
leggiero. I
travertini
invece sono
molto
fòssiliferi
; contengono
numerose
impressioni
di foglie di
piante
ancora
viventi nel
bacino. Di
queste non
ho cercato
di farne la
determinazione
troppo
intimorito
dalla
eterofillia,
che
occasiona
tanti errori
a chi si
perita di
determinare
le piante
con la sola
foglia o
parte di
essa. Lo
stesso potei
rinvenire la
porzione
frontale di
cranio di un
Cervo nel
travertino
del fosso di
Sambuci
(tav. fig.
8), ove
trovasi
anche un
travertino
esclusivamente
costituito
da Elici.
Questi
travertini
sono però
recenti,
perchè il
cervo aveva
tagliata la
base delle
corna
dall'uomo e
l'osso
tramanda
alla fiamma
un odore
caratteristico
di cheratina
ecc. Sotto
Jenne si
rinvenne un
grosso corno
di Cervo;
presso
Mandela un’
avanzo di
Bue, che mi
venne donato
dal marchese
di
Roccagiovine.
È un omero
sinistro,
che
disgraziatamente
manca
dell'estremità
distale, non
avendo
intera
neppure la
prossimale.
All' osso
aderisce
tuttora una
piccola
quantità di,
travertino
spugnoso che
lo
includeva.
Questo
doveva
essere poco
antico,
perchè un
frammento
messo sopra
la fiamma
della
lampada
Bunsen, dopo
poco ha
tramandato
il puzzo
delle
sostanze
organiche
bruciate. Le
dimensioni
sono tanto
vistose da
farci
escludere il
Bue ora
vivente. I
travertini
sono
maggiormente
sviluppati
presso
Subiaco e
sotto il
paese di
Mandela, a
S. Cosimato.
A Subiaco
sono
cavernosi,
stalattitici,
incrostanti
per una
considerevole
potenza; dal
punto più
basso a
quello più
alto vi
corrono ben
m. 60. Sono
picchi d'
impressioni
di foglie
della flora
attuale.
Essi si
presentano
terrazzati,
probabilmente
dal fiume,
in tre piani
diversi, non
mancano
altri
ripiani
inapprezzabili.
Ora il fiume
li incide
profondamente,
come si
scorge sotto
il
pittoresco
Ponte di S.
Mauro. Essi
riposano
specialmente
sulla
sinistra
dell' Aniene,
ma vi sono
brandelli
attaccati
alla roccia
calcarea
anche sulla
riva destra,
come presso
il Salvatore
e sopra lo
stabilimento
Salvatori.
[241]
53
Analogo, ma
più esteso,
è quello di
S. Cosimato
di cui
parlarono il
Ponzi ed il
De Rossi
(op. cit.).
Lungo la
destra dell'
Aniene, da
S. Angelo (Subiaco)
sino al
fosso di S.
Luca, presso
Agosta, la
via
provinciale
si svolge al
termine di
un altopiano
ristretto ed
elevato dal
piano, ove
ora scorre
l' Aniene,
di circa m.
10. Esso è
costituito
di strati di
ghiaie,
talora di
grande
diametro,
con molti
materiali
vulcanici:
talora
piccoli e
con più
abbondanti
stalli di
Augite e
Mica. Questi
minerali
alcune volte
danno luogo
a
stratarelli
sabbiosi,
con
stratificazione
diagonale.
Non sono
rari piccole
lenti
argillose,
sempre con
elementi
vulcanici.
II terrazzo
è così
regolare che
lo si deve
ritenere
formato
dall'
escavazione
del fiume e
quindi più
antico del
piano più
basso. I
materiali
quando sono
sabbiosi si
escavano per
unirli alla
calce per le
malte. Ecco
i minerali
che vi ho
riscontrato:
Augiti
abbondantissime,
lamine di
Mica talora
abbastanza
estese. Poi
ciottoletti
calcarei e
di silice
Policroma.
L'acido
cloridrico
vi suscita
una viva
effervescenza:
la calamita
ordinaria vi
attira
discreto
materiale.
Questi
strati si
appoggiano
sull'
arenaria e
sul
conglomerato,
da cui
facilmente
si
distinguono
a causa dei
materiali
vulcanici.
Alla Moletta
superiore di
Arsoli,
nella
località
esplorata
per le
osservazioni
magnetiche
(pag. 51
[239]) si
trovano
parecchi
strati
sabbiosi ed
argillosi
ricchi di
materiali
vulcanici,
per una
potenza di
oltre m. 4.
Sono
analoghi a
quelli
descritti,
la sola
differenza
sta nell'
origine
essendo
questi stati
accumulati
dal vicino
torrente e
non dal
fiume. Nel
tufo
argilloso,
che produce
poca
effervescenza
coll' acido
cloridrico,
si
rinvengono
rare spicule
di
Potamospongie,
senza averne
potuto
vedere gli
amfidischi.
La
stratificazione
è diagonale.
A S. Angelo,
presso
Subiaco, v'
ha un cono
di deiezione
costituito
da ghiaie e
da sabbie,
incoerenti e
semi
incoerenti.
I ciottoli
calcarei,
che formano
un tenace
conglomerato,
sono così
poco
arrotondati
da potersi
chiamare
giustamente
brecce. La
natura dei
calcari è
diversa a
seconda
delle roccie
cui
provengono.
Si trovano
anche
blocchi
arrotondati
di
conglomerato
di discrete
dimensioni.
Tutto ci fa
riconoscere
il regime
del torrente
che ha
formato lo
spogliamento
del cono, le
cui piene
sono
attestate
dagli strati
di grossi
blocchi, le
magre dalle
sabbie:
tutti gli
strati sono
naturalmente
di
riversamento.
L' Augite è
abbondantissima,
oscura e con
ben formati
prismi
retti,
modificati
dalle
pinacoidi e
chiusi da un
prisma
obliquo: da
sola
costituisce
degli
strati. Non
manca 1a
Mica oscura,
alquanto
alterata,
come vi è la
bianca
(Muscovite)
: frammenti
di Leucite
più o meno
profondamente
caolinizzati
e qualche
ciottoletto
54
[242]
di
feldspato.
Secondo la
piccolezza
degli
elementi
calcarei e
l'abbondanza
dell'Augite
il colore
della roccia
cambia dal
chiaro al
nero. Al
microscopio
ho veduto
ciottoletti
calcarei e
silicei e
quindi:
1. Augite,
di colore
oscuro e
verde-bottiglia,
spesso
profondamente
corrosa e
ricoperta da
ossidi di
ferro.
Caratteristica
è la
frangiatura
ottenuta
dall'erosione.
2. È raro
che la
Leucite si
trovi in
cristallini
interi solo
talvolta è
dato vedere
qualche
faccia:
trapezoidale;
rari i
frammenti
trasparenti
in genere è
lattiginosa
ed opaca,
rivestita da
caolino.
3, Mica
magnesiaca,
ha un asse
ottico
(Biotite),
in larghe
lamine,
spesso
profondamente
cloritizzate
: più rara è
la mica
potassica,
argentina.
Spesso,
oltre le
facce
parallele
alla base,
si vedono
anche quelle
del prisma.
4. Quarzo,
in piccoli
frammenti,
dai colori
vivacissimi
fra i nicols
incrociati.
5. Il
feldspato si
riconosce
per le linee
di clivaggio
e per gli
altri
caratteri
ottici
sembra che
predomini il
Sanidino.
Trovasi
spesso
alterato
alla
superficie.
6. Si
trovano
piccoli
corpiccioli
di ossido di
Fe: sono
masserelle o
granuli
limonitici e
di
magnetite.
La
calamite
attrae
parecchio
materiale.
Agendo sulla
polvere con
l'acido
cloridrico
si risveglia
una discreta
effervescenza.
Di organico,
in molti
preparati,
non ho
trovato che
qualche
cilindretto
siliceo di
Potamospongie.
Da coloro
che
estraggono
l'arena, per
la
confezione
della malta,
seppi che
non sono
rare le
conchiglie
terrestri,
come Elici,
Clausilie e
Stenogire.
Simile a
questo cono
di deiezione
è quello di
S. Luca,
presso
Agosta, e
relativamente
tutti gli
altri
formati a
valle dai
diversi
torrenti.
Anche altre
roccie
debbono
essere
ascritte a
questo
periodo, che
comprende il
Postpliocene
superiore ed
il Recente,
non
potendosi
stabilire
una chiara
divisione.
Un
piccolissimo
lembo di
matèriali
vulcanici si
trova lungo
la via che
conduce da
Subiaco a
Rojate e
propriamente
dove questa
lambisce il
Pertuso
presso
l'imboccatura
a monte.
Esso è
importante
per la forma
perfetta che
ci
presentano i
cristalli
delle varie
sostanze,
per le
relative
dimensioni,
per la loro
freschezza e
finalmente
per i
piccoli
frammenti di
roccie
vulcaniche
che
contiene.
Quest'
ultime,
però, sono
molto
alterate e
non ci
permettono
di
riconoscerne
la natura
litologica.
Tuttavia
qualche
ciottoletto
lo si vede
costituito
da Augite e
feldspato,
come quelli
che noi
troviamo
presso il
Tavolato
(Roma).
[243]
55
Fra i
minerali
il più
abbondante
è l'
Augite
col
solito
abito
cristallino.
I
maggiori
individui
sono
terminati
da una
sola
parte e
possono
raggiungere
un
centimetro
di
lunghezza.
Sono
quasi
tutti
oscuri ;
in
frammenti
però ci
presentano
il
colore
verde
bottiglia.
In
ordine
di
frequenza
segue la
Leucite,
fresca,
con
forme
cristalline
ben
chiare
nella
solita
forma di
icositetraedro,
ricca d'
inclusioni
vetrose.
I più
grossi
cristalli
sono
frammentari
e
superficialmente
alterati.
È
difficile
constatare
la
presenza
dei veri
feldespati,
ma
qualche
piccolo
frammento
sembra
appartenere
al
Sanidino.
Abbondante
è la
mica
magnesiaca,
ed è
rappresentata
da
cristalli
sviluppatissimi,
sino a
centim.
2.5 di
larghezza.
Oltre le
facce
parallele
alla
sfaldatura
si
vedono i
prismi
che ne
determinano
i lati.
È
abbastanza
fresca,
madreperlacea,
oscura,
ma
talvolta
alterata.
Forse
oltre
alla
Biotite
potrà
essere
presente
qualche
altra
specie,
ma non è
scopo
del
nostro
studio
un'esatta
determinazione
mineralogica.
