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ESTRATTO DALLE MEMORIE DELLA SOCIETÀ GEOGRAFICA ITALIANA
VoI. VII, pag. 191-266, 30 Novembre 1897


L'ALTA VALLE DELL' ANIENE.

Studio geologico-geograficodel socio, dott. G. De Angelis D’Ossat



I. Orografia ed Idrografia esterna


La valle dell' Aniene offre un aspetto selvaggio ed alpestre, un orizzonte ristretto e vanta le maggiori eminenze di tutta la provincia di Roma. essa presenta una fisionomia particolare per cui di leggieri si differenzia dalle altre valli del Tevere. Gli antichi Romani ne cantarono le lodi e la prescelsero per fabbricarvi le loro sontuose ville, in cui godevano il delizioso e fresco clima, mentre il caldo nella vicina Roma soffocava. Non a torto dunque fu chiamata la Svizzera d'Italia. La valle comincia dalle montagne di Filettino sino alla pianura di ponte Lucano. il nostro lavoro però non interessa tutta questa lunga estensione, occupandoci dell’alta valle dell' Aniene in genere e del Sublacense in specie. L'Aniene divide, col suo corso, importanti gruppi di monti. Sulla riva destra noi troviamo i Smbruini, i più alti monti dalla provincia. Da essi scaturisce per abbondanti e numerose sorgenti l' Aniene. A N. sono circoscritti dal Piano del Cavaliere, dal corso del fosso Fiojo, ad E. vengono delimitati dalla profonda valle del Liri, a S. dai monti Ernici, ad O. dalla valle dell'Aniene. Di solito si distinguono tre sottogruppi: il Monte Autore (m. 1853), caratterizzato da estesi altipiani che poi si precipitano nel anfiteatro di Vallepietra, ove ha origine lo storico Simbrivio: il secondo è quello del Monte Cotento (m. 2,014), col Tarino (m. 1,959) e Monte Vipirella (m. 1,836). I Cantari costituiscono il terzo che si divide dal precedente per la Serra.

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S. Antonio (m. 1,601) ed il cui culmine è Monte Viglio (m. 2,156), punto più elevato della provincia romana. Nella direzione N.O. si ergono sulla sinistra dell' Aniene, i Monti Affilani, con le prominenze del Monte della Pianezza (m. 1,332), Monte Altuino (m. 1,269); questi sono separati per mezzo degli altipiani dell' Arcinazzo, dal gruppo del Serrone, su cui s'innalzano il Monte Scalambra (m. 1,269) e il Monte S. Michele (m. 1,334), che fanno da spartiacque fra la valle dell' Aniene e quella del Sacco. Più a N. dei Monti Affilani, sempre sulla sinistra della valle, vi ha il gruppo dei Monti Ruffi, che obbliga il fiume a percorrere un' ampia curva, prima di raggiungere i Monti Tiburtini; di essi la cima più eccelsa è il Costasole (m 1,231). Seguono a S.O. i Monti Prenestini con Monte Pagliaro (m. 948), Spina Santa (m. 1,060) e Guadagnolo (m. 1,218) a questi i Monti Tiburtini. Da quest' ultimi si passa alla riva destra dell' Aniene e si trovano i Monti Sabini, le cui falde ad O. sono bagnate dal Licenza, che ad E. lambisce le ultime pendici dei contrafforti subappennini, Monte Croce (m. 1,084). Monte Aguzzo (m. 1,067). L’ Aniene adunque spiccia dai più alti monti della provincia e scorre dapprima da E. a s. in una gola profonda e stretta da Filettino sino sotto Trevi; ivi piega da S. a N. Al ponte di Comunacqua, ricevuto il Semibrivio, si caccia nel fondo di una pittoresca valle, strettissima, chiusa da alti baluardi rocciosi, rivestiti solo in parte di vegetazione. Sopra uno di questi strani muraglioni è annidato il paese di Jenne. Dopo le strette di Subiaco, presso le chiuse di Nerone, il fiume tocca Subiaco, muovendo molti opifici. Quivi Ia valle si allarga in una ubertosa pianura, chiusa da sponde che solo per altezza sono coltivabili, per poi ergersi in masse calcaree rocciose dalIe forme bizzarre e brulle, sopra cui riposano parecchi paesi. Sotto Marano Equo pullulano le limpide e fresche sorgenti dell' acqua Pia Marcia. La valle si va sempre allargando ed il paesaggio diviene incantevole. Al disopra di un largo piano i monti si vedono sempre brulli e con pittoreschi paesi. Da Subiaco fin sotto Mandela l'Aniene tortuosamente si svolge nella direzione S. N. ma ivi cambia bruscamente, ad angolo retto, verso 0. là dove la valle si restringe, vi sbocca la valletta Ustica o di Licenza, tanto cara ad Orazio. Dopo questa stretta, la valle si allarga nuovamente, rendendosi amenissima, per poi divenire angusta passando fra Monte Cavillo a N. e Monte Ripoli e Monte Affilano a S. presso Tivoli, per precipitarsi dalle incantevoli cascate di Tivoli.

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È necessario trattenersi sull' idrografia esterna, desumendo dati presi dagli ultimi studi, per poter inferire poi qualche conclusione generale sull' idrografia interna. L' Aniene è il principale affluente del Tevere, nella provincia di Roma. Le sue prime origini nei monti di Filettino sono divise in due capi, che si riuniscono sotto il paese, presso la Mola, ove si ha una portata che in magra scende poco al disotto del metro cubo. Vicino a Trevi, apre la stupenda caverna, donde scaturisce la sorgente del Pertuso, pochi metri sul livello del fiume, a m. 700, con una portata di un metro cubo e mezzo ed una temperatura di 6°,5. Tra Trevi e Jenne il fiume si arricchisce delle acque del Simbrivio, che ha una portata superiore ad un metro cubo anche nella massima magra. Da qui sino a Subiaco non s'incontrano sorgenti visibili che piccole, come quella dell'Inferniglio, sotto Jenne (I), e quella di Monte Porcaro. Pare però che, per i coni di direzione e per i detriti di falda, Arrivi nascostamente al fiume un poco di acqua. Infatti a Subiaco si ebbe la portata di magra di m.c. 9, 276, variabile sino a m.c. 4,348. Al ponte Lucidi, sotto Canterano, si constatarono portate uguali a quelle di Subiaco. Vicino a Marano Equo ed Agosta l'Aniene riceve le sorgenti dell' Acqua Marcia, di Agosta, della Moletta di Arsoli, ecc., la cui complessiva portata venne valutata, al ponte Maggiorani, in m.c. ,18,047-12,000. Dal ponte Maggiorani a Mandela il fiume riceve gli affluenti  Rio Frullo o della Ferrata, il Licenza ed il torrente dei Ronci a destra; alla sinistra il solo Rio, i quali in magra contribuiscono il primo m.c. 0, 100, il secondo m.c. 0,200, il terzo m.c. 0,020 ed il quarto m.c. 0,080, con un totale di m. c. 0,400. Il regime a Tivoli è cambiato per il solo affluente Empiglione, che nella magra ha una portata di litri 80 a 40 al I". Il fiume a Tivoli in magra ha dato portate che oscillano da m.c. 15,575-19,425. La forza motrice dell' Aniene è abbastanza considerevole,  quantunque dopo avere scorso rapidamente la stretta vane sino a Subiaco, venga poi a svolgersi tranquillo e senza forti pendenze  fatta eccezione della cascata di Tivoli. La pendenza media della confluenza del Simbrivio sino sotto Subiaco è di 18 per 100°; da Subiaco all'Agosta si ha appena il 4,2 per 100°, pendenza che si conserva sino al ponte Maggiorani. Da qui a Tivoli aumenta crescendo sino al 4,65 per 100° sino ad arrivare alla cascata. Laonde nel tratto da Jenne a Subiaco potrebbe sviluppare la forza di 5000 cavalli dinamici; da Subiaco ad Agosta di 1700 e di 11,000 dal ponte Maggiorani a Tivoli.

(I) Trovai la temperatura dell'acqua di C. 10°.2, mentre il termometro all'ombra segnava 20°.I.

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Gli affluenti dell' Aniene sono, nel primo tratto, il Pertuso, sotto Trevi ; l'Inferniglio, sotto Jenne , le acque di Fosso Campo, di Capo d' Acqua e quelle del Simbrivio. Fra Subiaco e Tivoli sono a destra il fosso Mora, che scende da Monte Calvo; il fosso S. Luca, da Cervara, il fosso Bagnatore, da Riofreddo; il fosso della Scarpa ed il rio di Licenza (antico Digentia) che si forma sotto Licenza con le acque del Pellecchia e con quelle della valle di Percile ; e il fosso Ronci sotto Vicovaro, che scaturisce dalle ultime propaggini di Monte Gennaro. A sinistra il fosso Cona che scende dalle alture di Bellegra e sbocca sotto Canterano ; il torrente Fiumicino o Giovenzano che dai Monti di S. Vito Romano, passa fra Sambuci e Ciciliano e perde il nome presso S. Cosimato ; ed il fosso Empiglione che raccoglie le acque della valle omonima e si versa al fiume presso ponte degli Arci, insieme al fosso di S. Gregorio. Degno di essere ricordato, riguardo all’idrografia esterna, è il Pertuso d'Affile, che in piccolo ci offre uno splendido esempio di un corso d'acqua che, dopo essersi fatto sotterraneo, ritorna poi esterno. Nel nostro Appennino centrale non mancano altri esempi, in maggiori proporzioni, come quello dell'Imele presso Tagliacozzo. Il fosso Carpine, dopo aver lambito a S. il colle sopra cui riposa bellamente Affile, si dirige verso N.O. superando la stretta che forma l'ultimo prolungamento della montagna di Rojate, per poter muovere a raggiungere la Cona di Civitella. Solamente nella stagione piovosa diviene ricco di acque che, dopo essere passate sotto la via carrozzabile Subiaco-Rojate, trovano sbarrata la via da una collina, che hanno dovuto forare da parte a parte. È questo il Pertuso d'Affile il foro grossolanamente segue la direzione delle diaclasi, infatti nell'interno cambia direzione in questo piano, seguendo le giunte, di 20 a 30 m, con gomiti abbastanza sentiti. L'apertura a monte è larga, misurando 6-8 m. di larghezza per altrettanti di altezza; a valle, invece, troviamo una fessura stretta ed irregolare, che a stento mi permise il passaggio. L'interno è irregolarissimo e drappeggiato da rivestimenti di, aragonite, che alcune volte assumono forme stallattitiche. La lunghezza totale in linea retta è di circa m. 15°. La perforazione pare sia stata favorita da diverse cause, fra le quali o devesi naturalmente menzionare la forza viva dell'acqua, il cui impeto diventa poderoso per il grande bacino di raccoglimento del fosso. La roccia calcarea è piena di fessure parecchi sistemi di diaclasi e giunte (Daubree) non ricementate, per le quali può facilmente filtrare l' acqua piovana, ricca di CO2 e di acidi organici, che rende rubesto il fosso Il materiale sciolto ingrandisce le piccole fessure, le riunisce, sino a darci il presente foro che è in via d'accrescimento.

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Il calcare circostante ci presenta dei filoni, direi, di breccie endogene, dalle piccole dimensioni e non cementate, che vengono ognora sfruttate per l' inghiaiatura della via carrozzabile. Probabilmente ad uno di questi filoni, vuotato dalle acque, dobbiamo la formazione del Pertuso istruttivo, oltre ogni credere, è il letto del torrente a valle del Pertuso, per presentarci manifestatissima l'erosione chimico-meccanica dell'acqua (Karrenfelder). A proposito di fenomeni speciali di erosione, credo non priva di interesse la visita a trè località. Nel burrone che separa Arsoli dalla montagna di Oricola, proprio vicino alla chiavica (carso), si osservano parecchie guglie calcaree, lasciate dall'erosione. Fra queste una si estolle per circa 10 m., mentre presenta un diametro alla base poco maggiore di m. 2. Sotto il l'asse di Cici1iano v' ha una piccola pianura che giustamente viene chiamata (Piano delle Campane) , per la forma che prende il calcare negli spuntoni, che escono fuori dalla solita argilla rossa. Sono coni, abbastanza acuti, alcune volte tronchi, altra geminati: come fossero piramidi di terra. Sopra i ruderi del famoso cenobio di S. Celidonia, alle pendici del M. Calvo, una specie di torrione diroccato o di calcare s'innalza, a monte per circa m. 20, con un diametro pressoché uguale di m. 18. A valle poi cade a picco per una rilevante altezza. Il nostro studio riguarda quel tratto dell' Aniene che si può chiamare sublacense. Non potendosi però facilmente intendere la geologia o di una regione ristretta senza percorrere, alcune volte, vaste estensioni, mi sono trovato nella necèssità di perlustrare quasi tutta l'alta valle dell'Aniene, da Tivoli a Filettino. Fugaci sono state le gite fatte nella valle dell' Empiglione e del Licenza; mentre più accuratamente ho girato la valle dell' Aniene propriamente detta, specialmente i monti Affilani ed il gruppo del M. Autore (I). Laonde il presente lavoro riuscirà semplicemente un abbozzo di geologia dell'alta valle dell' Aniene. Non pretendo, infatti di averne redatto uno studio completo; ma di aver raccolto i primi materiali , scientifici che possono servire per redigere una carta geologica, molto diversa da quella che finora ci saremmo aspettati. Allora sarà conosciuta la geologia della nostra valle, quando avrò fatto più larga messe di materiale paleontologico, essendosi mostrata meno avara di quanto era stimata, e quando non mi sarà mancato il tempo necessario per determinare i fossili già raccolti

(I) Parte della valle Ustica e del fosso Empiglione è già stata rilevata geologicamente dal R. Comitato geologico. Tavol. Palombara-Sabina 1:100000, 1888. I dintorni di Tivoli furono illustrati dal Canavari e Cortese; sui terreni secondari e i dintorni di Tivoli. Boll. R. Comitato geol. d'Italia, 1881.