Non ho
trovato
rappresentata
né la
Melanite,
né la
Magnetite,
quantunque
la
calamite
ordinaria
attragga
molto
materiale,
formando
delle
barbetelle
abbastanza
lunghe.
Tutti i
minerali
sono
ricoperti
da
polvere
e danno
alla
roccia
un
aspetto
terroso.
La
sottile
polvere,
al
microscopio,
mostra
piccoli
frammentuzzi
di
quarzo e
di
silice
piromaca
e
policroma.
L'acido
cloridrico
vi
suscita
una
debole
effervescenza.
Somigliante
al
precedente
è il
piccolo
giacimento
che
incontra
chi da
Cervara
di Roma
va a
Subiaco,
e
propriamente
sotto
Colle
Barile,
dove lo
troviamo
sotto un
potente
strato
di
ciottolame
di
falda.
L'unica
differenza
consiste
nella
minor
frequenza
dei
grossi
cristalli
di Mica
e
nell'abbondanza
di
ciottoli
calcarei
di
dimensioni
svariate.
I
minerali
sono
freschissimi.
Interessantissimo
è un
frammento
di
cristallo
di
Haliyna
(C.
Hnitze
(Na2 Ca)5
Al6 Si6
024 S2
08). Chi
conosce
il
valore
cronologico
di
questo
minerale
nelle
roccie
vulcaniche
laziali,
facilmente
intende
di
quanto
interesse
goda
tale
rinvenimento.
Tanto il
materiale
vulcanico
presso
il
Pertuso,
come
quello
di cui
abbiamo
fatto
parola,
sono
mescolati
e quindi
giustificano
il
riferimento
cronologico.
Nelle
strette
valli
dei
maggiori
tributari
dell'Aniene
troviamo
le
pianure
formate
dalle
stesse
sabbie
della
valle
più
grande.
Le
sabbie,
con
elementi
vulcanici,
diventano
ghiaie
specialmente
a monte
delle
vallecole.
Finora
non
,hanno
dato
fossili.
Le
principali
pianure
sono
quelle
del
fosso
Cona,
Rio ed
Empiglione
e loro
diramazioni.
Riuscirebbe
impossibile
istituire
confronti
cronologici.
56
[244]
Vi sono
altresì
altri
altipiani
tanto
sopra i
terreni
calcarei,
che
sugli
arenacei.
In
questi
si hanno
sabbie
ottenute
dallo
sfacelo
delle
Arenarie
; in
quelli
la
solita
argilla
rossa,
che
deriva
dall'erosione
dei
calcari,
con
molti
cristalli
di
augite e
laminette
di mica,
Entro
tale
materiale
sovente:
ho
rinvenuto
arnioni
caratteristici,
mammellonari,
costituiti
da
aragonite.
Si
discusse
molto
sopra la
formazione
di detta
argilla,
come si
può
vedere
dai
molti
lavori
pubblicati
in
proposito.
Dagli
strati
di humus
furono
estratti
gli
avanzi
delle
primitive
industrie,
di cui
si farà
parola
in un
capitolo
particolare.
X.
TETTONICA ED
OROGENESI.
Il
rapporto
che
corre
fra le
diverse
formazioni
non è
tanto
chiaro,
quanto
potrebbe
credersi
pensando
che le
roccie
non
rimontano
ad
epoche
molte
antiche.
Infatti
il
Cretaceo
è il più
vecchio
sistema,
finora
certamente
riconosciuto,
che
affiora
nella
nostra
regione,
con i
piani
del
Cretaceo
superiore.
Tuttavia
la
tettonica
è
abbastanza
intricata
e
confusa.
La prima
causa di
ciò si
deve
riporre
nella
difficoltà
che noi
incontriamo
nel
riferimento
cronologico
delle
roccie e
nel
fissare
i
confini
fra un
terreno
e l'
altro.
L'
Eocene
ci si
presenta
con
indecifrabile
stratificazione,
mentre
il
Miocene,
che si è
deposto
in un
bacino
di
formazioni
cretacee
ed
eoceniche,
porta le
tracce
dei
movimenti
subiti
da
queste,
in
sinclinali
ed
anticlinali
svariate
e
piccolissime,
che ne
nascondono
a
meraviglia
la
potenza.
Le
ondulazioni
alcune
volte
sono
larghe e
potrebbero
esser
causa di
errori
grossolani
per chi
non
ricordasse
gli
utili
ammaestramenti
gia dati
dallo
stesso
Murchison.
Il
Cretaceo
è sempre
nettamente
stratificato,
tanto
nella
facies
inferiore,
quanto
nella
superiore.
Non vidi
mai
strati
cretacei
orizzontali,
ma
sempre
inclinati.
Gli
strati,
sottoposti
discordantemente,
dolomia
frammentaria,
presso
Filettino,
che
ancora
celano
interessanti
fatti
cronologici
e
stratigrafici
si
elevano
alla
verticale
per
estollersi
sino al
Monte
Cotento
; mentre
allontanandosi
dal
paese
vide che
l'
angolo,
coll'
orizzonte,
va
sempre
diminuendo.
Presso
la Mola
sembra
di
vedere
una
sinclinale,
con l'
asse
diretto
secondo
la valle
delle
sorgenti
dell'
Aniene
ed
inclinato
verso 10
sbocco
della
valle di
circa
20°.
Anche
fortemente
e
diversamente
inclinati
s'
incontrano
gli
stessi
strati
sotto
Jenne e
presso
Vallepietra.
Gli
strati
calcarei
del
Cretaceo
formano
sempre
un
angolo
con l'
orizzonte.
Già
dicemmo
che al
Monte
Affilano
[245]
57
pendono
verso N.
- E. con
un
angolo
di circa
200. Da
S.
Benedetto
(Subiaco)
sino
sotto
Jenne si
trovano
pendenti
verso S.
- O. fra
15°-200;
sotto
Jenne si
trova
una
sinclinale
che si
ripete
sotto il
Monte S.
Antonio.
Nelle
vicinanze
di
Vallepietra
si
trovano
pendenze
diverse
che
fanno
pensare
ad una
gigantesca
anticlinale
con la
parte
più
elevata
erosa.
Anche in
queste
località
le
roccie
calcaree
riposano,
senza
concordanza,
sopra le
roccie
sincrone
alle
dolomie
di
Filettino
di non
ancora
accertata
età, ma
probabilmente
triassiche.
|
|

|
Di fratture con salto ho
osservato bene solo
quella che interessa
Monte Affilano (Fig. 6).
Il salto non solamente è
evidentissimo, ma si
trova in condizioni di
rapporto tali con le
altre roccie, che se ne
intravede anche l'epoca
dell'avvenimento.
Infatti le arenarie che
appartengono, con le
argille indurite
sottostanti, al il piano
Mediterraneo (a, b, c),
si adagiano
discordantemente sopra
il salto stesso. Ciò
indica che lo
spostamento avvenne dopo
l' ultima roccia che vi
prese parte (Eocene) e
prima della deposizione
del Miocene medio. Dei
movimenti posteriori
diremo a suo luogo. L'
Eocene non è ben
determinato specialmente
nella parte inferiore,
ma attribuendovi il
calcare a Pettini, come
abbiamo fatto, noi lo
troviamo sopra il
Cretaceo disposto
concordantemente, come
si rilevò nella
descrizione della
sezione geologica del
Monte Affilano dove
58
[246]
i calcari sono però
petrograficamente
alquanto diversi.
Dall'Eocene inferiore
che non mostra
stratificazione, per
essere intimamente
tormentato e per i
larghi specchi di
scivolamento simulanti
la stratificazione
(Diaclasi), si passa
all'Eocene superiore o
meglio alla facies di
calcare brecciato.
Parecchi sono i sistemi
di diaclasi, che
interessano l'Eocene,
alcuni principali ed
altri secondari.
Difficile riuscirebbe la
loro determinazione :
rispetto ai punti
cardinali. Numerosissime
le giunte, che
riuniscono oltre le
facce degli strati anche
la diaclasi dei diversi
livelli. Le argille
indurite e marmose, le
arenarie, i calcari
arenacei del Miocene
riposano sempre
discordantemente sopra
le roccie eoceniche e
cretacee. Il Miocene
inferiore manca nella
nostra valle,
confermando l' emersione
della maggior parte
dell' Italia, come
risulta da molti fatti
raccolti in tutta la
nostra penisola.
Similmente non troviamo
gli strati del
Messiniano (Pontico) ed
il Pliocene marino.
Tutto questo lasso di
tempo ci viene attestato
dall' abrasione. Ciò
però nel caso che le
arenarie con in
rilevante loro potenza,
non debbano, con gli
strati superiori,
sincronizzare il
Messiniano ; il che non
sarà mai dimostrabile
per l' assoluta mancanza
dei residui fossili
caratteristici.
L'erosione in questa
ultima ipotesi avvenne
nel Pliocene soltanto.
Gli strati miocenici
difficilmente s'
incontrano orizzontali,
ma inclinati; spesso ci
presentano ondulazioni
anche strettissime. In
alcuni punti dove sono
più spostati, ciò che
avviene vicino ai monti
e specialmente a quelli
Prenestini, li troviamo
sconvolti, spezzati e
ricementati da vene
spatiche. Nel centro del
bacino miocenico si
riscontrano pendenze che
, si conservano per
lungo tratto. Tutto fa
credere che durante i
movimenti negativi
pliocenici, le arenarie
e le argille indurite
abbiano dovuto occupare
un minore spazio per
pressione laterale delle
montagne calcaree. Da
ciò i molteplici
corrugamenti che ne
celano la potenza e che
causarono gli accidenti
della struttura delle
roccie. Il Quaternario è
solo rappresentato dalla
profonda erosione di
quella valle che doveva
vantare monti molto più
elevati. Ciò indusse il
Viola a credere alla
possibilità, della
presenza di vedrette o
veri ghiacciai, Delle
valli circonvicine
durante l'antico
Quaternario. A questi
tempi possiamo solo
riportare i pochi
conglomerati ed i tufi
vulcanici che già vi
abbiamo assegnati, i
quali riposano sempre
discordantemente sopra
le roccie anteriori. In
tal modo la nostra
regione che era emersa
sugli albori del
Miocene, per uno
spostamento positivo,
molto vasto, si tuffò
quasi completamente
sotto le onde, per
ricevere i sedimenti del
Miocene medio, inteso
nel senso moderno, cioè
riferendo la zona
gesso-solfifera al
Miocene superiore.