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II. BIBLIOGRAFIA


Il primo che si occupò della geologia della valle dell' Aniene fu il Brocchi(1). Questi in un catalogo ragionato di roccie ne menziona parecchie raccolte presso Subiaco, senza però parlare della loro età. Dopo parecchi anni il Murchison (2), nella narrazione di un suo viaggio scientifico, con poche parole, ma giuste, cominciò ad abbozzare la geologia della nostra regione, riportandone anche una sezione che interessa il colle sopra cui riposa Subiaco (Rocca) ed i monti circostanti. Egli riferisce le grandi masse calcaree al Cretaceo, altri calcari con le arenarie all'Eocene ed il conglomerato di Subiaco al Pliocene o Postpliocene. Fu allora che il Ponzi percorse la regione, specialmente per spiegare il dubbio mosso dal Brocchi sopra gli abbondanti materiali vulcanici che si riscontrano sopra i dossi di quei monti, massime in val di Cona. È desso un tufo proveniente da un attrito di lapillo, o piuttosto una lava granulare friabile, analoga al piperno (pag. 106). Frutto di queste ricerche fu il creduto cono vulcanico nella Val di Cona (3), che descrisse, senza far motto delle roccie sedimentarie. Tuttavia in una sezione che serve ad indicare i rapporti della supposta lava con le sottostanti roccie, vengono riferiti i calcari quasi esclusivamente al Cretaceo, mentre altri, con le arenarie, li riporta all' Eocene e Miocene; al Pliocene assegna i conglomerati. Intanto il Gori ( 4 ), nella descrizione di un viaggio artistico-storico, ci ricorda come l'ing. Bisutti ebbe la fortuna di rinvenire alcune conchiglie fossili di strane forme al Monte Affilano. Subito dopo in una storia riguardante Subiaco dell'Jannuccelli (5), in un capitolo apposito, viene fatto un abbozzo geologico della contrada, sotto i dettami del Ponzi. Scarse però sono le notizie geologiche e senza una seria base paleontologica i riferimenti cronologici. Il calcare è quasi totalmente riferito al Cretaceo per le rare Rudiste che sporadicamente rinserra;

(1)1817. Brocchi G., catalogo ragionato di una raccolta di roccie designate in       ordine geografico per servire alla geognosia d’Italia. Milano, pag. 101-108.

(2)1852-53. Murchison, memoria sulla struttura geologica delle Alpi, degli Appennino e dei Carpazi. Trad. Savi e Meneghini. Firenze, pag. 207-208.

(3)1852. Ponzi G., sopra un nuovo cono vulcanico rinvenuto nella Val di Cona. Acc. Pont. N. linc. Roma.

(4)1855. Gori F., viaggio pittorico-antiquario da Roma a Tivoli e Subiaco sino alla famosa grotta di Collepardo. Roma.

(5)1856. Jannuccelli G., memorie di Subiaco e sua Badia. Genova.

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altri calcari con impressioni di Pettini si ascrivono all'Eocene; mentre l'arenaria per essere sovrastante si assegna al Miocene. Non progredì certamente la conoscenza geologica per i lavori del Ponzi, d'indole piuttosto generale, che videro la luce dal 1858 al 1862 (1). In quest'ultimo anno lo stesso Ponzi scrisse un lavoro che aveva per oggetto la sola valle dell' Aniene (2). Non si occupa però che del solo Pliocene, sino ai tempi protostorici riferendo, solo incidentalmente, al Miocene superiore l' arenaria. Ricorda altresì il rinvenimento di ossa e difesa elefantina presso Subiaco, la cui giacitura è illustrata anche con una sezione geologica. Nel 1875 il Mantovani (3), avendo percorso molto velocemente la valle, poté raccogliere parecchie osservazioni geologiche, che non segnano però un sensibile progresso. Nella carta geologica che accompagna il testo troviamo riferito tutto al Cretaceo, mentre nello scritto una parte dei calcari e l' arenaria vengono attribuiti all' Eocene. In quegli anni il dott. Seghetti era medico-condotto a Subiaco, ed ammiratore della nostra scienza non lasciò d'interessarsi della regione, fornendo notizie, raccogliendo fossili e scrivendo due note (4). Nella prima rende conto del rinvenimento di una parte di scheletro di cervo, avvenuta nei conglomerati di Subiaco e nella seconda, con lettera diretta al prof. P. Mantovani, abbozza un quadro geologico della regione, con le idee che si potevano avere intorno ad una vasta, alpestre ed intricata regione poco o punto esplorata. Due anni dopo il Ponzi (5) riportava l'elenco dei residui fossili di Mammiferi della nostra contrada.

(l)1858. Ponzi G., osservazioni geologiche sulle provinc. di Frosinone e di Velletri. Att. Accd. n. Linc. pont. Roma.

IDEM. ossements fossiles dans les travertins de Tivoli et de Monticelli. Bull. Soc. geol. de France 2° sèr. vol. XVII. Paris.

1860 IDEM. Storia geologica del Tevere. Giornale: arcadico di scienza. Nuova ser., vol. XVIII. Roma.

(2)1862. IDEM. Dell'Aniene e dei suoi relitti. Att. dell'Accd. pont. n. Linc., anno XV, sessione VI del 4 maggio. Roma.

(3)1875. Mantovani P.. Descrizione geologica della campagna romana (2" edizione). Roma.

(4)1876. SEGHETTI D.. Un cervo fossile nel Quaternario di Subiaco. Meteorologia della provincia romana con applicazioni. Anno I, n. 6, 30 giugno 1876.

1876. IDEM. Uno sguardo geologico al Sublacense.Il Messaggere dei colli Tuscolani, Albani, Sabini, Lepini, 2° anno n. 23. Di questo autore esistono altri brevissimi scritti nel ” Bollettino del Club Alpino” “nell'Appendice della Corrispondenza scientifica” e nel ”Bollettino nautico e geografico”

(5)1878.Ponzi G.. Le ossa fossili subappennine dei dintorni di Roma. R. Accademia Linc. Roma.

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Scorsero circa più di 10 anni, senza che alcuno si occupasse di proposito della geologia sublacense tuttavia sotto il punto di vista delle applicazioni meritano di essere ricordati i lavori del Ceselli (l) e del De Marchi (2), che uscirono in questo lasso di tempo. Il Portis (3), descrivendo una bellissima placca dentale di Diodonte, trovata dal Tellini presso la stazione ferroviaria di Mandela, coglie il destro per riconoscere in quegli strati il piano Bartoniano. È questo il primo passo nella distinzione dei piani dell' Eocene. Nella guida della provincia di Roma di E. Abbate (4) è riassunto, per la nostra regione, quanto già si conosceva, disgraziatamente però parecchie volte chi scrisse quelle righe non diede sempre segno di molto accorgimento nella scelta dei giudizi geologici e non sempre fu dato luogo all' ultima e più fondata opinione. Nel 1891 lo Zoppi (5) pubblicava l' interessante lavoro idrografico sull' Aniene dove oltre ai molti dati idrografici è riportato un capitolo sulle condizioni geologiche del bacino dell' Anio , ma sempre con lo scopo di studiarne la permeabilità delle rocce e non il loro valore cronologico. Tuttavia vi si leggono parecchie nuove osservazioni geologiche di qualche interesse. Una Carta idrografica e geologica riassume il poderoso lavoro, importantissimo dal punto di vista idrografico. In quel tempo chi scrive si aggirava per l' alta valle dell' Aniene, facendo le prime armi nella geologia. Rivolse prima la sua attenzione al creduto cono vulcanico, illustrato dal Ponzi, dimostrando essere tufo la creduta lava(6). Poscia tratto in errore dal riferimento al Pliocene inferiore o profondo delle argille di Mandela, fece altrettanto per molti lembi sincroni dell' alta valle dell' Aniene (7). Ora accortosi dell' errore procurerà di dimostrare che esse argille debbono essere ascritte ad una zona particolare del Miocene (8).

(1)1877. Ceselli M., sui prodotti minerai utili della provincia di Roma. Roma.

(2)1882. De Marchi, i prodotti minerai della provincia di Roma. “Ann. Di statistica” vol. II n. 3. Roma.

(3)Portis A., di alcuni gimndonti Italiani, in “Boll. R. comitato Geol.” N. 11-12. Roma.

(4)1890Abbate E., guida della provincia di Roma. Roma.

(5)1891. Zoppi, carta idrografica d’Italia: L’Aniene. Ministero di agricoltura, industria e commercio.(carta idrogr. Geol. Con testo). Roma.

(6)1892. De Angelis G., sopra un giacimento di roccie vulcaniche nel territorio di Rocca S. Stefano(provincia di Roma), in “Boll.Riv.Sc.Naturali” anno XII.Siena

(7)1893.IDEM, giacimenti elevati di Pliocene nella valle dell’Aniene, in ”Rend. R. Acc. Dei Lincei”. Roma.

(8)1896.IDEM, appunti preliminari sulla geologia della valle dell’Anien, in ”Boll. Soc. geol. Ital.”, vol. XV, fasc. 3. Roma.

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Il Meli (l) riferisce all' Oligocene le arenarie, dandone specificata descrizione e riferendo parecchi particolari geologici sulle altre formazioni della contrada in studio. Contemporaneamente il Portis, nel primo volume del suo lavoro (2), parla dei fossili e delle condizioni geologiche del Pliocene, ciò che viene fatto più diffusamente nel secondo volume (3), dove si trovano anche determinati e discussi alcuni mammiferi fossili trovati nella valle dell' Aniene e nella vicina valle del Turano, specialmente nel Piano del Cavaliere. In questo punto si trovavano le cognizioni geologiche dell' alta valle dell'Aniene, quando mi proposi di scrivere queste pagine. Mi accinsi a percorrere la valle in tutti i sensi, mettendo tutta l' attenzione nella ricerca dei fossili e fui tanto inspertamente fortunato, in un campo ritenuto da tutti o per sterile o poco promettente, che potei raccogliere tante forme caratteristiche da poter fissare subito dei capi saldi. Nel settembre dell' anno, ora decorso, ebbi l' onore di esporre alla Società Geologica italiana i risultati sommari delle mie ricerche, che ora mi proverò di dimostrare (lav. cit.). In questi ultimi anni ed in anteriori anche altri scienziati si occuparono od indirettamente o per scopo pratico della nostra regione, ricordo, oltre i già citati, fra i primi il Rozet (4), e fra i secondi il Clerici (5). Se fu tanta sfortunata la valle dell' Anio per mancanza di cultori della geologia, quantunque non la ceda in nulla alle valli limitrofe, sia dal punto di vista toristico che scientifico; non fu così per la valle latina o del Sacco, della valle del Liri e del Turano. Naturalmente gli studi progrediti in queste regioni hanno, per analoga costituzione geologica, squarciato in parte il fitto velo, onde celavasi l' intricata geologia del Sublacense. Le    maggiori    conoscenze     della     valle    del    Liri   si   debbono

(1)1894. Meli R.: Sulla presenza dll' Iberus (subsect. Murella) signatus Fer (Helicogena) nei monti Ernici e nei dintorni di Terracina nella provincia di Roma, in “Bol. Riv. nat.”, Anno XIV. Siena. Una parte di questa nota era stata pubblicata nel. “Boll. Soc. Zool. Romana”, Anno II, 1893.

(2) 1894. Portis A. : Contribuzione alla storia fisica del bacino di Roma e studi sopra l'estensione da darsi al Pliocene superiore. Torino, VoI. I.

(3) 1896. Portis A.: op. cit., VoI. II, Torino.

(4) 1852-53. Rozet: Addition à la note de M. Ponzi sur I' epoque de soulevefnent des Appennins, in. Bul. de Soc. geol. de France », 2 ser. vol. XI, Paris.

(5) 1890. Clerici E.: La pietra di Subiaco in provincia di Roma e suo confronto col travertino, in. “Boll. R. Comit. geol. ital.”, n. 1, 2. Roma.

1891. IDEM.: il chirografo di Pio VI e la pietra di Subiaco, “Rasseg. sc. geol. in Italia”. Ann. I, fasc. l, 2. Roma.

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al Cacciamali (1); mentre la valle del Sacco ha formato recentemente l'oggetto di parecchie note del Viola (2), ricordando appena i lavori del Ponzi (3), del Branco (4), del Zezi (5), ecc., di data anteriore. Le notizie geologiche della valle alta del Turano e del Salto le troviamo nei lavori del Verri (6), del Piano del Cavaliere in quelli del Meli (7) ed ultimamente nell' opera citata del Portis. Oltre alle già citate Carte geologiche del Ponzi, del Mantovani e dello Zoppi, si debbono citare le due Carte geologiche d'Italia del R. Comitato ; la Tavoletta di Palombara-Sabina ( 1:100,000 lì 1888) dello

(1)1893. Cacciamali G. B.: Geologia Arpinate, in “Bol. soc. geol. ital., vol. XI, fasc. 3°. Roma. Ivi vengono menzionati coloro che si occuparono della geologia di quella regione.