[247]
59
Lo spostamento fece sì
che la regione si
trovasse in condizioni
batimetriche diverse,
donde i differenti
materiali sedimentari ;
i quali per aumento del
movimento positivo o per
ricominciare il negativo
potevansi sovrapporre in
ordine diverso da quello
che i teoretici
vorrebbero ; cioè dal
basso in alto: Langhiano,
Elveziano, Tortoniano.
Durante il Pliocene e
specialmente sul finire
di questo la nostra
regione, come le altre
appennine, risenti i
maggiori spostamenti
negativi. Le pendenze
cosi aumentate
accrebbero, con la forza
priva delle acque, la
loro potenza erosiva.
Quanto ai movimenti
subiti dalla parte ora
più alta della valle non
si può dire nulla, se
prima non vengono
cronologicamente
distinti gli strati
fossiliferi di
Filettino, potendo
comprendere parecchi
piani. Conclusioni
tettoniche di ambito
maggiore credo che
incorrerebbero contro la
logica, che vuole siano
inferite almeno da dati
sufficienti. Solo dalla
conoscenza completa dei
riferimenti cronologici
delle roccie della
nostra valle e delle
vicine, si potranno
ricevere maggiori lumi
sulla intricata
tettonica della parte
più elevata del bacino
imbrifero dell' Aniene.
XI. FENOMENI DEL
CARSO E CAVERNE.
SORGENTI ED
IDROGRAFIA
SOTTERRANEA.
Anche nella nostra
regione calcarea e
montuosa troviamo
molti imbuti
geologici, per i
quali spesso si
smaltisce l'acqua di
pioggia, che va a
far parte della
idrografia
sotterranea. Ciò per
i monti vicini era
già noto par gli
studi del Cacciamali.
(Del fenomeno del
Carso a Fontana Liri.
Riv. nat. Siena
1889. Gli
anticrateri dell'
Appennino Sorano.
Boll.
Club alp. vol.
XXV, Tonno
1891). Nella nostra
valle solo la
Chiavica di Arsoli
fu ultimamente
descritta dal Keller
(op. cit., n. 4).
Indirettamente il
Portis e lo Zoppi
parlarono di questi
fenomeni (loco cit).
Nel bacino dell'Aniene
s'incontrano molti
fenomeni del Carso,
svariati di forme e
di dimensioni, come
il Catino di Mandela,
la Fossa di Agosta,
il Pozzo Fossicchi
di Cerreto Laziale
ed il catino sotto
Cervara di Roma. Di
tipo diverso sono la
chiavica di Arsoli,
la grotta di
Iacucera e le cavità
di Sambuci.
Finalmente abbiamo
tutti gl' imbuti che
frequentemente si
aprono negli
altipiani delle
nostre montagne
(Zoppi, op. cit. pag,
58, 59); che
prendono nomi
diversi: Volubri,
Divoracci, Topanare,
ecc. sono questi
fenomeni degni
dell'osservazione,
del geologo ,
perchè ad essi
si raccordano
molti fatti
dell’idrografia
60
[248]
sotterranea, che si
può solo allora
comprendere, quando
la geologia della
regione è bene
esplorata, perchè
altrimenti i
concetti empirici
conducono a
grossolani errori.
Le Topanare sono
numerose nella
regione calcarea
montuosa della
destra riva dell'Aniene,
come si può rilevare
dalle stesse
tavolette
topografiche dello
Stato maggiore
militare; sono
formate da cavità
coniche né acute, né
profonde. Il maggior
numero misura in
diametro m. 8-15 ed
una profondità di
6-13 m. Non fa
mestieri che io dica
che le dimensioni
sono suscettibili ad
oscillazioni
considerevoli. I
coni non sono sempre
retti, ma
grossolanamente
inclinati nel senso
della
stratificazione o
delle diaclasi;
spesso sono
imperfettissimi.
Sull'altopiano di
Monte Autore
nell'interno di
alcuni di essi ho
osservato delle
prominenze rocciose,
situate quasi sempre
a sinistra del solco
che, durante le
piogge, porta il
maggior tributo di
acqua. Ho colto
tutti gli stadi
della genesi,
avendone veduti
degli incipienti e
di quelli di
maggiori dimensioni.
Ciò che mi ha
sorpreso è il fatto
che prima che si
sfondi lo strato di
humus, costituito
essenzialmente di
argilla rossa, la
piccola cavità è già
abbastanza
sviluppata. Appena
cade lo strato di
terra vegetale,
l'azione meccanica
dell' acqua diviene
più poderosa lo
stesso ingrandii
fori di 3°- 4°
centim. di diametro
nel terriccio e
rinvenni sotto una
ben larga topanara.
A causa dello
smaltimento delle
acque per via di
questi organi
geologici noi
troviamo una
eccessiva penuria di
acque nella regione
montuosa. Per
attingere acqua per
dissetare il
bestiame si è
costretti a
fabbricare pozzi per
i quali spesso si
approfitta dei più
grossi divoracci ;
cementandone le
pareti. Là dove gli
strati, per forze
orogenetiche, sono
stati allontanati,
fra di loro si
troveranno lunghe
fessure, sopra le
pareti delle quali
l' erosione può
essere più attiva. È
questo il caso della
Grotta di Iacucera
di Canterano, che
sta sotto alle mura
ciclopiche, e delle
cavità che si
trovano vicino a
Sambuci. Sono vere
fessure più o meno
larghe, ripiene dei
blocchi degli strati
spezzati e che
diverranno
fossilifere, perchè
in esse si trova
asilo una
popolazione di
animali. È naturale
che gli abitanti
sopra questi
fenomeni elaborino
mille
fantasticherie.
Vengono da ultimo i
veri catini,
lasciando la
chiavica di Arsoli,
di cui parlò il
Keller, come si ebbe
occasione di
ricordare (pag. 49
[237]). Chi partendo
da Mandela prende la
via che mena alla
montagna, toccando
il Cimitero, dopo un
quarto d' ora di
cammino si trova,
lungo l'erta,
innanzi ad una
cavità, a foggia di
catino, svasata
verso valle. Non ne
vidi mai una più
perfetta. Gli strati
calcarei, a
struttura arenacea,
con interstrati
marnosi, pendono
verso O. Il catino è
lungo circa 200 m.,
largo poco meno.
Verso valle è poco
profondo, non più di
m. 25, mentre a
monte è quasi m. 70.
[249]
61
Nel fondo v' ha
terreno coltivabile,
ma nell' inverno vi
perdura l' acqua di
pioggia,
specialmente verso
valle dove impaluda.
Quello di Cerreto
Laziale è un vero
pozzo, che nell'
orificio esterno ha
un diametro minore
che nella cavità
interna. L' apertura
misura 6-8 m. mentre
internamente credo
che possa
raggiungere i m. 15.
Dentro vi precipita
l'acqua un fosso che
ne porta solo
durante le piogge;
l' acqua si disperde
nelle viscere della
montagna, mentre i
ciottoli ne
riempiono la cavità.
È del tipo della
fossa del Monte di
Fontana Liri,
descritta dal
Cacciamali. Il terzo
è quello delle Fosse
di Agosta: esso si
apre in un
monticello isolato:
regolarissimo e
slabbrato a valle.
Offre un diametro
nella parte
superiore di circa
m. 120, mentre nel
fondo v' ha un
fraticello a dolce
declive, che è largo
m. 80. La parete più
alta raggiunge i 40
m. circa. Finalmente
l'ultimo è quello
sotto Cervara di
Roma che è più
piccolo del
precedente. Esso non
ci presenta la forma
conica, ma
grossolanamente
quella di una
piramide rovescia a
base rettangolare,
con gli angoli
diedri arrotondati.
Ci offre una
lunghezza di circa
m. 60 ed una
larghezza di m. 20;
mentre la parete a
picco misura m. 25.
Esso risiede quasi
alla sommità di un
piccolo colle che
superiormente porta
una insenatura, per
cui doveva passare
un fosso di cui
l'erosione ha
obliterato le
tracce. Tutti e
quattro sono segnati
sulle carte
topografiche dello
Stato maggiore
militare, dalle
quali si può
facilmente rilevare
l'altitudine, le
dimensioni e la
posizione
topografica. Si è
discusso molto
intorno all'origine
degli imbuti.
Secondo il Savi essi
avrebbero origine
per il crollamento
della volta di
grotte sotterranee,
nei monti Pisani.
Tale opinione venne
validamente
sostenuta dal Tietze
:
(Zur Geologz.e der
Karserscheinungen.
Jarb. der K. K. geol.
Reichsan., n.
4. Wien, 1880 ), per
le buche del Carso,
e dal Tuccimei: (
Considerazioni
sopra,
Karstphanomenen dei
monti Sabini.
Rassegna italiana.
Roma, 1886), per
quelle dei monti
Sabini. Anche il
Cacciamali (op. cit.,
ritiene tale
fenomeno prodotto
generalmente dalla
stessa causa per i
monti dell'Arpinate
e del Sorano. Altri,
però, vollero vedere
in quelle doline un'
altra causa, donde
ne nacquero
parecchie
discussioni. Io
penso che tutte le
ragioni che sinora
sono state portate a
spiegazione del
fenomeno siano tutte
buone per casi
particolari e che
non se ne possa
stabilire una causa
sola per tutti
gl'imbuti, a cagione
della natura e
struttura diversa
della roccia, della
direi ione degli
strati e della
compagine degli
stessi.
62
[250]
Il Tellini trovò
imbuti anche nel
conglomerato
calcareo del
Messiniano,
presso Maiano
(Descrizione
geologica della
Tavoletta
Maiano ) nel
Friuli. (Udine,
1892, pag. 20).
Appunto in
questo lavoro è
chiaramente
esposta la
spiegazione
della formazione
di alcuni imbuti
friulani.
Ultimamente il
Marinelli O.
(Fenomeni
carsici grotte e
sorgenti nei
dintorni di
Tarcento in
Friuli.
Giornale In
Alto Udine,
1897) riassume i
suoi precedenti
lavori e quelli
di molti altri,
per incerirne
giuste
conclusioni
d'indole
generale.(1)
Per le topanare,
di cui ho
parlato, credo
che s'abbia a
ritenere la
causa un pochino
diversa da tutte
quelle, che
finora
s'addussero per
rendersi conto
di simili
fenomeni. Le
topanare si
trovano
generalmente
nella parte più
bassa degli
altipiani che
sono circondati
da monti e senza
scolo: s'aprono
il più delle
volte nel bel
mezzo d'un
prato, L'acqua
piovana, carica
di acido
carbonico,
filtrando
attraverso lo
strato di humus,
passa a
circolare fra
questo e le
irregolarità
della roccia
calcarea, dopo
aver sciolto
molti acidi
organici. Dove
trova una
depressione
ristagna,
inzuppando
ancora il
terriccio
vegetale.
L'azione
solvente
scioglie il
calcare e se
trova qualche
fessura per essa
s'infiltra nella
roccia,
ingrandendone il
meato.
Naturalmente
l'acqua ivi
accorre dov'è
più facile lo
smaltimento e
quindi una certa
selezione
naturale di quei
luoghi dove più
frequenti sono
le fessure. Il
calcare sciolto
dall'acqua non è
cosi poco quanto
si può credere
pensando al solo
acido carbonico,
perchè gli acidi
organici che
accompagnano
l'acqua ne
aumentano di
molto il potere
solvente.
Naturalmente
l'azione dell'
ingrandimento è
cosi regolata da
dare le cavità
di forma conica,
come le abbiamo
descritte.
Se lo strato di
humus è sottile
e permette
l'evaporazione
dell'acqua che
ha disciolto il
calcare, allora
si formano
quegli arnioni
che ho raccolto
in abbondanza in
queste
condizioni di
cose. Se lo
strato gode di
un certo
spessore tiene
celata la cavità
sino a quando la
mancanza di
sostegno
l'obbliga ad
obbedire alla
gravità,
precipitando
nell' imbuto già
fatto. Allora la
meccanica
dell'acqua
ingigantisce, ed
oltre
all'allargamento
non molto
regolare
dell'imbuto, può
produrre o
l'ingrandimento
delle vie di
smaltimento
delle acque o,
con i detriti
che adduce nella
cavità,
ostruirle. In
quest'ultimo
caso non
funziona più il
divoraccio e col
tempo viene
riempito.
Tale fatto è
dimostrato da
ciò che
osserviamo in
piccolo sopra le
roccie brune
quando sopra una
fessura si ferma
un pochino di
terra che può
alimentare una
(1)
Interessantissimo
è, a questo
riguardo, il
lavoro del
Martel E. A. (Les
abimes. Paris,
1894); che può
considerarsi
come l'opera di
speleologia
finora più
completa.
[251]
63
magra
vegetazione di
Muschi, noi ben
presto sotto
troviamo delle
cavità a
superficie
concava, che
riescono
istruttive
specialmente
quando le
troviamo nella
roccia compatta.
Di tali esempi
ne possiamo
scorgere molti
sopra le
montagne
concaree: quivi,
per la ragione
esposta, è
facile trovare
piccoli arnioni,
mammellonari,
aragonitici.
Ben più
difficile è il
portare una
spiegazione
certa e
specialmente
acconcia per
tutti gli altri
pozzi o catini.
Tutte le cavità
sono il
risultato delle
stesse cause,
cioè l'azione
solvente
dell'acqua, la
forza meccanica
di questa e le
condizioni di
struttura della
roccia calcarea
queste però
possono agire in
rapporti
quantitativi
diversi ed in
ordine
cronologico
svariato,
favorite dalla
fessurazione.
Solo in pochi
casi si deve
ammettere la
caduta della
volta superiore,
mentre la
regolarità delle
superfici si
deve attribuire
all'azione
meteorica .
Tuttavia per il
pozzo di Cerreto
ammetto la
caduta di parte
della volta ;
mentre gli altri
che hanno subito
troppo
profondamente
l’azione
meteorica hanno
perduto gl'
indizi che ce ne
potevano svelare
la genesi.
Le cavità infine
di Sambuci si
debbono
riportare alle
forze
orogenetiche,
che hanno rotto
la compagine
degli strati,
intercalando fra
questi larghi
spazi di poco
spessore, che
per aperture,
avvenute per
crollamento,
sono messi in
comunicazione
coll'esterno. È
naturale che ,da
queste aperture,
specialmente se
ristrette, passi
costantemente un
venticello
causato dalla
diversa
temperatura
dell'ambiente
esterno coll'
interno: ciò che
suscita le più
strane
fantasticherie
nel contado.
Ultimamente il
Cacciamali: (
Cariedeghe, alto
piano carsico
sopra Serle Boll.
Club Alp.
Brescia),
descrive un
fenomeno
consimile. Allo
spostamento
degli strati si
devono i locali
e strani
terremoti che
agitano
continuamente
quella ristretta
zona.
Come alla stessa
causa dobbiamo
la grotta di
Jacucera, presso
Canterano, di
cui abbiamo di
già parlato. I
frequentissimi
fenomeni carsici
rendono la
nostra regione
una delle più
caratteristiche
per il paesaggio
carsico. Anche
qui si presenta
tipicamente
nelle roccie
cretacee e
sporadicamente
in quelle
eoceniche.
Seguendo il
Marinelli O.
(op. cit. pag.
64) la nostra
regione rispetto
ai fenomeni
carsici si
troverebbe nello
stato di
vecchiezza;
cioè non
esistono né
corsi d'acqua né
laghi alla
superficie, cioè
tutte le cavità
sono asciutte, i
sistemi interni
molto profondi e
sviluppati danno
luogo a
pochissime e
grandi sorgenti,
quasi sempre
multiple. (l)
Non v' ha nulla
d'importante
riguardo alle
caverne,perchè
nessuna o per
ampiezza
(1) Secondo
la relazione
citata del
Pellati (pag. 14
[202], il Viola
si sta
presentemente
occupando di
simili fenomeni
nella nostra
zona in studio.
64
[252]
o per altre
ragioni è degna
di nota. Le mie
ricerche per
trovare fossili
nelle caverne
che ho
incontrato nelle
escursioni sono
tutte riuscite a
vuoto, Nullameno
tale tema merita
di essere
attentamente ,
studiato.
Ben più arduo ed
intricato è il
tema della
idrografia
sotterranea
della nostra
regione.
Solamente lo
Zoppi, (loc. cit.),
con molti dati,
cercò di
affrontare la
soluzione,
rischiarando di
molto la
complessa
questione.
Disgraziatamente
lo studio non
aveva per base
un concetto
troppo chiaro
della tettonica,
che rappresenta
il dato più
importante per
lo scioglimento
del problema.
Ciò si può
facilmente
constatare dai
diversi
riferimenti
cronologici, i
quali dimostrano
sottostanti
roccie che si
credevano
sovrastanti in
tal modo la
spiegazione
viene a mancare
del più
necessario
sostegno, a ciò
aggiungasi ben
poco noi
sappiamo sulla
permeabilità
delle roccie e
specialmente di
quelle calcaree,
Queste si
ritengono in
genere come
permeabili,
mentre che la
cosa non corre
proprio sempre
in questo modo.
Il Taramelli ed
il Varisco:
(Delle
condizioni
orografiche,
geologiche ed
idrauliche del
bacino del fiume
Brembo, Bergamo,
1883, pag, 37),
reputano poco
esatta l' idea
della
permeabilità che
ritiensi
indefinita all'
imbasso delle
roccie calcaree
e dolomitiche,
le quali invero
nella parte
superficiale
delle masse
montuose sono
appunto le più
permeabili, e
quindi le più
povere di
visibile
idrografia.
Riguardo alle
sorgenti credo
di ricordare,
molto
opportunamente,
uno studio del
Cortese per la
grande analogia
che lega il
nostro bacino a
quello da lui
osservato (Le
acque sorgive
nelle alte
vallate del
fiume Sele,
Calore e Sabato.
Boll. R. Com.
geol., vol. XXI,
pag. 229. Roma,
1890).
Anche la nostra
regione si trova
nelle migliori
condizioni per
inzupparsi di
acqua. Infatti,
essa è
esclusivamente,
meno che le
arenarie
mioceniche,
calcarea e nella
parte più
antica, calcareo
- dolomitica, Le
dolomiti sono
frammentarie e
quindi molto
acquivore, i
monti poi sono
molto elevati e
ricoperti
discretamente di
boschi,
quantunque di
questi se ne;
sia fatto
scempio. Un'
altra condizione
favorevole è l'
esistenza degli
altipiani,
circondati di
monti. Non parlo
della quantità
media dell'acqua
di pioggia, né
della
proporzione di
area boscosa, né
delle diverse
elevazioni;
perchè i primi
due valori si
possono
raccogliere dal
lavoro dello
Zoppi, e
l'ultimo si
rileva
facilmente dalle
carte
topografiche
militari. Le
copiose sorgenti
si possono
dividere, col
Cortese, in
quelle di
montagna, di
valle e di
falda: ma non
conviene
dimenticare che
le
classificazioni
sono empiriche e
non rispondenti
esattamente a
tutti i casi.
[253]
65
Quindi è che la
stessa sorgente
può appartenere
a nessuno dei
tre tipi.
Che non sia
ancora
conosciuta la
genesi delle
nostre sorgenti
è dimostrato dal
fatto che il
Taramelli ed il
Varisco
ritengono che la
sorgente dell'
Acqua Marcia
appartenga ad un
tipo: mentre lo
Zoppi l' ascrive
ad un altro ben
diverso. I primi
infatti (op. cit.,
pag 39) credono
che la sorgente
appartenga alla
categoria di
quelle che
sgorgano da
suolo
assolutamente
calcare senza
sottosuolo
impermeabile,
nemmeno a
qualche
centinaio di
metri al
disotto.
L' altro invece
la riporta, come
si apprende, dal
citato lavoro,
alla terza
categoria degli
stessi Taramelli
e Varisco, cioè
a quelle che c
sorgono da un
terreno calcare,
dolomitico,
arenaceo, od
altrimenti
permeabile,
presso al
contatto di una
formazione
impermeabile, la
quale ad esso
terreno è
appoggiata di
sopra od ai
lati.
Se, a causa
delle ragioni
citate, non
credo ben
chiarita la
genesi dell'
Acqua Marcia e
sorgenti vicine,
molto diversa da
quella creduta,
ritengo che sia
quella delle
sorgenti a monte
di Subiaco.
Infatti, le
sorgenti tanto
quelle di M.
Sterparo, dell'Inferniglio,
del Simbrivio,
come quelle di
Filettino e
quelle del
Pertuso,
scaturiscono
tutte da una
dolomite e non
già dalle roccie
eoceniche. La
dolomite per
essere
frammentaria si
può considerare
come una spugna,
mentre il
calcare
sovrastante è
certamente meno
permeabile.
Laonde là dove
la superficie
piezometrica o
dei calcoli
viene ad essere
lambita da
quella del
suolo, noi
abbiamo le
sorgenti.