(2)1895. Viola C.: Cenno delle osservazioni fatte nei monti Lepini nel 1894, in. “Boll. R. Comit. geo1. ital.”, voI. XXVI, n. 3. Roma.

1895. IDEM: La valle del Sacco e il giacimento d’asfalto di Castro dei volsci in provincia di Roma, in “Boll. R. Comit. geo1. ital.”, vol. XXVII,   fasc. I. Roma.
1896, IDEM: Osservazioni geologiche fatte nella valle del Sacco in provincia di Roma e studio petografico di alcune roccie, in “Boll. R. Comit. geo1. ital.” vol. XXVII, n. I. Roma.
1896. IDEM: Osservazioni geologiche fatte sui Monti Ernici (provincia di Roma) nel 1895, in. “Boll. R. Comit. geo1. ital.”, vol. XXVII, n. 3. Roma.

(3)1849. Ponzi G.: Osservazioni geologiche fatte lungo la valle Latina. Dalla raccol. scient. genn. 1849. Roma. Con Una piccola Carta.
1852. IDEM: Sulla valle Latina. App. alla mem. med. argom., in. Att. Accad. pont, n. Linc., An. IV. _Roma
1871. IDEM: Storia fisica dell'Italia centrale, in. Att. R. Accad. Lincei, voI. XXIV. Roma.
1875. IDEM: Cronaca subappennina ed abbozzo di u quadro generale del periodo glaciale. Atti del XI Congr. degli SC. ital. Roma 1873. Roma.
1875. IDEM: L'Italia e gli Appennini Roma.

(4)1877. BRANCO W.: i vulcani degli Ernici nella valle del Sacco, in. Att. R. Accad. Lincei, Roma.

(5)1876. ZEZI P. Osservazioni geologiche fatte nei dintorni di Ferentino e di Frosinone nella provincia di Roma, in.“Boll. R. Comit. geo1. ital.” volume VII, p. 360. Roma.

(6)1879-80. VERRI A.: Alcune note sui terreni terziari quaternari del bacino del Tevere in. Att. Soc. ital. Sc. nat., vol. XXII, Milano.
1883. IDEM: Studi geologici sulle conche di Terni e Rieti, in. R. Acc. dei Lincei vol. YV, Ser. 3 Roma.

(7)1881. MELI R.: Notizie ed osservazioni sui resti organici rinvenuti nei tufi leucitici della provincia di Roma, in “Boll. R. Comit. geo1. ital.” N. 9 e 10 Roma.
1896. IDEM: Alcune notizie di geologia riguardanti la provincia di Roma, in “Boll. R. Comit. geo1. ital.” vol. XV. Roma.

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stesso Comitato e finalmente quella del Tommasi-Crudeli ( Il Clima di Roma ), copia della precedente. Le due ultime solo in parte comprendono la valle dell' Aniene.

 

III. CRETACEO.


Gli strati più antichi, fino ad ora conosciuti, che affiorano nella valle dell'Aniene debbono essere riportati a questo sistema, che disgraziatamente è poco conosciuto in Italia, quantunque molto esteso e potente. Lungo tutto l'Appennino moltissimi calcari sono sempre stati riferiti, da parecchi autori, al Cretaceo, che purtroppo non gli spettano. Quelli poi che vi appartengono, quantunque contengano quasi sempre fossili, pure per essere questi poco studiati, non hanno avuti riferimenti cronologici ben fondati. Se facciamo astrazione da pochi studi fatti nel Cretaceo dell'alta Italia orientale dal Taramelli, dal Pirona, dal Nicolis, dal Futterer, dal Marinelli O. e dal Boehm G., ecc., e di quelli riguardanti la Sicilia del Gemmellaro e del Di Stefano, poco si conosce intorno a questa formazione. Non recherà quindi meraviglia se, studiando tale terreno che è molto sviluppato nella nostra valle abbia trovato tante difficoltà, che non ho potuto sempre superare. La fauna poi, quantunque abbondante, non è tanto ben conservata e facile da permettere uno studio, senza uno speciale tirocinio, che varrebbe certamente il prezzo dell'opera. Le mie ricerche hanno portato alla scoperta di molte località fossilifere, per modo che se la geologia di questo periodo non sarà esauriente, per lo meno riceverà un contributo tale da metterne lo studio sopra la buona via. Del Cretaceo del M. Affilano ne parlarono, dopo che il Murchison ne ebbe rivelata la presenza, il Ponzi, il Seghetti, il Mantovani, il Clerici, ecc., ma sempre in modo indiretto e con brevi cenni. Il Ponzi poi ed il Branco scrissero di quello dei monti Ernici e Lepini, ai quali ora rivolse l'attenzione il Viola. Se questi fosse riuscito a determinare i diversi piani con i fossili trovati io ne avrei avuto facilitato il mio lavoro; ma purtroppo ciò non avvenne per quanto accurate siano state le osservazioni. Tuttavia il Viola crede di poter affermare che nei vicini monti Lepini il Cretaceo incomincia col Cenomaniano, al quale segue il Turoniano e probabilmente anche il secondo piano a Rudiste (Senoniano) non è all' incontro provato che esista o non esista l' Urgoniano, perché mancano fossili caratteristici di questo piano (1).

(1) VIOLA C.: Osservazioni fatte sui monti Lepini e sul capo Circeo, in “Boll. R. Comit. geo1. ital.” 1893. Roma pag. 157.

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Si apprende ora dal Pellati che il Viola ha indicata 1'esistenza dell' Urgoniano nella valle del Sacco, nei Monti Ernici ed in quelli di Subiaco. Tale scoperta, se sarà confermata, avanzerà di molto le conoscenze sul Cretaceo del nostro Appennino. Ben poco di preciso ci dice il Cacciamali: Tuttavia, dietro l’esame dei fossili che vi si rinvengono, i calcari arpinati sembrano appartenere a due piani geologici distinti, e cioè: in parte ad uno dei piani del Cretaceo inferiore più alto (Urgo-Aptiano) ed in parte al piano Turoniano del Cretaceo superiore più basso). Il Clerici cita parecchie specie che furono quasi tutte determinate dal Meli, provenienti dal M. Affilano; altre forme vengono menzionate per il Cretaceo di Palestrina, Arcinazzo, Subiaco e Lepini complessivamente nel lavoro del Mantovani, dove sono tutte attribuite al Cretaceo medio e superiore. Da tutto ciò risulta che ben poche sono le forme, e d'incerta determinazione, conosciute nel Cretaceo dell'Italia media, essendone scarsamente ricordate anche nei lavori del R. Comitato geologico sopra questa regione. Già annunziai (Loc. cit.) il rinvenimento di una fauna interessante presso Filettino in roccie che fino ad ora erano ritenute per eoceniche, ciò dimostrando ancora una volta come 1a stratigrafia possa prestarsi facilmente a tutti i riferimenti cronologici. La fauna scarsa e mal conservata non mi ha dato risultati soddisfacenti; però posso affermare che non si tratta certamente di Eocene. Interessanti risultati deriveranno dallo studio di un numero maggiore di fossili che, indipendentemente  quasi contemporaneamente raccoglierà il Viola negli stessi strati. Recentemente si cercarono sul posto lo stesso Viola con il profondo paleontologo dell' ufficio geologico, dott. G. di Stefano, i qua1i, deponendo per loro somma ventura di maggiori mezzi, poterono raccogliere, durante una lunga sosta; un abbondante materiale. Al di Stefano adunque è data la possibilità della risoluzione dell'importante problema. Più fortunate furono le ricerche nel M. Affilano che hanno procacciato largo materiale, che richiede. uno studio monografico. Per ora con uno studio sommario dei fossili ho cercato di stabilire qualche piano cronologico.

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I calcari certamente cretacei cominciano rimontando la valle alta dell' Aniene, appena passato Subiaco. S'incontrano sotto il celebre proto monastero di S. Scolastica e si seguono quasi non interrottamente alla destra del fiume sino alle sorgenti. Anche nella valle del Simbrivio non sono accertate che roccie spettanti a questo sistema (l). Anche sulla riva sinistra fatta qualche eccezione di cui si parlerà si trovano sempre roccie del Cretaceo. Trovai Sferuliti presso l'antico tempio della SS. Trinità sul culmine di M. Autore lungo tutta la via che da sopra il Cimitero di Trevi porta alla valle del Simbrivio. L'altipiano di Arcinazzo quasi totalmente circondato da monti di epoca cretacea. I calcari invece che s'incontrano prima di Subiaco sia nella valle dell'Anio propriamente detta, che in quella dell' Empiglione e del Rio, debbono essere ascritti parte all'Eocene e parte al Miocene, come vedremo nel corso del lavoro. Nella nostra valle il Cretaceo si può scindere litologicamente in due livelli: uno inferiore con predominio di calcari dolomitici ed uno superiore con veri calcari, ma con assise di strati diversi fra cui calcari molto magnesiaci. Nel gruppo superiore il calcare varia, è compatto, cristallino brecciato roseo, carnicino, ecc. di queste modalità diremo a suo luogo. Ora è necessario stabilire qualche dato paleontologico che serva a fissare i piani cronologici, cui riferire le diverse zone. A tale scopo riporterò i risultati della fauna di Filettino, come quella che sembra più antica. poi di M. Affilano e finalmente dirò di alcuni fossili trovati sporadicamente nel Cretaceo. Nell'agosto dell'estate testè decorsa, presso la miniera d' asfalto di Filettino, trovai la roccia dolomitica impregnata d'asfalto, ricca di Molluschi fossili. La tenue o punta effervescenza che suscitava l' HCI puro, a freddo, sulla roccia, dimostra la sua natura. Le località fossilifere più abbondanti per fossili sono parecchie dove però si raccolgono più facilmente è lungo il tratto di via che corre dal ponte Figurello, presso F. Uscitto, sino oltrepassata la miniera. Le impronte non sono troppo ben conservate e non permettono quindi sicuri riferimenti. Nella mia collezione figurano parecchi esemplari di Lithothamnium d'impossibile determinazione. Frequenti sono le Aviculae tanto per individui, come diverse per specie. Vari esemplari del gen. Modiola e Plitcatula. Vi  hanno  altri  fossili di  cui  si può riportare il solo riferimento generico

(1) Tanto nelle regioni più profonde di questa valle, come sotto il paese di Jenne vi hanno rocce che litologicamente somigliano a quelle di Fi1ettino, con le quali debbono probabilmente aver comune pure l'età.

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essi appartengono ai gen.: Corbis, Cardium, Arca, ecc, I Gasteropodi sono assolutamente indeterminabili. Una fauna composta da generi cosi poco caratteristici e da esemplari di non facile determinazione specifica, non solo cela il vero valore cronologico, ma ci fa sospettare delle gradite sorprese. Lo studio dei fossili svelerà il vero riferimento cronologico. La seconda località fossilifera è il M. Affilano e specialmente la cava della  pietra di Subiaco o Travertino di M. Affilano, essa come dicemmo, è conosciuta da molto tempo. Quivi si raccolsero quelle Rudiste che fanno bella mostra in molti Musei anche stranieri. Di questi fossili ecco quanto scrive il Clerici (loc. cit. pag. 5): “Nella collezione del Museo geologico universitario di Roma, tali fossili hanno le denominazioni approssimative e provvisorie seguenti:



Caprina Aguilloni, d'Orb.
“    Adversa, d' Orb.
Caprinula Boissyi, d' Orb.
Hippurzites organisans, Mantf.
Radiolites agariciformis, d' Orb.
«    Angeoides, Lamk.
“    foliacea, Lamk.
“    mamillaris, Math.
“    radiosa, d' Orb.
Ichthyosarcolites triangularis, Desm.
Inoceramus sp. ».

 

In seguito sarà detto che quivi non si trovò mai il gen. Hippurites, e che la creduta Hi. organisans non è altro che una specie di Sphaerulites, le cui specie sono molto frequenti. Gli avanzi che ho potuto esaminare non mi hanno confermato la presenza delle citate forme del,gen. Radiolites. Solo mi è sembrata di molta probabilità la determinazione della Caprina Aguilloni (Zittel. Loc. cit. Gosau, pag. 78 tav. XXVI, fig 8-10; tav. XXVII, fig, 1-8. D’Obigny, Paleont, franc., vol. IV, pag. 184 tav. 538 fig. 1-6), la quale appartiene a ben altro genere, cioè al Plagioptychus. Tuttavia anche questa forma ci offre nella costituzione anatomica dei vasi qualche variazione dalle figure citate. Questa fauna interessantissima ha bisogno di uno studio speciale, che riuscirà certamente interessante e che per ora non ho potuto che fare in parte, Pertanto ecco le forme che ho determinato:

Terebratula cfr, carnea, Sow.
Monopleura sp.
Lithodomus avellana, d' Orb.
Inocramus cfr. latus, Malltel.

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Sotto Jenne :

Ananchytes cfr. ovata, Leske.
Nerinea sp.
Hippurites sp.