Naturalmente le
diverse sorgenti
di Filettino si
debbono spiegare
specialmente
tenendo il
dovuto conto
della
stratificazione,
che ivi è quasi
verticale e
quindi capace di
potere
individualizzare
le correnti a
causa della
maggiore
facilità di
corso. Esse
apparterrebbero
alla categoria
delle sorgenti
di montagna
(Cortese),
mentre quella
del Pertuso si
può ascrivere
fra quelle di
valle. Le
sorgenti poi
dell' Acqua
Marcia e vicine
spetterebbero
alla categoria
delle sorgenti
di falda o
sfioramento. S'
intende che la
stratificazione
e la probabilità
di qualche meato
o caverna
principale
influisce molto
al luogo di
uscita di una
sorgente. Ciò ci
fa ricredere non
completamente
impossibile la
spiegazione
addotta dallo
Zoppi, al lavoro
del quale
rimando chi
volesse avere
ulteriori
schiarimenti.
Prima di
lasciare tale
argomento
ricordo la
sorgente
ferruginosa
presso la
Spiaggia, sotto
Cineto Romano, e
quelle solfuree
fra Marano Equo
ed Anticoli
Corrado. Degna
di nota è una
fontana che
spiccia presso
Cerreto Laziale,
la quale ha un
regime variabile
con le piogge:
ciò che indica
un corso d'acqua
non molto
profondo. La
portata
diminuisce molto
sensibilmente
dopo una buona
pioggia per
tornare allo
stato normale
dopo parecchi
giorni.
66
[254]
Sarebbe il caso
di pensare ad un
sifone che
scaricasse
altrove l'acqua
più abbondante
per pioggia: ma
pur troppo non
credo che in
natura si
trovino di tali
fonti, per la
difficoltà che
nelle viscere
della terra si
possa ammettere
un sifone
rispondente a
tutte le
condizioni
volute dalla
fisica. Il fatto
lo attribuisco
alla possibilità
di un corso
sotterraneo più
rubesto, che
possa tenere una
via diversa da
quella che segue
quando e alla
portata normale.
XII.
PALETNOLOGIA.
L' uomo
preistorico ha
lasciato molte
tracce di se
nella valle
dell' Aniene, ma
sfortunatamente
il nostro studio
può riguardare
solamente pochi
avanzi, dacchè
gli oggetti
litici, essendo
di piromaca,
furono adoperati
per cavarne
fuoco con l'
acciaio. Nella
pregiata
collezione dei
Ceselli sono
tenuti celati
fra gli altri
tesori
scientifici,
anche molte armi
preistoriche
della nostra
regione. Infatti
moltissimi, cui
nelle mie
escursioni
diressi la
domanda se
avevano trovati
simili oggetti,
mi risposero di
averne mandati
al Ceselli, che
ne aveva
raccolto una
larga messe.
Anche nel nostro
bacino le ascie
e le punte di
frecce prendono
il nome di
fulmini, saette,
pietre di tuono,
pietra fulmine,
ecc. e si
ritiene dal
volgo, che siano
veramente i
fulmini
scagliati dal
cielo punitore.
Dalle notizie
che potei
raccogliere
posso affermare
che le punte di
freccia dovevano
essere con
peduncolo ed
alette e ben
confezionate le
ascie in minor
numero e tutte
levigate. Un
tale mi affermò
di avere egli
trovato una
grossa freccia,
che dal modello
che gli feci
eseguire in
legno, potei
comprendere
essere una punta
di lancia. Dopo
molte ricerche
potei finalmente
venire in
possesso di
cinque ascie e
di una punta di
freccia. Le
prime cinque
provengono dal
territorio di
Canterano,
Subiaco e
Percile e
l'ultima da
quello d' Affile.
Tutte poi furono
certamente
raccolte nel
terreno,
vegetale e
quindi nulla
possiamo dire
intorno allo
strato che
conteneva gli
avanzi dell’
uomo.
1. Ascia
levigata, di
cloromelanite,
di colore verde
oscuro, a facies
tutte le altre a
tipo
triangolare,
tende alla
facies scalena,
forse perché si
usavano
piuttosto in un
senso che in
tutti e due
ugualmente.
Infatti il lato
più corto ci
offre un taglio
meno aguzzo. (Tav.
fig. I). ,
Proviene dal
territorio di
Subiaco, vicino
a S. Vito:
Massima
lunghezza.
mm. 50
Massima
larghezza.
mm. 29
Massimo
spessore.
mm. 11
[255]
67
2. La seconda è
pure di
cloromelanite,
verde-oscura,
dal colore del
serpentino, del
tipo della
precedente, cioè
linguiforme, ma
di molto più
corta; con i
lati meglio
arrotondati e di
maggiore
spessore, Il
taglio è
abbastanza
arcuato. Anch'
essa tende alla
facies scalena (Tav.
fig. 2).
Provenienza,
territorio di
Canterano,
località Capo la
Valle:
Massima
lunghezza.
mm. 39
Massima
larghezza.
mm. 34
Massimo
spessore.
mm. 10
3. Splendida ed
interessante è
l'ascia che ebbi
la ventura di
trovare in quel
di Canterano,
contrada
Cotoccia, nel
terreno
vegetale, Essa
pare di gabbro o
di roccia
analoga, di una
rilevante
durezza. Sopra
un fondo verde
non molto
oscuro, spiccano
chiazze giallo -
chiare, nonché
macchie oscure.
È di facies
isoscele con la
solita tendenza
scalena. Ciò che
rende l' ascia
diversa dalle
altre è
l'accurata
confezione, Essa
è di spessore
molto piccolo ed
i lati sono non
rotondi, ma
pianeggianti e
facienti con le
facce maggiori
uno spigolo
abbastanza
netto. Per
questo singolare
particolare
differisce da
tutte le altre
che si ammirano
generalmente nei
diversi musei (Tav,
fig. 3).
Massima
lunghezza.
mm. 45
Massima
larghezza.
mm. 38
Massimo
spessore.
mm. 8
4. Punta di
freccia di
piromaca, di
colore giallo -
miele,
trasparente, a
peduncolo
sottile e ad
alette molto ben
chiare e direi
uncinate. Essa
ha una grande
somiglianza col
tipo di Santa"
Giustina
figurato e
descritto dall'Issel
(Liguria geol. e
preist., Genova,
1892 pag. 102,
tav. XXVI, fig.
4). La punta è
slanciata
offrendoci agli
spigoli un
angolo molto
acuto, cioè di
40. Il peduncolo
è sottile: delle
alette una è
mancante di
punta.
Accuratissimi
sono i ritocchi.
Fu trovata nel
territorio di
Affile (tav.
fig. 4, 5).
Massima
lunghezza.
mm. 39
Massima
larghezza.
mm. 16
Massimo
spessore.
mm. 5
5/6. Il sig. L.
Jori mi ha
donato due ascie,
costituite da
roccia verde
scura,
probabilmente di
cloromelanite.
Una, piccola,
quasi intera,
tipo linguiforme,
con facies
scalena. Essa
presenta una
faccia
ulteriormente
levigata, forse
per renderle
nuovamnente il
taglio perduto.
La seconda è di
proporzioni
maggiori, ma
spezzata e
profondamente
corrosa sulla
superficie
esterna.
68
[256]
Furono raccolte
nel territorio
di Percile,
nella valle di
Licenza. Oltre
agli avanzi
citati è
necessario che
ricordi le
celebri tombe di
Mandela di cui
si occuparono il
De Rossi (1) ed
il Ponzi (2).
Intorno a quella
suppellettile
ora si hanno
idee alquanto
diverse da
quelle dei
citati autori,
come si può
ricavare dalla
numerosa
bibliografia. Lo
Zampi (3)
giudica le tombe
di Mandela
coetanee di
quelle di
Fontanella di
Casalromano
(Mantova), di
Remedello,
Sgurgola,
Montone, ed
Arene Candide,
ascrivendo tutto
il complesso
all' epoca
eneolitica.
Dello stesso
parere è t il
Castelfranco (4)
ed il Colini
(5). Anche lo
studio
cronologico
riporta a quest'
epoca,
quantunque il De
Quatrefages ed
Hamy
riconoscessero
negli scheletri
il tipo etnico
di Cro - Magnon
(6).
Interessante è
il ripostiglio
trovato in
Canterano, a
Monte S. Croce,
presso la
Morraitana. Ivi
si rinvennero
sette grandi
ascie di bronzo,
che ora si
conservano nel
Museo
paleontologico
di Roma. Esse
furono trovate
insieme ad altre
che andarono
smarrite. La
forma è molto
caratteristica e
si può ridurre
ai due tipi che
ho potuto
rappresentare
(vedi tav. c
fig. 6, 7),
mercè la
gentilezza del
prof. Pigorini
che ringrazio.
Le coste ad
alette portano
esteriormente
tre piani
longitudinali
ben determinati.
Esse somigliano
a quelle che i
Villa (7)
trovarono nella
torba di Bosisio
e che il
Biondelli riferì
ai tempi del
secolo
dell'Impero
Romano. Le
nostre però,
essendo di un
lavoro più
rozzo, sono
certamente di ,
epoca anteriore.
Presento infine
(tav. fig. 8) le
ossa frontali di
un cervo, con le
corna
evidentemente
tagliate
dall'uomo.
Questi avanzi
furono da me,
trovati entro il
travertino che
s' incontra
lungo il fosso,
che scorre sotto
Sambuci. Anche
altre ossa di
cervo furono
rinvenute sotto
Jenne
(1) DE Rossi
M. S. e Ponzi
G.: Rapporto
sugli studi e
scoperte
paleontologiche
nel bacino della
campangna
romana. Roma,
1867.
(2) PONZI G.:
Sulle tombe
preistoriche
rinvenute presso
Cantalupo
Mandela. Accad.
Pont. Lincei.
Roma 1867. Dell’
Aniene e dei
suoi relitti.
Acc. Nuovi
Lincei Roma,
1862.
(3) ZAMPI R.:
Gli scheletri di
Remedello e di
Fontanella di
Casalromano
nella provincia
di Brescia e
Mantova, 1890.
(4) CASTELFRANCO:
Tre sepolture di
Fontanella di
CalsalromanO
Boll. di
Paleontologia
ital., vol. XIX,
Parma 1893, pag.
18.
(5) COLINI:
Scoperte
paletnologiche
nelle caverne
dei Balzi Rossi.
Boll. palet.
Ital., Parma,
1893. ,
(6) DE
QUATREFAGES,
HAMY: Crania
etnyca, pag.