Di questi fossili e di quelli degli altri sistemi dell'alta valle dell' Aniene si dirà in un altro apposito lavoro paleontologico, che è in corso di pubblicazione e che costituisce la seconda parte di questo. Tuttavia fino da ora possiamo rilevare che ben meschini sono i dati paleontologici rispetto al Cretaceo. Pure le due faune di Filettino e del M. Affilano sono così diverse fra di loro e per facies e per generi, che da esse si possono inferire parecchie conclusioni cronologiche. Per gli strati di Filettino non possiamo, per ora, affermare altro che essi sono più antichi dell'Eocene e probabilmente più antichi del Cretaceo. Evidentemente la stratigrafia dimostra che gli strati di Filettino sono sottoposti a quelli che sotto Jenne contengono l' Ananchytes sovata, specie caratteristica del Senoniano inferiore, ma che comincia a rinvenirsi anche nel Turoniano superiore. Tutte le conoscenze paleontologiche sembrava che volessero determinare un piano del Senoniano e probabilmente la parte inferiore del Senoniano inferiore, cioè il Coniacien dei Francesi. È il piano della creta a Micraster cortestuditarium del bacino di Parigi, delle marne a M. turonensis (Calcare di Villedien) di Touraine e della creta di Broadstairs e di Douvres dell'Inghilterra. I nuovi fossili trovati ultimamente ci consigliano ad un prudente silenzio. Gli strati poi di Filettino costituiscono una grande potenza di strati, con una stratigrafia intricata, e quindi non recherebbe meraviglia se si venissero a scoprire faune che accennassero ad epoche più antiche, e ciò specialmente seguendo gli strati nella direzione di M. Cotento dove gli strati sono raddrizzati. Il Micraster coranguinum, citato dal Mantovani, proverebbe, accennando ad un piano immediatamante superiore, la presenza del Santonien dei Francesi. Incerto pure è il valore cronologico della fauna di M. Affilano, perchè, poco o punto conosciuta. Non ho potuto trovare nulla dl caratteristico, perchè non si debbono considerare per buone le determinazioni delle Rudiste, come già si disse. Per ora non possiamo che trarre partito dalla sola presenza del Plagioptychus Aguilloni che si ritiene del Turoniano. Studi più recenti tendono a far ritenere la presente forma anche rappresentata nel Senoniano inferiore. Per le quali ragioni non si può precisare l'epoca delle Rudiste del M. Affilano, se prima non saranno meglio studiate. Senza alcun fondamento, adunque, si deve ritenere per ora il riferimento al Turoniano, mentre le probabilità stanno tutte per il Senoniano.

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Se la Belemnitella Cronata, di cui parla il Mantovani, fosse stata rinvenuta nella valle dell'Aniene, allora avremmo la certezza della presenza del Campanien (Francese). Non sono il primo io che trattando del Cretaceo in Italia debba misurare le parole, circondandole di dubbi infiniti: ma tutti sortirono la medesima ventura. Il Di Stefano, nel suo magistrale lavoro, cosi comincia: la conoscenza del sistema Cretaceo nel bacino mediterraneo, per causa degli studi compiuti nelle varie faune e nella loro successione stratigrafica, è appena avanzata, in modo che in esso non è ancora possibile un esatto smembramento di piani; per questo è necessario che l'attività dei geologi si rivolga alla ricerca paziente e minuta e all'esame dei fossili cretacei, per poter fondare col loro sussidio, dove sia possibile, delle solide divisioni strati grafiche.(Studi; stratigrafici e paleontologici sul sistema Cretaceo della Sicilia, 1888). Passiamo ora alla descrizione della sezione geologica che tagliando M. Affilano va sino : ad Affile. La presente e quella che interesserà le vicinanze di Subiaco, chiariranno la costituzione geologica della valle,: dacchè l'una comprende le roccie più antiche e l'altra le superiori. Lo studio del M. Affilano è stato fatto strato per strato, per poter cogliere i possibilmente il passaggio della formazione cretacea col sistema superiore. Ciò mi è stato possibile a causa della regolarità della stratificazione e della presenza dei fossili. Senza dubbio, adunque, è una delle sezioni più istruttive della nostra regione in studio. Chi viene a Subiaco dal basso della valle, appena ha oltrepassato, seguendo la provinciale, Marano Equo, scorge da lungi, come sfondo della vallata, il M. Affilano, che nel colore verde, per la magra vegetazione che vi alligna, fa da lontano riconoscere le due fronti d'attacco delle cave della pietra di Subiaco. Chi unisce queste due chiazze bianche, una in basso e l'altra verso la sella, s'accorge che secondo quella linea retta, la vegetazione e le roccie indicano tante parallele, sopra e sotto, che non sono altro che le testate degli strati affioranti. Quegli poi che si avvicina al monte vede nettamente come l'erosione, che agisce diversamente sopra i successivi strati, renda questo prominente, rientrante quello. Tutti gli strati sono concordanti e pendono verso s. di circa 20°, mentre la direzione coincide con E. - O. (Fig. I°). Gli strati, quantunque tutti calcarei pure, a causa della diversa struttura e colorazione, si possono comodamente seguire. Dei principali strati ne ho preso nota, cominciando dai più bassi, riportando il nome che localmente viene dato ai, diversi materiali.

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1, Inferiormente troviamo un calcare roseo, compatto, a frattura scagliosa, costituito da parecchi strati (4 o 5 visibili) della potenza ciascuno di poco oltre un metro. Il calcare racchiude con frequenza dei cilindri, più o meno schiacciati, dello stesso materiale. Prima si attribuivano a Fucoidi, ora si hanno disparate idee a loro riguardo. Ne ho fatto menzione perchè sono molto abbondanti dove si trova tale calcare. Il calcare è solcato da molte venuzze ripiene di spato calcare trasparente, con parecchie cavità analogamente riempite. Al microscopio nulla di rimarchevole. Solo si scorgono venuzze oscure per ossidi di ferro, e la compattezza varia tanto che alcune sezioni sembravano di una arenaria. Le piccole cavità si sono mostrate molto irregolari e probabilmente sono state lasciate da microrganismi.

2, Calcare a struttura schistosa in senso dell' altezza degli strati che sono in numero di 2 o 3, della potenza complessiva di m. 4-5. Il colore è bianco. Compatto nell' interno, schistoso all'esterno.
 


FIG. 1ª – Sezione Monte Affilano (Scala lung. 1 : 25,000)
 

Vi si scorgono, come dicemmo, molti residui di conchiglie marine, specialmente di Lamellibranchi. Sul luogo chiamano questo calcare col nome di Saponaria. Al microscopio alcuni preparati si mostrano esclusivamente costituiti da foraminiferi ben conservati, appartenenti a molti generi fra i quali ricordo: Globigerina, Polysomella, Robulina, ecc..

3, Segue la pietra di Subiaco, che è pure chiamata travertino. Il Clerici (op. cit.)ha studiato molto questo calcare dal punto di vista industriale. A suo tempo riporteremo le notizie più interessanti. Il colore è bianco-latteo, privo di bucherellature. Gli strati si potrebbero chiamare con più proprietà bianchi, arrivando alla potenza di circa m. 10. Sono però pochissimi quelli che vengono ricercati a scopo edilizio. Le Rudiste provengono quasi tutte da questi strati. Il microscopio ci rivela la natura cristallina della roccia ed una quantità di frammentuzzi di Rudiste ed altro di poco interesse.

4, Un solo strato di calcare identico a quello che contiene Rudiste nel piano

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dell' Arcinazzo, che in paese si chiama Marmo occhio di pavone a causa delle sezioni delle Camacee. Potenza pochi metri. È cristallino ed atto all'ornamentazione.

5. Parecchi strati di un calcare compatto, bianchissimo, latteo. Esso acquista un bel pulimento divenendo un poco oscuro e mostrando molte sezioni di frammenti di Lamellibranchi e di una Orbitoides che probabilmente è l'0. dilatata, specie che dal Cretaceo ascende sino al Miocene medio. Una o due sezioni però, mi sembrarono appartenere al genere Nummulites. Tale unione pare che stabilisca l'epoca della roccia, cioè, fra il Cretaceo ed il sistema Eocenico. Ciò è confermato dal fatto che l' 0. dilatata è frequentissima nell'Eocene appennino. La potenza di questo calcare, che localmente chiamasi Palombino, non oltrepassa 3.4 m. n microscopio fa riconoscere le sezioni delle Orbitoidi e delle Nummulites.

6. Segue un nuovo livello di pochi metri di potenza, di calcare identico al n. 2, ricco di fossili e con struttura schistosa. Colore bianco-sudicio, con molti cristallini di Calcite trasparente. È piuttosto compatto nell' interno, mentre rompendosi dà facilmente scaglie; laonde riesce difficile prepararne un solo campione da gabinetto. Al microscopio si osserva la struttura compatta, con cavità ripiene di calcite, che probabilmente furono lasciate da Foramimiferi, i quali pur si possono osservare in ben chiare sezioni che fanno riconoscere i soliti generi.

7. Uno strato di conglomerato calcareo con molto materiale cementante. Il colore bianco-sudicio, con macchie più bianche, date dai ciottoli calcificati. Potenza m. 2,5°. Al microscopio si mostra essenzialmente costituito da una brecciola calcarea, di vario colore. Bellissime sono le piccole detriti di ossido di ferro. Probabilmente, come ho potuto osservare da qualche residuo organico, l' impasto è fatto a spese del materiale cretaceo a Sferuliti. I Foraminiferi mancano, ciò che si spiega a causa del materiale grossolano di sedimentazione. Spesse volte diviene costituito da elementi di maggiori proporzioni ed allora ci presenta non rare impressioni di Pecten.

8. Calcare rosato, chiamato Pietra rossa andamento dello strato che non si fa facilmente seguire ci suscita il dubbio che esso formi lenti, entro al calcare precedente. Infatti non se ne distingue che pel colore e per la grossezza degli elementi. È quasi saccaroide. Acquista pulimento. L'erosione vi agisce potentemente rendendolo cavernoso. Al microscopio nulla di' nuovo.

9. Seguono due strati di arenarie cementate, che costituiscono un calcare compattissimo, a frattura concoide. L'inferiore è di colore più chiaro, più oscuro l'altro. Localmente si chiama Silice. In esso ho potuto trovare frammenti

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di Echinidi, denti di Pesci, frammenti di Lamellibranchi e tubi cilindrici che si attribuivano a Fucoidi. L' inferiore ha meno distinta la frattura concoide. Trattata a freddo, ma a lungo, con I'HCl, si scioglie completamente, lasciando molto residuo gelatinoso dovuto a silice. Abbondante è l'ossido di ferro ed un minerale verde, in piccole masserelle, che concede il colore alla roccia. Al microscopio ho rinvenuto Foraminiferi, ma solo frammenti di conchiglie. Potenza circa m. 6.

10. Un bellissimo conglomerato calcareo ad elementi poligenici, che, acquistando un bel pulimento, ricorda il marmo Africano. Ed Africano lo chiamano i cavatori. È in generale di una tinta oscura, con ciottoli di svariati colori. Frequenti sono i residui fossili, specialmente di denti di Pesci, che essendo però mal conservati, si possono, con alquanta incertezza, riferire alla Clirysophrys Agassizi, Sismonda. V' hanno pure spesso grosse impronte di Pecten, simili a quelle che si riscontrano nel calcare brecciato dell' l’Eocene. Sembra la ripetizione del n. 8; solo qui il materiale cementato è più scarso a causa della moltitudine dei ciottoletti poligenici. Il microscopio ci fa riconoscere i ciottoli appartenenti a rocce del Cretaceo, per la tessitura e per i fossili che contengono. Il materiale che cementa è intensamente colorato dall' ossido di ferro. Anche qui v' ha un minerale verde-chiaro, in piccole masserelle, che forse devesi attribuire alla Glauconite.

11. Calcare oscuro, compatto, ricco di Gasteropodi, che disgraziatamente non permettono neppure un riferimento generico sicuro. Sono molti individui di poche specie dei generi; Cerithium o Potamides. E poiché nelle sezioni microscopiche della roccia ho trovato molti Foraminiferi, quindi credo che siano piuttosto del gen. Cerithium, che Potafllides. Ciò per l'Eocene, cui riporto la roccia, non è fatto nuovo; che anzi il ravvicinamento specifico che ho potuto constatare è appunto con le specie di questo sistema e specialmente con quelle dell'Eocene di Sardegna, la cui fauna fu illustrata dal Meneghini. È uno strato poco potente non oltrepassando un metro.

12. Sopra questo riposano i soliti calcari bianchi, cristallini, compatti per una potenza non determinabile a causa della confusa stratificazione. Li seguiamo lungo la via che mena ad Affile, nelle cui vicinanze diventano brecciati e ricchi d' impronte di Pectetn e di Ostrea, per dare finalmente luogo con discordanza allo strato fossilifero della Vigna Ciuffa, di cui parleremo nel Miocene. Le rocce invece superiori al n. 4, le riporteremo all'Eocene ; fissando il passaggio fra i due sistemi proprio nel n. 4. Infatti appunto in questo strato troviamo il fossile comune all'Eocene appennino più antico. Ma anche di ciò si discuterà nel capitolo seguente.