62-63. ,
(7) VILLA
A. e G.: Armi
antiche trovate
nella torba di
Bosisio Glor;
Fotografo N. 31,
1856.
[257]
69
entro il
travertino,
come si ebbe
occasione
ricordare a
pag. 52
[240].
Presso
l'orrido e
bel
monastero
della
Mentorella
rinvengonsi
molte corna
di cervi,
che
probabilmente
vi vissero
in epoca
storica,
dando luogo
alla
leggenda di
S.
Eustacchio.
Le ascie
litiche e la
punta di
freccia
indicano
indubbiamente
l'epoca
neolitica,
cioè il
periodo
della pietra
levigata. È
il periodo,
Robenhansiano
(De
Mortillet).
Le tombe di
Mandela
rappresentano
il periodo
eneolitico.
Finalmente
le ascie di
bronzo,
tagliando il
nodo della
questione
sulla
presenza
dell'epoca
del bronzo
nelle nostre
contrade, ad
dimostrano
che tale
periodo
dobbiamo
pure
annoverarlo.
L' uomo
adunque
certamente
si trovava
nella valle
dell' Aniene
nel periodo
neolitico
cioè nell'
era recente
e sul finire
del
Quaternario.
Laonde solo
in parte
sono giuste
le seguenti
parole del
Ponzi:
“Quando
della valle
dell' Aniene
i torrenti
alluvionali
trasportavano
i detriti
dei monti
circostanti
e ne
accumulavano
enormi
banchi nel
fondo de
loro grandi
alvei, l'
uomo
primitivo,
quell' uomo
dolicocefalo,
il cui tipo
vediamo nei
crani della
più bassa
cripta di
Cantalupo -
Mandela, fu
testimonio
di quelle
subitanee e
tempestive
inondazioni
che
spogliando
il dosso dei
monti ne
riunivano i
detriti nel
fondo della
valle”.
{Rapporto
sugli studi
e scoperte
paleontologiche,
pag. 72).
XIII.
GEOLOGIA
APPLICATA.
Parecchi si
occuparono
dei
materiali
della nostra
valle dal
punto di
vista delle
applicazioni.
Ricordo il
Brocchi, il
Caseli, il
Ponzi, il De
Marchi, il
Clerici,
ecc. Vario è
il materiale
da
costruzione;
a Subiaco si
adopera
largamente
il
travertino e
il
conglomerato
compatto;
nei paesi
circostanti
il calcare
di diverse
epoche: dove
il calcare è
lontano si
costruisce
con l'
arenaria
miocenica.
Dai calcari
si ottengono
delle ottime
calci da
malta ; esse
si uniscono
generalmente
con le
sabbie dei
corsi,
d’Acqua,
coll'
arenaria
ridotta a
sabbia o
dagli agenti
meteorici o
col pressojo,
colle
brecciole
che si
trovano fra
i calcari
specialmente
eocenici e,
dove si può,
si
confezionano
con i
materiali
vulcanici
più o meno
puri. La
parte
ornamentale
degli
edifici è
fatta
generalmente
Subiaco con
la celebre
pietra di
Subiaco, che
si cava dal
Monte
Affilano, e
che è in
opera nella
stessa Roma.
Il Clerici
(op. cit.)
studiato
tutti i
requisiti di
tale
materiale.
La pietra è
priva di
bucherellature
: è di
colore
brunastro,latteo.
70
[258]
Composizione
chimica (Clerici)
:
| Materie insolubili in acido cloridrico |
0.018 |
| Silice solubile |
0.010 |
| Anidride carbonica |
43.546 |
| Anidride solforica |
0.026 |
| Allumina e ossido di ferro |
0.099 |
| Ossido di calcio |
35.948 |
| Ossido di magnesio |
0.222 |
| Sostanze non dosate e perdite |
1.131 |
| Calcare seccato a 100 C° |
100.000 |
È quindi un
calcare
puro. Peso
specifico,
2,658. Peso
della unità
di volume,
2,583.
Potere
igrometrico,
0,210 %.
Facoltà
d'imbibizione
1,139 %.
Gelività,
5,003 %. In
10 mesi, in
una
soluzione
satura di
Cloruro di
Sodio, di
Magnesio e
di Solfato
di Magnesio,
non ha
mostrato
alterazione.
L' adesione
al gesso per
ogni
centimetro
quadrato kg
60 al
cemento kg.
2,632.
Resistenza
allo
schiacciamento
kg. 550 a
cm2.È una
pietra atta
alla
lavorazione
e le
condizioni
della cava
sono buone.
Ma dallo
stesso monte
si possono
estrarre
anche altri
preziosi
materiali,
come il
calcare
localmente
denominato
Palombino. È
un calcare
più compatto
del primo ed
acquista un
migliore
pulimento
ma è di un
colore più
oscuro.
Sfortunatamente
non si
riscontra in
grossi
blocchi.
Anche
l’Africano
(localmente)
è
suscettibile
a pulimento,
dandoci una
bella
colorazione
che ricorda
il classico
marmo. È una
breccia
poligenica,
a tinte
svariate, le
quali tutte
però tendono
al grigio
oscuro. Se
ne
rinvengono
dei grossi
blocchi. Ivi
ancora
troviamo
un'arenaria,
tenacissima,
compatta, a
sfaldatura
concoide che
viene
chiamata
Silice
chiara, od
oscura
secondo il
colore. Il
nome lo deve
alla
difficoltà
di
lavorazione
il celebre
marmo occhio
di pavone,
di cui parla
anche il
Murchison,
si trova nel
Monte
Affilano e
per ogni
dove
predomina la
facies
calcarea del
Cretaceo. Il
nome lo deve
alle sezioni
di Sferuliti.
Tanti ottimi
materiali
rendono il
Monte
Affilano
pregevolissimo.
Deplorasi la
mancanza di
trasporti
che
proibiscono
l'esercizio
della cava,
la quale
potrebbe
dare tesori
e lavoro a
tanti
disgraziati
tapini, che
non lungi da
Roma, vivono
una vita da
bruti, per
la miseria
in cui
languiscono.
Nel cimitero
della città
si possono
ammirare in
opera
tutti i
materiali
citati.
Seguendo l'
ing. De
Marchi (I
prodotti
della
[259]
71
provincia di
Roma,1882)
enumeriamo
gli altri
prodotti
minerari,
desumendo le
notizie
dalle
concessioni
governative
e dalle
informazioni
raccolte sul
luogo.
Asfalto.
Si trova con
molta
frequenza
nei Monti
Simbruini ed
Ernici.
Presso
Filettino vi
è un
giacimento
abbastanza
ricco. Il
proprietario
Missori
Giuseppe non
tiene aperta
la cava a
causa della
concorrenza
degli
asfalti
artificiali
e dei gravi
trasporti.
La roccia,
dopo una
selezione,
veniva
triturata e
riscaldata,
cui poi si
univa un
buon terzo
di bitume.
In tutti gli
strati di
quella
regione si
trovano
compenetrazioni
di asfalto.
Ne rinvenni
anche presso
Vallepietra
e sotto il
paese di
Jenne e
sopra l'
abitato. Si
è parlato
molto
intorno all'
origine di
tale
materiale.
Molte utili
informazioni
si possono
desumere dal
lavoro di
Leon Malo
(Note sul
Asphalte,
son origine,
sa
preparation,
ses
applicatzion,
Paris, 1863)
Dell'
asfalto
delle
località
vicine si
occuparono
il
Cacciamali,
il Viola, il
Ponzi, il
Carpi, il
Tenore, lo
Jatterle,
ecc.
Lignite.
Cesare
Tornassi
ebbe il 26
agosto 1875
la
concessione
di trovare
la lignite
nella
località
Cappuccini,
presso
Subiaco.
Quantunque
non
cominciasse
le ricerche,
pure
possiamo
essere certi
che non
avrebbero
sortito a
nulla di
buono.
Infatti si
trovano
solamente
piccole
lenti di
lignite in
moltissime
località,
sempre
dentro le
arenarie
mioceniche.
Dove sono
più
frequenti e
dove si è
tentata l'
estrazione,
non diedero
mai buoni
risultati,
come al
Ponte
Lucidi, nei
territori di
Gerano,
Cerreto
Laziale,
Canterano,
Rocca
Canterano,
ecc. I
caratteri
della
lignite sono
già stati
esposti
parlando del
Miocene.
Ferro.
Nella
montagna di
Subiaco, nel
territorio
di Jenne e
presso
Filettino
dicono che
si siano
trovate
masse di
minerale di
ferro certo
però non
industrialmente
utilizzabili.
Parecchi ne
ebbero la
concessione
governativa;
ma i lavori
non furono
mai
cominciati.
Manganese.
Il 27 maggio
1856 fu data
concessione
a Cesare
Tornassi di
ricercare il
perossido di
Manganese
nel
distretto di
Subiaco : ma
non si sa se
ne abbia
trovato
traccia. Già
dissi come
presso il
Pertuso d'
Affile
trovai un
piccolo
frammento
erratico,
che
probabilmente
proviene da
quegli
strati
eocenici.
Un' analisi
quantitativa
sommaria mi
ha dato: Mn
= 1,62 sopra
cento parti.
Ciò ho
ottenuto
sciogliendo
il minerale
con l'acido
cloridrico
puro, a
caldo. Sulla
soluzione ho
agito con l'
idrogeno
solforato
per ottenere
il
precipitato,
da cui con
il carbonato
di Potassio
ho potuto
aver l'
ossido
idrato di Mn.
che da
bianco, all'
aria,
diviene
subito
rosso. Fra i
prodotti di
cava si
possono
considerare
i marmi, gli
alabastri, e
poi in
ordine d'
importanza i
travertini,
i tufi
litoidi, le
pietre da
calce, le
pozzolane,
le argille
indurite e
comuni, le
arene e le
ocre.
72
[260]
Delle
pietre
marmolee
già ne
ho
ricordato
parecchie,
ora
basta
che
accenni
al
rosso,
al
giallastro
dendritico
o pietra
erborina
ed alla
breccia
tigrata.
Alabastro.
Il
potere
solvente
dell'
acqua
distrugge
i
calcari
per
precipitarne
o
nell'interno
delle
caverne
o dove
l' acqua
ristagna.
Si forma
cosi l'
alabastro
che
talune
volte
permette,
per la
sua
abbondanza,
l'
estrazione,
come al
campo di
Livata (Subiaco)
ed a
Filettino.
La
balaustra
della
Chiesa
maggiore
del
paese è
formata
di
alabastro,
come la
fonte
della
sorgente
dell'
Aniene.
Travertino.
Tanto a
S.
Cosimato
(Mandela),
come
presso
Subiaco
ed in
tutte le
altre
località
dove
esso si
trova,
viene
scavato
per
scopo
edilizio.
La
varietà
spugnosa
(Cardellino
loc.) è
ricercata
per la
costruzione
dei muri
che non
debbono
essere
pesanti.
Parecchie
opere d'
arte
moderna
ed
antica
sono
fatte
con
quella
da
taglio.
Bellissimo
il ponte
di s.
Francesco,
presso
Subiaco.
Tufo
litoide.
Tale
materiale
fa bella
mostra
di se
nei
pilastri
del
cancello
del
Cimitero
di Jenne
e nelle
cornici
di vari
portoni
dello
stesso
paese. A
Vicovaro
e nella
valle
Empiglione
si scava
pure a
scopo
edilizio,
come il
peperino
nel
Lazio ed
il turo
breccioide
a Roma.
Pozzolane.
I
giacimenti
di
pozzolana
vengono
sfruttati
per la
confezione
delle
malte,
specialmente
idrauliche.
Presso
Ponte d'
Arci, a
Vicovaro,
a
Cerreto
Laziale
e ad
Affile,
viene
sempre
estratta
ad aria
aperta.
Ad
Affile,
però,
gl'infelici
operai
sono
obbligati
a
caricarsela
sul capo
dalla
profondità
di un
pozzo di
circa m.
3°, con
le
pareti a
perpendicolo,
senza
tutte le
dovute
garanzie
di
sicurezza.
Le
qualità
sono
identiche
a quelle
delle
vicinanze
di Roma,
già
tanto
note
sotto
questo
punto di
vista un
turo di
Pozzolana
Acquaone
(territorio
di Rocca
S.
Stefano)
viene
estratto
e
battuto
per
unirlo
alla
calce.
Arenarie.
L'arenaria
per
essere
refrattaria
al fuoco
si
adopera
per la
costruzione
dei
forni,
camini,
ecc. ;
dove
manca il
calcare
è
impiegata
alla
fabbricazione;
delle
case dei
poveri
costituisce
un
antigienico
pavimento.
Le vie
del
paese
del
bacino
miocenico
sono
lastricate
di
ciottoli
di
questa
roccia.
Presso
S. Vito
e
Pisoniano
si
lavora
per
ottenerne
gradini,
soglie e
davanzali
per
finestre.
A Rojate
è cosi
compatta
da
servire
come
pietra
da
taglio e
come
pietra
d'affilare.
Affile è
costruito
sull'arenaria;
molte
case
hanno il
pavimento
incassato
nella
roccia
ed umido
oltre
ogni
dire.
Probabilmente
il
caratteristico
male del
rammollimento.
delle
ossa
(osteomalacia),
che
infierisce
in
questo
paese,
si deve
attribuire,
in gran
parte, a
questa
condizione
geologica. Sabbie
ed arene.
Si
trovano
specialmente
lungo
l'alluvio
dei
principali
corsi
[261]
73
d'acqua
e nei
coni di
dejezione.
Sono
così
ricche
di
cristalli
di
augite e
di parti
silicee,
che
servono
abbastanza,
con buon
risultato,
nella
confezione
delle
malte.
Calcari
da calce.
Quasi
tutti i
calcari
sono
adatti a
dare
buone
calci,
che sono
ottenute
con
metodi
affatto
primitivi.
Argille.
Queste
non
scarseggiano
negli
strati
più
profondi
delle
arenarie
mioceniche;
esse,
quantunque
non
siano di
facile
digerimento
all'acqua,
costituiscono
un buon
materiale
per la
costruzione
dei
laterizi.
Quasi
,ogni
paese ha
le sue
fornaci
e
l'argilla
che le
alimenta
è
litologicamente
e
cronologicamente
sempre
la
stessa,
A monte
ed a
valle di
Trevi si
hanno le
prime
fornaci;
Sotto
Affile,
nella
località
denominata
Bagni,
ve ne
sono ben
sette,
Nel
sobborgo
di S.
Martino,
quasi
dentro
la città
di
Subiaco,
ve ne
sono
due; una
nel
territorio
di
Pisoniano,
tre in
quello
di
Canterano,
ecc. L
'arte
dei
laterizi
è poco
sviluppata;
solo in
questi
ultimi
anni ha
acquistato
un certo
incremento
a
Subiaco
ed a
Canterano.
Oltre a
questa
argilla,
ne
troviamo
un
'altra
che
trovasi
specialmente
presso
Subiaco
e che
viene
sfruttata
per
l'arte
figulinaria,
massime
per le
terre
cotte da
cucina.
Essa è
l'argilla
rossa,
ricca di
materiali
vulcanici,
ottenuta
come
tutte le
altre
terre
rosse
della
regio1le,
specialmente
dallo
sfacelo
dei
calcari.
Se ne
trovano
saccocce
abbastanza
rilevanti.
Anche
gli
antichi
dovevano
usare
tale
materiale,
avendolo
veduto
largamente
usato
nelle
grosse
tegole
del
cimitero
romano,
scoperto
nella
vigna
Scarpellini
(Subiaco).
Cemento.
Le
argille
marnose,
indurite,
schistose
sono il
materiale
che,
opportunamente
trattato,
dà
ottimi
cementi
idraulici.
Presso
Subiaco
è sorto
uno
stabilimento
mosso
dalle
acque
dell'
Aniene,
che ne
produrrebbe
una
grande
quantità.
Ma la
crisi
edilizia
ha
obbligato
a
chiudere
le
porte.
Certamente
il
guadagno
non
poteva
essere
molto
lauto a
causa
dei
costosi
trasporti
del
materiale,
del
cemento
e del
carbone.
Tali
spese si
sarebbero
potute
risparmiare,
trovandosi
la
materia
prima in
parecchi
punti
vicino
la linea
ferroviaria
e vicino
all'
Aniene.
Terre
a colori.
In
Subiaco
v' ha
l'unica
fabbrica
di terre
a colori
della
provincia,
che
prende
la
materia
prima
del
proprio
territorio.
Le
fabbriche
di Roma
sfruttano
il
materiale
proveniente
dalla
Toscana.
Le ocre
naturali
si
estraggono
specialmente
nel
territorio
di
Subiaco,
di
Jenne,
nelle
contrade
chiamate:
La
Bandita,
Colle
Barili,
La
Serra,
Lo
Sterillo,
M.
Calvo,
ecc.,
ecc,
Esse
vengono
macinate,
e
quando
necessario
si
calcinano.
Si
ottiene
quindi
l'ocra
gialla e
rossa.
Nello
stesso
opificio
dai
calcari
bianchi
si forma
la terra
bianca
mentre
il nero
lo si
ha con
il
trattamento
del
residuo
delle
74
[262]
si ha
con il
trattamento
del
residuo
delle
carbonaie,
con le
diverse
miscele
si
formano
i colori
di
bianco -
santo,
giallo –
chiaro,
giallo –
oscuro,
rosso
-chiaro,
rosso -
oscuro,
nero di
feccia,
ecc.
Anche
questa
industria
soffre
moltissimo
a causa
dei
trasporti,
ed ora
vive
quasi
esclusivamente
per la
tenue
vendita
che si
fa sul
luogo e
per
sopperire
ai
bisogni
della
locale
cartiera.
Di tutti
i citati
materiali
ne ho
fatto
una
completa
collezione
che
trovasi
nel
Museo
geologico
della
Università
di Roma.
Una
discreta
raccolta
si può
vedere
nel
Museo
industriale
del
Comitato
geologico.
Finalmente
una
bella
serie di
campioni
è stata
opportunamente
collocata
nella
sala
comunale
del
Municipio
di
Subiaco.
Le terre
vegetali
nascono
dallo
sfacelo
delle
roccie
sottostanti:
esse si
possono
dividere
in
parecchi
gruppi.
Terre
arenacee
e
ghiaiose
dell'alluvio
del
fiume e
dei
principali
torrenti:
sono
molto
leggiere
e
permeabilissime,
quindi
fanno
spesso
soffrire
le
piante
per
siccità.
Le terre
che
derivano
dalla
disgregazione
delle
arenarie
sono
piuttosto
buone,
se non
si
trovano
con
forti
pendenze,
come è
nel caso
più
frequente,
perchè
allora
sono
sottili,
facilmente
trasportabili
dalle
acque,
specialmente
dopo le
lavorazioni:
ciò che
lascia
le
radici
allo
scoperto.
Anche
queste
terre
soffrono
per
siccità.
L'
humus,
invece,
originato
dallo
sfacelo
dei
calcari,
composto
da
un'argilla
rossa
che
indurisce
fortemente
ed è
impermeabile
all'acqua;
è di
mediocre
qualità.
Con
apposite
concimazioni
artificiali
si
potrebbero
correggere
i
difetti
dell'
humus
naturale;
ma di
ciò non
si ha la
più
lontana
idea,
anzi si
fa mal
governo
dello
stesso
concime
animale.
La
vegetazione
scarseggia
sulle
roccie
calcaree
che
costituiscono
le
maggiori
prominenze;
sugli
altipiani,
e là
dove v'
ha un
poco di
terra,
vivono
le
solite
piante
montane,
come:
querce,
faggi,
carpini,
elci,
ecc. ;
mentre
nei
boschi
sull'arenaria,
che
forma le
colline,
predomina
il cerro
ed il
castagno.
Sui
declivi
tanto
dei
monti
calcarei
che
dell'arenaria,
sino ad
una
certa
altitudine,
si
coltivano
gli
olivi,
mentre
nel
basso vi
prospera
la
vigna.
Il grano
ed il
granoturco
sono i
principali
cereali:
il primo
si
semina
specialmente
sui
greti
calcarei
montani
mentre
al mais
è
riserbata
la
pianura
delle
valli.
Si è
molto
lontani
dal
conoscere
la flora
delle
nostre
pittoresche
contrade:
pure
possiamo
accontentarci
del
largo
contributo
che ha
dato il
Pirotta
alla
conoscenza
della
nostra
vegetazione
(E.
Abbate:
Guida
della
provincia
di Roma.
Pirotta;
flora
della
provincia
di Roma,
[263]
75
cap. V,
pag. 215
e segg).
Degna di
nota è
la
presenza
del
bosco;
che
ricopre
tutto il
versante
del
monte
che
sovrasta
le
sorgenti
dell'
Acqua
Marcia.
Tale
notizia
riesce
utile al
geologo
che non
si sa
spiegare
la larga
abbondanza
di
residui
fossili
di tale
pianta
in molti
tufi
vulcanici
della
campagna
romana
presa in
senso
largo.