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Qui è necessario che apra una digressione intorno ai fatti che riconosconsi direttamente dalla sezione geologica. La stratificazione è cosi perfetta, concordante, che non fece mai nascere ad alcuno il dubbio di separare gli strati, per ascriverli a due diversi sistemi. I fossili però e le analogie petrografiche chiaramente dimostrano che il complesso degli strati (n. 4-12) deve riferirsi all' Eocene. Ciò non era prevedibile pel fatto che lo strato a Rudiste (n.3)subito sottostante si credeva ,rappresentasse il Turoniano. Coll'incerto mio riferimento al Senoniano, tale difficoltà non isvanisce, ma si attenua, perchè vi mancherebbe il solo Daniano. Questo piano però non è sempre presente nelle formazioni del Cretaceo, che anzi spesso manca, come si osserva in Touraine ed in Inghilterra. Con tale supposizione che ragionevolmente possiamo fare, dato il carattere del Daniano che ha un valore più di facies che cronologico, appianiamo le difficoltà tutte. Tuttavia non so indurmi ad ascrivere a delle soli livelli del Cretaceo, superiore una cosi rilevante potenza di strati, come possiamo valutare percorrendo la via Subiaco-Filettino. Il Viola (loc. cit. ) nella vicina valle ha riscontrato circa m. 1,000 di potenza. Le assise cretacee sono coropate da strati Eocenici con una concordanza perfetta, fatto più frequente nell'Appennino centrale di quello che si crede; per modo che conosciamo il limite Superiore del sistema Cretaceo. Non sono stati, fino ad ora accertati che piani del Cretaceo superiore, come in tutta li Italia media, dove se esiste l' inferiore è poco sviluppato. È questo un fatto che viene a documentare la presenza della grande trasgressione eustatica del Cretaceo. Tutti questi argomenti mi fanno sorgere l'idea che il Cretaceo appennino, e se vogliamo estenderci, quello del bacino mediterraneo, non si possa scindere in piani come quello del bacino anglo-parigino. Probabilmente un nostro piano cronologicamente corrisponde a più di quelli della località classica del Cretaceo. Ciò lo deduco anche dal vano affaticarsi che hanno fatto coloro in Italia, che hanno voluto di troppo sincronizzare nel sistema Cretaceo, prendendo per base le divisioni francesi. Per le quali ragioni ritengo destituiti di ogni saldo fondamento i riferimenti che sono stati fatti nell' Appennino centrale, basati solo nel carattere litologico  senza tener conto dei fossili che gli strati contengono. Prima di lasciare questa formazione è interessante il ricordare la ripetizione degli stessi tipi di roccia del Monte Affilano, nelle vicinanze del paese di Jenne. Infatti sopra al Camposanto, presso S. Michele, e per la via che conduce a Monte S. Antonio, s'incontra una roccia, che per la struttura, per il colore e per i cilindri che contiene somiglia molto al materiale n. 1 , quello cioè più profondo a Monte Affilano.

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Sotto a S. Michele si ha un materiale frammentario, grigio, dolomitico, con impregnazioni bituminose, analogo a quello che si rinviene nel basso della valle, sotto ]enne; nella valle del Simbrivio e nelle vicinanze di Filettino. A Monte S. Antonio vi ha uno strato molto somigliante al n. 5 (Monte Affilano) per tutti i caratteri, a differenza però dei moltissimi Briozoi che ci mostra; forme di tipo più eocenico che cretaceo. Poco più in alto troviamo parecchi conglomerati calcarei, con cemento colorato dalle tinte del rosso, esternamente molto erosi che ci ricordano il complesso n. 7, 8 (Monte Affilano). Similmente potremmo ricordare altre analogie che lasciamo per brevità. Chiudo il presente capitolo facendo osservare la grande diversità che corre fra i tipi litologici del nostro Cretaceo e quelli ben conosciuti e costanti dell'appennino umbro dello stesso sistema. La mancanza di fossili determinati e le differenze litologiche rendono impossibile qualsiasi confronto.

 

IV. EOCENE


Anche questo sistema è poco conosciuto nella valle dell' Aniene ed in quelle vicine. Chi accennò pel primo all' Eocene fu il Murchison (op.cit.). Egli però vi riferisce i  calcari sabbiosi o silicei, bianco-sudici o giallastri con Nummuliti e con Pettini , dimostrando con ciò di ascrivere a questa formazione anche il macigno od arenaria, come anche si può rilevare dalla sezione geologica che riporta nella stessa pag. 208. Non rinvenni Nummuliti presso il Monte Autore, dove dice di averne raccolte il dott. D. Seghetti (op. cit.). Ben poco aggiunse il Ponzi, nei vari lavori citati, che anzi segui in tutto il Murchison, come si può vedere nella sezione che fa passare per Subiaco nel suo lavoro  Sopra un cono vulcanico rinvenuto in Val di Cona, pag. 6. In altre pubblicazioni, occupandosi del Pliocene o del Quaternario, si contenta di chiamare tutte le altre roccie col nome complessivo di appennine (vedi: Dell'Aniene e suoi relitti; tav.I). Il Mantovani, sempre sulle orme tracciate dal Murchison e dal Ponzi, ascrive i calcari non ippuritici ed il macigno all' Eocene, asserendo che vi si trovano Nummuliti, ma senza citarne le località (op. cit., pag. 30-32). Lo Zoppi (lav. cit., pag.15-15), non solo parla dell' Eocene, ma lo divide in tre piani; in questi sono riunite rocce di epoca diversa. L'autore però mostra di essere occupato solo dello studio della permeabilità del suolo. Il Cacciamali studiando poco dopo I' Arpinate (loc. cit.) comincia a mettere lo studio dell'Eocene di quella regione sulla buona via; ma la mancanza dei fossili, e più la  mancanza  dello  studio  di  quelli  conosciuti, non  gli

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permettono di distinguere nessun piano. Il Meli frattanto (loc.cit.) avendo percorso la valle di Licenza sino ad Orvinio, dove parecchi anni or sono il Tellini con lo scrivente fecero una buona raccolta di fossili, ancora non determinati, parla degli strati fossilireri eocenici di quella regione. Molte accurate osservazioni vennero fatte nella vicina valle del Sacco dal Viola, il quale, negli ultimi suoi lavori, cosi distribuisce le rocce, dall'alto in, basso, nel sistema eocenico:

l) Arenarie o molasse prive di fossili non calcari a pettini e nummuliti intercalati;
2) Calcari bianchi con breccioline nummulitiche;
3) Calcari cristallini privi di fossili;
(Osservazioni geol. fatte sul Monti Ernici nel 1895,pag. 301).

Vedremo ben presto come la successione trovata nella valle del Sacco non corrisponda perfettamente nella vicina valle dell' Aniene, e come le rocce del gruppo superiore debbano far parte del Miocene e non di questo sistema. Qui mi cade in acconcio di osservare che le Nummuliti quando , sono piccolissime quindi solo discernibili al microscopio, non essendo possibile il determinarle, non rendono alcun servizio allo studio della cronologia. Molte volte nelle sezioni che ho praticato nelle rocce ho potuto vedere sezioni più o meno trasverse di foraminiferi, che a primo esame, si sarebbero riportate a piccole Nummuliti, ma che, invece appartengono, nel maggior numero dei casi, al genere Polystomella od affini. Era necessario fare questa avvertenza perchè temo che altri sia stato molto corrivo nel riconoscere questi foraminiferi; caratteristici dell' Eocene solo quando appartengono a specie determinabili del genere Nummulites v' hanno molti generi del Cretaceo, dell' Eocene, del Miocene, del Pliocene e sino viventi, che in sezioni possono confondersi col genere proprio dell' Eocene. Alla stazione ferroviaria di Castelmadama trovasi una roccia calcarea, intercalata a strati marnosi, ricca di Nummuliti. Quivi il Tellini estrasse la placca dentale di Diodon, che poi fu descritta e figurata dal Portis (Di alcuni Gimnodonti fossili italiani, 1889; pag. 8, tav. V, figura 1-2). Questi riconobbe per nuova la specie e la denominò: Diodon-gigantodus, Portis. In questa circostanza il Tellini raccolse delle Nummulitidi, di cui una specie ho trovato determinata dallo stesso raccoglitore, col nome di Orbitoides Gumbeli, Seguenza. Bartouiano: « Nelle mie escursioni, rinvenni, anche poco sotto il paese di Castelmadama, un calcare, costituito prevalentemente di Nummulitidi (versante dell' Aniene). Molti sono gli individui delle poche specie, posso citare :

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Orbifoides Gumbeli, Seg.
Orbitoides (Discocyclina, Gilm) popyracea, Boubè .
Orbitoides stellata. d'Arch.

 

Con l'autorità del Portis, del Tellini e con la presenza delle forme ora citate possiamo asserire che il Bartoniano si trova nella valle dell' Aniene. Questo piano superiore dell' Eocene possiamo seguirlo più a monte della stessa valle, sempre con i medesimi fossili, sino alla stazione di Cineto-Romano o poco oltre. Procedendo nella valle vediamo scomparire l'Eocene fossilifero, mentre lo troviamo largamente rappresentato nella valle gola del Licenza, nei dintorni di Orvinio, sino a Nespolo. Ma tali regioni sono molto lontane dal Sublacense e parecchie fuori addirittura del bacino imbrifero dell' Aniene. Similmente ricco di fossili è l'Eocene nelle vicinanze di. S. Gregorio da Sassola (Tivoli ), dove trovai molte località fossilifere, specialmente di Nummulitidi. In questa regione e nei pressi di Orvinio si dovranno fare serie ricerche per la distinzione dei piani dell' Eocene, i quali poi potranno riuscire utili per la conoscenza di questo sistema nell'alta valle dell' Aniene. Presso il Catino di Mandela trovai un calcare compatto, un poco arenaceo, di colore oscuro, con frammenti di Echinidi. Le sezioni microscopiche rivelano moltissimi foraminiferi, specialmente abbondanti sono i generi: Globigerina, Textularia, Orbulina e molte Orbitoides. Queste ultime sono estremamente piccole ed indeterminabili. L' assieme di questa faunula e la vicinanza delle rocce riferite al Bartoniano, ci fanno riportare gli strati allo stesso Bartoniano od al Parisiano. E poiché si parla di località fossilifere non voglio dimenticare le, Nummulitidi trovate sopra il paese del Piglio (Valle del Sacco), proprio sotto dove trovasi un piccolo lembo di arenaria o macigno, con le sottoposte argille del Miocene, cui alluse il Meli (loc. cit.). Le foraminifere sono così mal conservate e di diametro molto piccolo, non oltrepassando mai i 3 mm, che riuscirebbe a vuoto qualunque tentativo di classificazione. Ivi l'Eocene si trova strettamente connesso col Cretaceo, passandosi dall' uno all'altro, quasi senza avvedersene. Pigliando la via che mena al piano dell'Arcinazzo, s'incontrano ben presto i calcari con Rudiste, che si seguono poi sempre sino alla Madonna del Monte. Da quanto si è esposto si comprende facilmente come l' Eocene della valle dell' Aniene sia, sprovvisto di fossili.

(1) Proveniente da questa località ho potuto ammirare fugacemente una bellissima serie di denti di un pesce, probabilmente del gen. Ptychodus. Fu estratta dal calcare cretaceo da Domenico De Lumache conserva troppo gelosamente l’avanzo fossile.

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I calcari che vi appartengono formano un complesso considerevole e quasi sempre con indistinta stratificazione. Il calcare è compatto, cristallino, spesso breccioide, ricco talvolta d' impronte di conchiglie dei generi Pecten ed Ostrea, Nelle mie, numerose escursioni mi è sembrato di trovare quasi costantemente il calcare compatto inferiormente, ed il breccioide superiormente, cui cronologicamente dovrebbero forse seguire le assise che abbiamo ascritto al Bartoniano ed al Parisiano, Che il Parisiano non manchi nelle vicinanze di Orvinio e di S, Gregorio da Sassola, pare che si possa abbastanza dimostrare con le Nummulitidi trovate. Infatti, sotto il paese di Guadagnolo, dalla parte di S, Gregorio da Sassola, raccolsi molti foraminiferi, fra i quali il più frequente è la Nummulites perforata, d'Orb, con una compagna che probabilmente è la N. lucasana, de Franc. Questa coppia, secondo il Tellini (op. cit. Nummul. pag, 22, 60; tav. XIV, fig, 51), rappresenta il Parisiano inferiore, non recherebbe meraviglia che negli strati superiori di Guadagnolo e Mentorella si trovassero elementi paleontologici che provassero eziandio  la presenza dei membri dell' Oligocene. Questo sistema però non sarà certamente molto sviluppato, giacché in quell' epoca dovèttero avvenire molti m ovimenti che accennano ad uno spostamento negativo ciò è dimostrato dal fatto che mentre le masse eoceniche sono intimamente unite con quelle del Cretaceo, da cui talvolta difficilmente si distinguono, e con esse sono spostate; quelle invece mioceniche sono discordati sopra le eoceniche. Simile fatto trova perfetto riscontro nelle valli limitrofe. La divisione da noi proposta per questo sistema, secondo il Cacciamali (op. cit.), è possibile nell' Arpinate, almeno per quanto riguarda i due membri inferiori. È necessario però che dichiari di non aver veduto mai la sovrapposizione diretta delle roccie ricche di Nummulitidi sopra i calcari breccioipi o frammentari ; né di potere dare per costante la succesione dei calcari compatti con quei frammentari ; poiché questi ultimi talvolta sembra che si trovino molto in basso, quasi a contatto col Cretaceo. Laonde alle divisioni inferiori conviene attribuire più un valore di facies, che strettamente cronologico; ciò però non toglie che nel maggior numero dei casi ci si presentino le due facies sovrapposte. Diamo uno sguardo sommario alle roccie  dei tre piani, così intesi, ed ai fossili che contengono

1. La separazione fra l' Eocene ed il Cretaceo, nel maggior numero dei casi, difficilmente si può riconoscere. Generalmente è il calcare a Sphaerulites che diventa quasi non fossilifero, Si ritrovano però rare impronte, sempre non intere, di conchiglie del genere Pecten, la cui specificazione riesce sempre impossibile.