Gode più
interesse
per la
dinamica
terrestre
e quindi
per la
geologia
il
regime
delle
piene in
rapporto
con i
boschi
del
bacino
imbrifero
dell'Aniene.
Lascio
però
tale
questione,
perchè
già
ampiamente
trattata
dallo
Zoppi,
con
l'appoggio
di molti
dati
(op. cit.,
pag. 4 e
segg).
In tal
modo
egli ha
potuto
constatare
la somma
influenza
dei
boschi
in
rapporto
del
regime
del
fiume,
in
confronto
alle
leggi
stabilite
dal
Belgrand
(La
Seint.
Regime
de la
pluie
Paris,
1873). Chiudo
il
presente
capitolo
ricordando
un
lavoro
del
Viola
intorno
alla
coltura
agraria
e
silvana
dei
monti
della
provincia
romana
(1).
XIV.
CONCLUSIONE.
Presso
Filettino
s' hanno
strati
dolomitici,
con
argilloscisti
interstratificati,
che
probabilmente
racchiudono
faune
più
antiche
del
Cretaceo,
che
sopra
discordantemente
vi
riposa.
Riuscirà
di
grandissima
importanza
il
riferimento
cronologico
degli
strati
fossiliferi
di
Filettino,
dacchè
sincroni
a questi
ve ne
hanno in
moltissime
località
del
nostro
Appennino,
la cui
troppo
oscura
geologia
riceverà,
per tale
scoperta,
nuova
luce.
Il
Cretaceo
nella
nostra
valle
non si
può
dividere.
Probabilmente
è
rappresentata
la parte
inferiore
del
Senoniano,
cioè il
Comancien
dei
Francesi.
Il
calcare
poi, che
ha dato
i
fossili
più
abbondentemente
al M.
Affilano,
per la
presenza
del
Plagioptychus
Aguilloni,
Cl fa
pensare
ad un
altro
piano
dello
stesso
Senoniano.
Senza
fondamento,
adunque,
si deve
ritenere
il
riferimento
fino ad
ora
fatto al
Turoniano.
L'
Eocene
inferiore
è
rappresentato
da due
facies
di
calcari
cristallini,
bianchi,
con
molte
impronte
di
Pecten.
Seguono
cronologicamente
gli
strati
del
Bartoniano,
dimostrati
tali
dalla
fauna
che
racchiudono.
Con
moltissima
probabilità
si deve
ritenere
la
presenza
del
Parisiano,
dimostrata
nello
spartiacque
del
bacino
imbrifero
dell'Aniene.
(1)
VIOLA
C.:
Sulle
condizioni
geologiche
dei
monti
della
provincia
romana
in
rapporto
con la
cultura,
agraria
e
silvana.
Estr.
Eco dei
campi e
dei
boschi.
Ann. IV,
1897.
76
[264]
Molte
roccie
che
venivano
attribuite
al
Cretaceo
si
debbono
riportare
al
presente
sistema;
mentre
altre
che vi
si
riferivano,
come
presso
Filettino,
debbono
entrare
a far
parte
del
Cretaceo
o di
altra
formazione.
Il
Miocene
ha dato
il
maggior
numero
di
fossili
caratteristici,
da cui,
senza
tema di
errare,
si può
dedurre
non solo
la sua
presenza,
che non
era
conosciuta,
ma anche
il
valore
cronologico
degli
strati.
Tutti i
materiali
che sono
stati
ascritti
a questo
sistema
appartengono
al
secondo
piano
del
Mediterraneo
(Suess).
Essi
sono di
parecchie
zone
batimetriche,
come si
può
rilevare
dal
materiale
sedimentario
e dalle
faune;
sono
rappresentate
le
facies
langhiana,
elveziana
e
tortoniana,
in
ordine
diverso
da
quello
citate.
Lo
studio
dei
fossili
ha
rivelato
strettissimi
legami
con
faune
completamente
conosciute
di
località
italiane
e
straniere,
Tali
confronti
sono
riusciti
utilissimi
per
l'apprezzamento
cronologico
delle
faune.
Certamente
mioceniche
sono le
argille
di
Mandela
e di
Subiaco,
già
riferite
al
Pliocene.
È la
formazione
che si
conosce
meglio
nella
nostra
regione,
quantunque
il Viola
non ne
abbia
ancora
constatata
la
presenza.
Il
Pliocene
marino,
adunque,
manca
assolutamente,
Ciò
porge un
documento
utilissimo
per
l'orogenisi
della
regione.
Al
Postpliocene
però
dobbiamo
riportare
i
conglomerati
di
Mandela
e di
Subiaco;
questi
ultimi
contengono
una
interessante
fauna di
mammiferi
Elephas
(antiquus)
Falc;
Rhinoceros
(Coelodonta),
Merckii,
Kaup. et
Jog.;
Bos
taurus
primogenius,
Bos.,
Cervus
(Dama)
euryceros,
Aldrov.
Degno di
menzione
è il
nuovo
lembo di
turo
vulcanico,
litoide
breccioide,
trovato
sotto
Jenne,
il
quale,
con le
pozzolane
di
Cerreto
Laziale,
di
Affile,
ecc., e
con gli
altri
tufi
litoidi
già
conosciuti,
permette
dei
sicuri
confronti
con i
materiali
vulcanici
della,
campagna
romana,
già
tanto
ben
noti.
Non meno
interessante
è il
tufo
litoide
di
Pozzolana
Acquaone
(territorio
di Rocca
S.
Stefano)
che ha
dato il
massimo
azimut
di
deviazione
magnetica,
finora
conosciuto,
nell'
esplorazione
di
simili
roccie.
Nel
quaternario
devono
essere
riferiti
i tufi
terrosi
e
granulari
rimaneggiati
che
furono
nominati.
In uno
di tali
lembi
trovò un
frammentino
di
Haliyna.
Anche
questi
tufi
perturbano
l'ago
magnetico.
Gli
strati
del
Cretaceo
sono
sempre
inclinati
; presso
Filettino,
Jenne e
Vallepietra
s'
innalzano
in
anticlinali,
più o
meno
stretti,
Al M.
Affilano
possiamo
ammirare
un
esempio
istruttivo
di
salto.
L'
Eocene è
tormentatissimo
e cela
la
stratificazione,
rendendone
difficilissime
lo
studio.
Il
Miocene
inferiore
mancai
assolutamente,
come il
Pliocene
marino
ed il
Miocene
superiore.
La
nostra
regione,
adunque,
emersa
durante
i primi
tempi
del
Miocene,
per un
largo
spostamento
positivo
, si
cacciò
sotto le
onde per
ricevere
gli
strati
[265]
77
delle
diverse
zone
batimetriche
del
Miocene
medio,
Verso la
fine del
Miocene
e
durante
il
Pliocene
cominciò
lo
spostamento
negativo,
come lo
dimostrano
l'assenza
dei
depositi
di
questi
periodi
e le
tracce
orogenetiche,
che
portano
impresse
gli
strati
del
secondo
piano
Mediterraneo.
Lo
studio
dei
fenomeni
del
Carso ha
presentato
una
propizia
occasione
per
svolgere
una
spiegazione,
in parte
nuova,
intorno
alla
genesi
delle
topanare
o
divoracci
di
questa
regione,
con
tipico
paesaggio
carsico.
L'attento
esame
della
spiegazione
dello
Zoppi
intorno
alle
genesi
delle
sorgenti,
ci ha
dimostrato
che non
è
certamente
del
tutto
esauriente.
Nuove
sono le
notizie
intorno
all'uomo
preistorico,
fondate
sopra
gli
unici
avanzi
che
posseggo
e sopra
quelli
già
conosciuti.
Si può
ritenere
come
dimostrata
la
presenza
dell'uomo
nella
nostra
valle
nell'epoca
neolitica,
eneolitica
e del
bronzo,
era già
ultimato
e
composto
questo
lavoro
quando
sono
usciti
alla
luce i
due
seguenti
dell'
ing. C.
Viola:
(Osservazioni
geologiche
fatte
nel 1896
sui
monti
Simbruini
in
provincia
di Roma,
Estr.
Boll, R,
Comit.
geol.
Anno
1897, n.
1). La
struttura
Carsica
osservata
in
alcuni
monti
calcarei
della
provincia
di Roma.
Ibid. n.
2). Tali
lavori
non
interessano
la
regione
da me
particolarmente
presa in
esame;
tuttavia
non
posso
tacere
quelle
osservazioni
che più
da
vicino
mi
riguardano.
In
quanto
alla
prima
nota non
posso
comprendere
primieramente
come si
sia
potuta
trovare
dal
Viola e
non dal
Di
Stefano
una
sphaerulites
fra i
fossili
di
Filettino
che
sembrano
più
antichi
del
Cretaceo,
come
risulta
da
quanto
già
dissi
nel
presente
scritto
e da
quanto
dice,
per
mezzo
del
Viola,
il Di
Stefano
che
trovò
(una
sorprendente
analogia
con i
fossili)
della
dolomia
principale.
Secondariamente
debbo
rettificare
la
località
del
rinvenimento
che io
feci
dell'Anachytes
ovata
sotto
Jenne e
non già
presso
Filettino,
come
potrebbe
rilevarsi
da ciò
che
scrive
il
Viola.
Riguardo
poi alla
seconda
elaborata
nota,
sono
costretto
mio
malgrado
a
dichiarare
che non
divido
tutte le
opinioni
che il
mio
egregio
collega
vi
espone.
|
 |
SPIEGAZIONEDELLA
TAVOLA.
Tutte le
figure sono
state riprese
direttamente
con,la
fotografia. Sono
tutte in
grandezza
naturale, meno
le figure 6, 7,
che sono metà
grandezza;
Fig. 1°
Ascia litica
Territorio di
Subiaco località
S. Vito.
Fig. 2°
Ascia litica
Territorio di
Canterano;
località Capo la
Valle.
Fig. 3°
Ascia litica
Territorio di
Canterano;
località
Cotoccia.
Fig. 4° 5°
Punta di freccia
di piromaca
veduta dai due
lati Territorio
d'Affile.
Fig. 6°
Ascia di bronzo,
veduta di fronte
e di lato
ripostiglio
Canterano.
Fig. 7°
Ascia di bronzo,
veduta di fronte
,di fianco
Ripostiglio
Canterano.
Fig. 8°
Ossa frontali e
corna di cervo
con evidenti
tracce dell'
uomo
Nel travertino di Sambuci.
|
|
|
1 -
2
|
|