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In qualche luogo, come presso Jenne, R. Canterano, si possono ammirare delle splendide sezioni di Briozoi e raramente piccoli e neri denti di pesci. I denti sono indeterminabili e la raccolta è più facile lungo il tratto di via carrozzabile, che unisce Canterano e R. Canterano. I maggiori ravvicinamenti sono appunto con le specie frequenti nel basso Eocene. L' erosione rende la superficie dei calcari ruvida per una moltitudine di granelli che resistono maggiormente all'erosione e che si debbono ritenere come frammenti di fossili irriconoscibili. Tuttavia potei osservare chiaramente qualche sottile radiolo di echino e qualche pessimo scheletro di foraminifero. Il calcare è compatto, cristallino, bianco. Difficilmente fa riconoscere la stratificazione. Dà luogo a montagne rocciose, brulle, scoscese, ricoperte parzialmente da un gramo terriccio, costituito dalla solita argilla rossa. Localmente presenta brecce endogene, ma di piccola estensione, le quali danno origine a piccole caverne. Quando la stratificazione è visibile, si mostra sempre facente un angolo abbastanza sensibile con l'orizzonte e non costante nella direzione. Al microscopio si manifesta costituito da elementi cristallini non terminati e da residui fossili indecifrabili.

2. L'altra facies, più che termine superiore, è costituita da una breccia, che quasi sempre è fortemente cementata, mentre altra volta è riunita da tenue adesione. I frammenti, che sono delle forme più svariate, ci celano totalmente la stratificazione. La roccia ovunque mostra segni di aver subito molti movimenti. Sono quivi frequentissime le impressioni di conchiglie dei generi Pecten ed Ostrea. Ne ho raccolti moltissimi esemplari da varie località, ma specialmente presso Subiaco, nel tratto che dal Salvatore mena al Ponte S. Mauro, lungo la provinciale. Ne raccolsi anche presso Jenne e Trevi: fuori della nostra valle a Camerata Nuova, e nelle vicinanze di Tagliacozzo. Sono rari gli esemplari che ci mostrano le orecchiette essendo tutti mutilati dalle fessure della roccia. Vi sono piccoli e grandi individui, di quelli poveri di coste ed altri con numerosissime. Quantunque non sia riuscito a determinarne, con certezza, neppure una specie, tuttavia le maggiori analogie sono per le specie dell' Eocene. Questi avanzi, senza dubbio, meriterebbero uno studio monografico speciale, essendo simili avanzi frequenti in tutto l'Eocene dell' Appennino centrale ed in Calabria. Anche il Mayer-Eymar di Zurigo non poté che indicare alcune somiglianze sopra fossili raccolti dal Viola. (Osserv. geol., Val Sacco; op. cit., pag. 8). Mi permetto di dire che non trovo giusti gli apprezzamenti del nominato professore, essendo le forme da lui indicate quasi tutte proprie del Miocene, come osservò anche lo stesso Viola. La stessa sorte dei Pettini, la dividono le Ostriche, infatti queste si trovano sempre in stato frammentario, ed alcune di tali dimensioni (presso S. Benedetto - Subiaco) da far pensare alla O. crassissima, Lk. che frequentemente si trova in questo sistema.

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In moltissime sezioni microscopiche non ho mai potuto osservare, certe Nummuliti che anche in poche località, quantunque altri le abbia di frequente menzionate. Non è possibile formarsi un concetto concreto della potenza di questi calcari a causa della nascosta stratificazione e perchè non si possono dividere facilmente dal calcare compatto dello stesso periodo. L’erosione, dove affiora questa roccia, è fortissima ed accumula detriti di falda alcune volte abbastanza considerevoli. Presso il Pertuso d' Affile, interstratificato al complesso di strati in parola, ne ho rinvenuto uno, di tenue potenza, costituito da molti minuti ciottoletti arrotondati, di calcari più antichi, cementati da un calcare tanto organogenico da farmi credere alla presenza di Lithothamnium, di quelli a struttura non molto regolare. Nella stessa località rinvenni, erratico, un ciottolo che sembra contenere una discreta quantità di Manganese.

3. Nelle vicinanze di Subiaco manca certamente il membro superiore della formazione, con i caratteristici fossili, come si trovarono nel tratto Mandela – Castelmadama Cineto Romano. Il calcare a Pecten, nella parte superiore potrebbe rappresentarlo, come formazione eteropica, ma isomesica e sincrona. A ciò siamo indotti riflettendo alla grande potenza di questo calcare ed al fatto dello spostamento negativo, generalmente accettato, nel periodo oligocenico. Non saprei dire se si possa ammettere un denudamento generale di queste rocce, che mi sembra molto inverosimile per molte ragioni. Nelle località già due volte citate, i calcari nummulitici sono intercalati con altri più argillosi, di colore azzurrognolo. Anche queste assise mostrano di aver subito molte pressioni e spostamenti. Con molte escursioni si potrebbe forse accertare il rapporto, cui ho fatto cenno anteriormente. Parlando del Monte Affilano abbiamo accennato allo strato n. 5, (pag. 20 [208]) che ci sembrava il punto di passaggio fra le due formazioni, e ciò è stato stabilito in base alla presenza della Orbitoides dilatata, forma comune nell' Eocene dell' Appennino centrale. A questo strato (Palombino) immediatamente superiore a quello della pietra di Subiaco, seguono altri strati, litologicamente svariati e tutti appartenenti all' Eocene, come si è già veduto. E poiché a questi paragonammo quelli che si trovano presso Jenne, quindi anch'essi debbono essere ritenuti per eocenici. Il calcare bianco-latteo, corrispondente al Palombino, alle pendici di Monte S. Antonio (Jenne) si mostra quasi  esclusivamente  costituito da  Briozoi,  da  Foraminiferi  e  da  piccoli

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pezzetti di Sferuliti. È stato di frequente osservato questo fatto, specialmente dal Cacciamali e dal Viola, nelle regioni vicine. Gli strati eocenici sono spesso fatti a spese delle preesistenti rocce cretacee. Le rocce certamente riferibili a questo periodo sono anche quelle che s'incontrano prima di arrivare, venendo da Subiaco, a Trevi e quelle delle vicinanze di Rojate. Finalmente debbo ricordare una roccia calcarea, sopra cui è fondato Cerreto Laziale, di cui l' erosione superficialmente ne forma parallelepipedi, con due ,facce molto estese, che probabilmente sono quelle parallele alla stratificazione. L' energica erosione fa riconoscere una quantità di frammenti, che probabilmente vanno riferiti a fossili, ma d' incertissima determinazione. Rarissimi sono i piccoli denti conici di pesci, che sembrano doversi riferire al genere Chrysophrys. Dalle moltissime sezioni microscopiche ho potuto vedere gusci dei generi: Globigerina, Operculina, Robulina, ed altri.

 

V. MIOCENE.


Il Miocene fossilifero si credeva che mancasse assolutamente nell'alta valle dell'Aniene. Ho la somma ventura di dimostrarne non solamente la presenza, ma ancora la divisione in diverse zone batimetriche, documentate da molti fossili caratteristici. È la formazione che occupa specialmente la regione delle colline, senza però mancare nella regione montuosa. Non è questo il luogo per vagliare le svariate opinioni che si hanno intorno a questo sistema, specialmente per ciò che riguarda la sua divisione. Ora basta ricordare come, per merito di molti insigni geologi, i piani del Miocene abbiano un valore batimetrico, più che cronologico. Pareto, suddividendo il Miocene in Langhiano, Elveziano e Tortoniano, nella valle della Scrivia e del Tanaro, fece una vera e giusta distinzione cronologica; ma non potevasi generalizzare per tutte le località, come fece Il Mayer ed altri. In Italia spetta al De Stefani il, merito di aver dimostrato questa verità: (Les terrains tertiaires superieurs du bassin de la Mediterranee. Liege, 1893, pag. 25 e segg), Infatti il Fuchs e gli altri geologi austriaci e molti italiani, ritengono come dimostrata l'equivalenza cronologica del Tortoniano e dell'Elveziano; mentre che le differenze debbono essere attribuite a diversità batimetriche. A questo complesso dal Suess fu dato il nome di Seconda età; del Mediterraneo. Il De Stefani poi (op. cit,) sincronizza il Messiniano  primo, il Tortoniano, l'Elveziano ed il Langhiano.

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l Miocene superiore ci dispensa di parlarne. Similmente possiamo dire del Miocene inferiore. Quest'ultimo in Italia, dove è rappresentato, ci presenta strati continentali, con fossili d’acqua dolce e terrestri. Da ciò si può desumere come il continente italiano durante quei tempi doveva essere in gran parte emerso. A questo periodo successe uno spostamento positivo, durante il quale si depositò il Miocene medio, offrendo la possibilità delle svariate deposizioni a causa delle diverse zone batimetriche. È questo ,il periodo che riconosciamo ampiamente rappresentato nella nostra valle con parecchie facies litologiche e paleontologiche. Quantunque la fauna litorale, marina, non sia molto chiaramente sviluppata, pure vi troviamo i rappresentanti, che però sono uniti a forme che caratterizzano meglio la zona delle Laminarie ( m. 20.200 ). Infatti la fauna è esclusivamente marina ed i materiali sono scarsi, conglomerati, sabbie e calcari costituiti in prevalenza da organismi macroscopici. Ivi prosperano i Protozoi, i Pettini, ecc. È questo il periodo che Mayer chiamò Elveziano e Pareto Serravalliano, il Fuchs zona dei calcari di Leitha e gl'italiani calcare di Rosignano. A questa zona riporteremo il calcare conchigliare di Affile. Anche la zona coralligena è rappresentata coi suoi caratteri intermedi alla precedente ed alla seguente. Il nome gli fu conferito dallo sviluppo dei coralli. Il Pareto e Mayer la denominarono Tortoniano. Le località fossilifere presso Tagliacozzo credo che rappresentino, nella vicina valle, questa zona batimetrica, eteropica. Disgraziatamente la fauna delle zone più profonde è meno determinata, potendo andare dai m. 200 sino alle maggiori profondità. Queste formazioni Pareto e Mayer chiamarono Langhiane, ed il Fuchs giustamente sincronizza con lo Schlier del bacino di Vienna. A questo deposito eteropico ascriviamo le argille indurite, che sogliono mostrarsi sotto le arenarie in moltissime località della nostra valle e principalmente presso Subiaco. Per studiare questa formazione sono stato costretto ad allargare le mie escursioni fuori del lungo e stretto bacino dell'alto Aniene, per poterla rintracciare nelle valli limitrofe come quella del Salto, Turano e Sacco. In queste ho rinvenuto roccie ,e fossili identici a quelli della nostra regione, per modo che la geologia di quelle valli è geologia della nostra. Per non allontanarmi di troppo mi contenterò, a maggiore chiarezza del presente studio, nominare solo le zone e le località dove le rinvenni, chiedendo venia se ho creduto utile di trattenermi un poco sulla interessante fauna che trovai presso Tagliacozzo, nella valle del Salto.

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Il Miocene nella nostra valle, dove si può seguire nella completa successione petrografica, ci si presenta inferiormente con un calcare arenaceo, oscuro, abbastanza potente. Negli strati s' incontrano di frequente molti cilindri, già creduti Fucoidi, che alcune volte da soli costituiscono quasi totalmente la roccia. In qualche località non sono rari gli Echinodermi. Intercalati a questi strati si trovano altri ancora più calcarei. Nella parte superiore del complesso di strati la natura litologica accenna a cambiare divenendo gli strati più argillosi, per cambiarsi finalmente in veri galestri od argille marnose indurite, molto analoghe a quelle omonime dello Schlier di Bologna ed Ancona. Questi strati, quando divengono ricchi di argil1a, si riscontrano infarciti di Foraminiferi e con Pteropodi e con qualche Lamellibranchio, quasi sempre indeterminabile. In molti luoghi, come diremmo, vengono sfruttate per la fabbricazione dei laterizi. Seguono agli strati argillosi quelli di arenaria o mollassa o macigno. Negli elementi più bassi s' incontrano di frequente intercalati strati argillosi, i quali poi con maggiore rarità li riscontriamo in tutta la potenza di questa roccia. L'estensione di questo materiale entro la nostra vane è grande. Ne troviamo due piccolissimi lembi a valle ed a monte di Trevi: uno alle pendici settentrionali di M. Sant' Antonio (Jenne), lungo il piano dell'Arcinazzo se ne incontrano parecchie zolle, che fanno capo al bacino che si protende verso Rojate, sotto Bellegra, si allarga verso S. Vito Romano, Pisoniano, Ciciliano, per poi ritornare nella direzione di R. Canterano. Di qui passa nella valle propria dell'Aniene sino a Marano Equo, nella riva sinistra. Alla destra poi da Subiaco, elevandosi parecchio, corre sino ad Agosta ed a Mandela. Andando a valle ritroviamo il macigno presso Arsoli, il quale poi collega questo bacino con quello del Turano e del Salto, dove è abbondante tale materiale. Frequente è pure nella valle del Sacco, dove sulla sinistra forma una serie di colline, sopra cui riposano i paesi Ferentino, Paliano ed Anagni. Queste arenarie contengono spesso piccoli filoni di lignite picea, compatta a frattura concoide. Il Meli (op. cit.) valuta la potenza delle arenarie a circa m. 100, sotto Canterano. È difficile riconoscere la potenza di questa roccia a causa delle molteplici ondulazioni che la rendono oscurissima. Certamente, però, sembra più potente di quello che è in realtà. Le arenarie sono tenere superficialmente e giallognole ; grigiastre e compatte negli strati profondi. In alcuni punti, come da S. Vito a Pisoniano, la stratificazione è così perfetta a causa dell'orientazione della Mica, che le tavole che facilmente se ne ottengono sono impiegate per copertura o per lastre da parapetti, ecc. Il cemento che tiene riuniti i diversi granelli è marnoso.

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In molti casi manca addirittura il calcare arenaceo, o se ne trova uno più compatto e meno ricco di fossili, sempre però di minore potenza. Altra volta è sostituito da un sottile strato di conglomerato poligenico, al quale seguono i galestri e le arenarie. Spesso mancano anche i conglomerati e vi troviamo uno strato calcareo - marnoso, giallognolo, arenaceo con molti fossili, che per divenire più ricco di argilla passa ad argille indurite. Finalmente possiamo trovare le arenarie o molasse discordantemente adagiate sopra i calcari più antichi. E poiché col De Stefani ed altri considero questi materiali nel secondo piano Mediterraneo, con un valore batimetrico e non Cronologico, come sedimenti sincronici ed eteropici, quindi, più che la descrizione dei diversi piani, stimo opportuno parlare delle sezioni geologiche, che mi sono sembrate più interessanti dal punto di vista paleontologico.

A. La prima località in cui ho potuto raccogliere fossili certamente appartenenti a questo sistema e specialmente alla parte media, trovasi nel territorio di Sambuci, al Quarto di Giovanzano, negli strati calcarei, e calcareo arenacei, con i pseudo -fossili cilindrici. Gli strati si trovano nella valle del fosso Fiumicino e si seguono poi alla Mentorella, dove hanno quasi la stessa e forte inclinazione verso N. - E. Il calcare al microscopio si mostra infarcito di gusci calcarei di Foraminiferi, fra i quali predominano i generi: Globigerina, Polystomella, ecc. I fossili macroscopici che vi ho trovato appartengono agli Echinodermi, fra i quali lo Spatangus austriacus, Laube, caratteristico della formazione dello Schlier, secondo il Suess. Laonde questa roccia deve entrare a far parte del Miocene medio e deve essere tolta all'Eocene medio cui era stata riferita. Inoltre :


Spatangus austriacus, Laube.
Pericosmus latus, Herklot.
Echinolampas Mazzettii, n. sp.
Scutella sp.

Chi da Pisoniano muove per ascendere l' antico e storico santuario della Mentorella, percorrendo l'alpestre sentiero che guadagna la cima incantevole di Guadagnolo, incontra prima le arenarie, poi queste in banchi più potenti ed a grana più grossa e più calcarei, finalmente argille indurite grigie, che alla pianura permettono l'estrazione per laterizi. Gli ultimi, cioè i più profondi strati di arenaria ci offrono molte vene spatiche, che col loro bianco spiccano nettamente sul grigio della roccia, attestando i movimenti subiti da quegli strati. Le arenarie sono quasi  costantemente inclinate verso Gerano, come le roccie sottostanti.

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Prima di cominciare l'erta via, proprio vicino agli strati argillosi intercalati ai calcari, sottostanti all'arenaria, rinvenni un grosso esemplare di Heliastraea ellisiana, de Franc che è forma da tutti ritenuta propria del Miocene

B. Lasciamo la valle dell' Empiglione e del Rio per occuparci del primo giacimento di strati argillosi ed arenacei che incontriamo, risalendo la valle dell' Aniene, propriamente detta. Sopra quest'assise di strati riposa discordantemente il conglomerato calcareo, più o meno cementato, su cui è fondata Mandela. La formazione fu attribuita al Pliocene antico; ma la fauna che ebbi la ventura di rinvenirvi l'ascrive certamente al Miocene, anzi a due facies speciali del Miocene medio. Alla località Frattocchie vi è un'antica cava di argilla che, quantunque non facilmente digeribile nell'acqua, pure fu estratta per laterizi, ivi trovai una fauna che se non è ricca in specie, però sono esse abbastanza caratteristiche. La potenza degli strati argillosi oltrepassa appena 3 m. Non ho potuto riconoscere né la direzione, né la pendenza della stratificazione: tutto però fa supporre che i due elementi siano comuni agli strati d'arenaria sovrastanti. Raccolsi pure fossili in uno strato argilloso identico al primo, ma in una maggiore altitudine, proprio sulla via Pozzo, dove questa riceve la via del Colle, Seguono superiormente gli strati di macigno od arenaria, in banchi più o meno potenti, con strati alternanti un poco più argillosi, ma che costantemente inclinano verso S. O. di 35°. Sotto il paese di Mandela e precisamente, nel podere comunale coltivato da Alessandri Attili (colle Cappelluccio), gli strati divenuti più calcarei, racchiudono una bellissima fauna di Eriozoi, molto caratteristica, per quanto possono essere simili faune. Infatti vi troviamo due specie che indicano molto chiaramente la facies tortoniana, mentre le altre servono molto bene a dimostrare che la roccia deve attribuirsi a Miocene medio. Una sezione al microscopio mi aveva mostrato, oltre a moltissime sezioni di Eriozoi, parecchi tagli di gusci di Foraminiferi, fra i quali uno pareva dovesse appartenere al gen. Nummulites. Un più accurato esame dimostrò la pertinenza al gen. Polystomella. Un'altra sezione studiata ha confermato la presenza dei gen. Globigerina, Robulina, Texstularia, Amphystegina ed Orbitoides. Le forme di questi generi citati non infirmano le conclusioni cronologiche da noi proposte. Diremo prima delle forme trovate nelle argille (a) e poi di quelle delle arenarie calcaree (b).

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a). Balantium pedemontanum, May (Cleodora); Carinaria Hugardi, Bell; Vaginella depressa, Daud; Teredo norvegica, Spengler; Malletia cfr. Catarini, Appelius; Lepas mallandriniana, Seg.; Foraminiferi dei generi: Globigerina, Textularia, Polystomella.

b). Scrupocellaria elliptica, Reuss; Onychocella angulosa, Reuss; Melicerita fistulosa, Lin; Melicerita Johnsoni, Busk; Schizoporella Polyomma, Reuss; Smithia exarata, M. Edw.; Idmonca disticha, Goldf.; Escura porosa, M. Edw.

Tali fossili dimostrano chiaramente il riferimento fatto al secondo piano Mediterraneo (pars. Suess).

C. Veniamo ora alla regione Sublacense. Nel 1892, tratto in inganno dalle argille di Mandela, da altri riferite al Pliocene antico, riconobbi nelle argille del sobborgo di S. Martino, presso Subiaco, ed in altre località prossime alla stessa città e sopra Marano Equo, gli stessi caratteri e per questo le riferii tutte al Pliocene più profondo. Erano le prime armi in geologia e non debbo quindi scusarmi di molto. Ben presto mi avvidi dell'errore, nel quale però erano meco caduti il Meli ed il Seghetti, come si può rilevare dal Portis: ( Contrib , voi. II, pag. 98). Nella prima circostanza favorevole feci ammenda (Bollett. Soc. geol. ital., fasc. III del volo XV, 1896°). Nelle molte escursioni che ultimamente dedicai alle vicinanze di Subiaco potei finalmente scorgere la posizione dell'argilla, rispetto agli strati sopra e sottostanti.



FIG.
 

1. Calcari bianchi, cristallini, compatti, ridotti ad una breccia, a piccoli elementi, facilmente separabili. Si osservano molte impronte di Pecten, e frammenti di Ostrea. Non fa riconoscere la stratificazione. È attraversato da larghi piani litoclasici ed è stato riferito all' Eocene.

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2. Uno straterello di 2 o 3 m. di potenza si adagia sopra i calcari, senza però poterne riconoscere il rapporto stratigrafico, che probabilmente deve essere discordante, È un calcare di color roseo - oscuro, in cui spiccano miriadi di frammenti di conchiglie calcificate. Macroscopicamente vi ho potuto scorgere il predominio delle Bivalvi e specialmente i gen. Pecten, Cardium, ecc, Al microscopio poi, oltre ai detriti conchigliari, molti Foraminiferi, fra i quali il gen. Polystomella ed il gen. Numulites. Spero che ulteriori ricerche diano miglior materiale paleontologico.

3. Seguono, pare concordantemente, gli schisti bigi - oscuri, con rari Pteropodi. Non sono digeribili all’acqua, dove conservano anche per molto tempo gli angoli acuti. Furono estratti per la fabbricazione del cemento. La potenza si avvicina a circa m, 10. Anche ad occhio nudo si vedono molti Foraminiferi, fra cui più abbondanti sono quelli del gen. Globigerina e l'Orbulina universa che acquista grandi dimensioni. Vi si osservano impressioni che si potrebbero riferire a piante fossili.

4. Sempre con la stessa direzione ed inclinazione si trovano superiormente le argille che contengono parecchi fossili di mare profondo. Le argille sono sfruttate da due fornaci per laterizi quantunque per essere digerite dall'acqua richiedano una lunga esposizione all'aria ed una triturazione. È il materiale cronologicamente uguale a quello adoperato per lo stesso scopo in quasi tutta la valle dell'Aniene ed in quelle limitrofe. L 'argilla è azzurra, tenace, molto ricca di calcare, come lo dimostra la viva effervescenza che vi sveglia l'acido cloridrico. La frattura è schiettamente concoide, mentre i materiali n. 3 erano schistosi. Avevo nutrito speranza che le argille della fornace Gori avessero dato fossili migliori di quelli che mi era stato dato possedere nel 1892. Purtroppo le continue mie ricerche non hanno fruttato nulla di meglio. Ho però avuto campo di riguardare le specie trovate e di trovare molti modelli di molluschi, che disgraziatamente sono sempre in pessime condizioni, da non dare neppure la possibilità di una lontana specificazione. Ecco adunque l' elenco finale dei fossili finora trovati nelle argille, presso Subiaco. Le specie di Foraminiferi potrebbero probabilmente crescere in numero; ma esse sono generalmente così poco utili per i riferimenti cronologici, che non ho procurato di aumentarne l'elenco che ne diedi nel 1892. Esse sono:

Haplophragmium globigeriniforme, Parker et Jones; Globigerina bulloides, d'Orb; G. bulloides var. trilobata, Reuss; G. bilobata, Orb. ; G. helicina, d'Orb. ; G. conglobata, Brady; G. digitata, Brady; Orbulina universa, D'Orb.,. O. porosa, Terquem;  Discorbina  globularis  d'Orb,;  D. turbo, d'Orb.,. D. arcuata, Reuss;

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Trucatulina humilis, Brady; Pulvinulina Soldani, d'Orb.; P. canariensis, d'Orb.; Rotalia Beccarii, Lin. ; Amiphistigina rugosa, d' Orb.

Radioli di Echini.

Cleodora cfr. pyramidata, Lin.
Balantium cfr. pedemontanum May.
Vaginella depressa, Daud.
Cuvieria cfr. intermedia, Bell.

Un pessimo modello di Gasteropodo, ben turricolato,d'impossibile determinazione. Molte impronte e modelli interni di Tellina, d' incerto riferimento, specifico.

Teredo norvegia, Spleng.
Nuclei di Modiola o Mytilus.

5. Le argille lasciano il posto alle arenarie ; ma fra gli strati più inferiori di queste, sono intercalati strati argillosi. Del macigno od arenaria o mollassa parlarono il Murchison, Brocchi, Ponzi e Meli, ecc. ; quest' ultimo dà i migliori particolari. Gli strati per una larga estensione si mostrano perfettamente concordanti e pendenti verso N. – O. di 300° circa. Poco sopra la fornace Gori ho trovato straterelli sottili che contengono pessime impressioni di foglie; simili avanzi trovai presso il palazzo Moraschi. Il Mantovani ( op. Cit. pag. 31-32) dice che nelle ligniti, presso Rojate, ha riconosciuto nelle impronte molte specie diverse dagli attuali generi: Quercus, Salix, Chamerops, Pinus, Taxus, Larix. Le impronte sono giallo-ruggine ed appena fanno conoscere la forma della foglia. Mi è stato impossibile di raccogliere alcun che di determinabile pure sotto l' abitato di Affile, dove le ho trovate più frequenti e meglio conservate. È una roccia sterile di fossili, tolti questi pochi avanzi di vegetali indecifrabili, e la fauna di Briozoi trovata presso Mandela, di cui già si  diede conto.

6. Conglomerato che giace discordante sopra l'arenaria miocenica, di cui parleremo a suo tempo.

D. Presso Affile e propriamente nella vigna Ciuffa, sotto il Camposanto, ho trovato un calcare esclusivamente costituito da conchiglie marine, non ben conservate. Sono quasi sempre modelli interni, che però spesso portanoaderente parte della conchiglia. Nel calcare si trova sparso in venuzze un minerale verde-oscuro, che con ogni probabilità è Glauconite. Le specie sono caratteristiche del Miocene e nettamente riuniscono i calcari di Affile con quelli di Leitha come or ora dimostreremo. Anche qui la disposizione dei materiali è uguale a quella dei dintorni immediati  di Subiaco.

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Sono i calcari n. 2, che divenuti un poco più potenti ci presentano fossili determinabili. Sopra vi giacciono le argille indurite, come si vedono sotto il Cimitero, e nel Fontanile, nell'altro versante sul principio della valle che conduce ai piani di Arcinazzo. A queste poi seguono le arenarie, che s'incontrano in parecchie riprese nella stessa valle. Ma dove ciò si scorge chiaramente è nella vallecola, chiamata Bagnoli, che s’apre da Affile a Subiaco, alle pendici del Monte Affilano e delle Fratte d' Affile. Lo stesso paese riposa sopra l' arenaria che non interrottamente si distende sotto Rojate, Bellegra, S. Vito Romano, Pisoniano, Gerano, Rocca Canterano, Canterano.



FIG.
 

Fra le arenarie ed i calcari sotto stanti troviamo le argille indurite, che essendo più facilmente erodibili formano il fondo dei Bagnoli. Infatti il Fosso Bagno, vi si è scavato il suo letto, mettendo in evidenza l' inclinazione degli strati di circa 25° verso N. - O. Quivi la potenza delle argille indurite è di m. 12. Parecchie fornaci vi prendono la materia prima. Sotto l' abitato, nei primi strati di arenaria, cioè, nei più profondi, rinvenni parecchi inclusi ciottoliformi, alquanto alterati, dell' argilla sottostante. Nelle mie escursioni potei raccogliere scarsi avanzi di fossili, come specie appartenenti ai generi: Vaginella, Cuvieria, Globigerina, Orbulina, ecc.. A S. Erasmo ho trovato un modello interno di bivalve, che è uguale a quelli racolti presso Subiaco appartenente al gen. Tellina.

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Sul posto, ai Bagnoli, ho rilevato la sezione: (Fig. 3) che presènta la stessa successione.

1. Calcare bianco, cristallino compatto ad impronte di Pecten.
2. Calcare arenaceo, roseo, con fossili non determinabili.
3. Schisti marnosi, con impronte riferibili a Fucoidi.
4. Argille indurite.
5. Arenarie, o macigno, o mollassa.

Le argille con gli schisti marnosi oltrepassano i m. 20 di potenza. Ho procurato di scorgere i rapporti fra il calcare (1) e gli altri materiali; ma mi è riuscito impossibile tale constatazione a causa della fratturazione profonda della roccia. Credo però che vi sia sempre una discordanza ben forte, che del resto molte volte è anche provata dal fatto che l'elemento (2) è un conglomerato poligenico, calcareo, ad elementi anche un poco grossi (mm. 5° di diametro) ; ciò che costituirebbe una traccia sicura dell' erosione e quindi un documento di spostamento positivo, seguito da un negativo. Le forme che finora ho raccolto nella vigna Ciuffa, sono le seguenti. Il calcare ridotto a sezioni microscopiche presenta molti foraminiferi. Oltre ai soliti generi, ricordo la presenza dell' Amphistegina, che potrebbe far credere alla presenza del gen. Nummulites.

Flabellulm sp., Cribrillina radiata, Moll. sp.; Pecten cfr. Karalitanus, Meneg; P. cfr. aduncus, Eickw; P. sp.; Ostrea lamellosa, Brocchi; O. digitalina, Dub.; Teredo, norvegica, Splen.; Venus cfr. deleta, Michtti; Cytherea erycina, Lin; Cardium n. sp. ; Modiola, sp. ind. ; Ficula condita, Brong sp.

Non fa mestieri spendere molte parole per dichiarare che la fauna ora descritta pone, senza dubbio, la formazione d' Affile fra quelle del II Piano Mediterraneo, cioè nel Miocene medio. Riguardo poi alla  facies già dicemmo a suo luogo. Ulteriori ricerche spero che mi procacceranno una più larga rappresentanza di forme mioceniche; che serviranno a permettere l' istituzione di confronti con faune già cronologicamente ben conosciute. Finora possiamo stabilire un confronto, ben fondato, col calcare di Leitha e con tutti i giacimenti a questo sincroni.

E. Per maggiore intelligenza del Miocene della valle dell' Aniene, è necessario che apra una digressione intorno a quello della valle dell'alto Turano e Salto. Queste valli per la costituzione geologica rispecchiano perfettamente quella dell' Anio. Infatti al calcare bianco, cristallino, compatto, ridotto a breccie, con molte impressioni di Pettini, spettante all'Eocene, vi riposano discordantemente sopra i sedimenti miocenici. L' arenaria (Colli di Monte, Bove)

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riempie le valli del Turano alto e del Salto. La successione degli altri materiali è identica, come si può osservare vicino al Casello ferroviario più prossimo alla stazione di Tagliacozzo (Fig. 4a) ed a mezza via fra Tagliacozzo e S. Marie (Fig. Sa). Questa ultima sezione è normale alla direzione della strada carrozzabile.



 

I numeri nelle due sezioni rappresentano gli stessi materiali :

1. Calcare, bianco, cristallino, con impronte di Pettini. Eocene.
2. Calcare frammentario, conglomeratico, con detriti di fossili. Miocene.
3. Calcare sabbioso, giallognolo, a Glauconite, con fossili.
4. Argille indurite, schistose, con impronte riferibili a Fucoidi.
5. Arenaria, macigno o mollassa, con piccoli lenti di lignite; identico materiale a quello della valle alta del Turano e dell' Aniene. Miocene.

Appunto in quest' ultima località nello strato (3) ho trovato una fauna importante, che merita di essere conosciuta, a causa del chiaro riferimento batimetrico che ci permette di stabilire. Il Verri, in quelle contrade, già aveva rinvenuto qualche carso avanzo di fossili. (Alcune note sui terziari e quaternari del  bacino del Tevere. Atti d. Soc. Ital. di Sc. Nat. Milano,   1879-80). Passiamo alla enumerazione dei fossili:

Balanophyllia praelonga, Michtti; Trochocyathus crassus , Michtti; Flabellum acufum E. H.; Cidaris cfr. papillata, Leske; Pecten Malvinae, Dub.; P. cfr. spinulosus, Munst; P. sp.; Ostrea sp.; Teredo sp.; Bostricophyton Pantanellii, Squin.; Chondrides affinis, Sternb.

La cattiva conservazione non autorizza a togliere il dubbio sulla determinazione che propongo per due vegetali fossili. Nell'arenaria si trovano molti cilindri schiacciati  di  varie  dimensioni,  che  si  potrebbero  riferire  ad  alghe  e

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specialmente alla Saportia striata, Squin. (op. cit., pag. XX, tav. D. fig. 8; tav. E.); ora però questi avanzi si ritengono come cavità lasciate dal passaggio di animali e posteriormente riempite. Tali cilindri si trovano nelle roccie di qualsiasi epoca 10 ne raccolsi per ogni dove si trova l'arenaria in questo bacino, come in quello dell'Anio. Ho esaminato al microscopio con sezioni sottili, il materiale che racchiudeva i fossili; si è mostrato costituito da un impasto di Foraminiferi, fra cui predominano le Globigerine. Sono rare invece le specie del gen. Robulina e Polystomella. Una sezione centrale, trasversa si potrebbe riportare, con gravissima esitazione, ad una Alveolina. Si scorge altresì un minerale verde, a piccole massarelle, quasi uniformemente distribuito e che concorre a dare il colore alla roccia; esso, per la facies con cui si presenta, deve probabilmente essere Glauconite. La fauna ora descritta non solo dimostra che la formazione che la conteneva deve essere riferita al Miocene medio; ma che essa appartiene alla zona batimetrica coralligena. (Tortoniano, Mayer e Pareto) ; la quale ha elementi, per natura sua, della zona litorale. Egli è stato per questo possibile riferimento che non ho stimato superfluo parlare di, tanta interessante fauna. Anche nelle nostre valli adunque il Miocene ha i suoi fossili caratteristici.

 

VI. POSTPLIOCENE INFERIORE.
 

Togliendo, come abbiamo fatto, al Pliocene antico parte di ciò che nella carta del R. Comitato geologico e nelle altre vi era stato attribuito, nei dintorni di Mandela e quanto io vi ascrissi nella valle alta dell' Aniene, rimangono a questa formazione i depositi conglomeratici di Subiaco e di Mandela. Questi ultimi, quantunque vengano continuamente scavati o per le fondamenta delle case o per la riattazione delle vie per uscirne come materiale da costruzione, pure, per quanto ho potuto sapere da informatori, non vi furono mai trovati fossili che ci potessero manifestare l'età del giacimento. Tuttavia, per le forti analogie che, corrono fra i due conglomerati, possono, senza dubbio, essere sincronizzati. I conglomerati di Mandela riposano sconcordantemente sopra gli strati dell'arenaria miocenica. In taluni luoghi si scorge la potenza di oltre m. 12 ; ciò specialmente nel versante E., dove la roccia che sostiene il paese cade a picco. Il conglomerato è poligenico, più o meno cementato, con ciottoli di svariato diametro. V' hanno, interstratificate, sabbie-sottili e ciottoli che raggiungono il diametro di centim. 3°. Gli strati, sembrano  quasi  orizzontali,

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ma la stratificazione non è chiara. Nella parte più elevata si trovano strati di arenaria calcarea, compatta ; ciò si rispecchia, come vedremo, a Subiaco. Non vi ho osservato materiali vulcanici, ma solamente roccie calcaree dell' Eocene e delle altre formazioni sviluppate nella valle Ustica, La superficie che ricopre è poco più larga del paese che sopra vi è edificato. Molto più esteso è il conglomerato di Subiaco, che si distende dalla città sino a S. Vito, a metà via fra Subiaco e Cervara. Varia ne è la potenza; costituisce alla destra del fiume un altipiano inclinato verso valle, sopra cui sono i migliori terreni coltivabili del territorio sublacense. Il tipo si mantiene costante. La rocca baziale e la parte alta della città vi riposa sopra picchi arditi (Sezione fig. 2a pag. 34 [222], n. 6), che danno la caratteristica a Subiaco. Il conglomerato fu già da me descritto con brevi parole, e lo riportai al Pliocene più elevato ( Giacimenti elevati di Pliocene nella valle dell' Aniene). Nell'ultimo lavoro del Portis (op. cit., voI. II, pag. 23 I), così ne parlo: c’è un conglomerato costituito da ghiaie calcaree di varie dimensioni; alcuni degli elementi ciottoli formi mostrano sezioni evidenti di individui dei generi Hippurites od affini, Pecten, ecc. Il cemento, che alcune volte può anche mancare, è calcareo di colore giallastro. Fra gli strati pressoché orizzontali, che sono sempre evidentissimi, si intercalano irregolarmente travertini più o meno compatti. Questi trattati con l'acido cloridrico lasciano pochissimi granelli di quarzo e laminette di mica oscura cloritizzata). Vi ho trovato piccole conchiglie bivalvi, ma indeterminabili. In complesso le sezioni in questi depositi forniscono la stessa impressione che si ottiene guardando la sezione che in Roma fronteggia la nuova stazione ferroviaria di Porta Portese. Fra i ciottoli non vi rinvenni finora frammenti di arenaria ; spesso gli elementi sono disposti localmente con stratificazione diagonale. Il Seghetti (Uno sguardo geologico) asserisce di avervi trovato frammenti basaltici; ma ritengo che debba ciò ascriversi ad un errore di stampa. Nell'altro lavoro citato dello stesso autore troviamo molte interessanti particolarità sopra questo giacimento. Presso lo stesso abitato di Subiaco si può scorgere il contatto del conglomerato con le arenarie sottostanti, cioè presso la chiesa di S. Maria della Valle, sotto Marra Casca e presso il Casino Lanciotti. Ivi al contatto si trova una marna argillosa, giallognola, che racchiude pessime impressioni di foglie e qualche osso di grosso mammifero. Vi estrassi due frammenti sfarinati di coste di grandi dimensioni. Interessante è la constatazione della presenza di simili conglomerati, in piccolissimi lembi, anche sul1a sinistra del fiume, presso Subiaco.

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S' incontrano quando da Sant' Antonio si vuole ascendere alla Madonna dell'Appello. La fauna dei Mammiferi del conglomerato sublacense è così composta

Elephas sp. (antiquus, Falc).
Rhinoceros (Coelodonta) Merckii, Kaup. et Jag.
Bos taurus primigenius, Bos.
Cervus (dama) euryceros, Aldrov.

Quantunque sia piccolo il numero delle forme, pure ci permettono di affermare che la fauna è sincrona a quella, che nei dintorni di Roma rinveniamo nelle ghiaie sopra i tufi, dentro i tufi vulcanici stessi e sotto di essi. Ed appunto ai giacimenti sotto i tufi dobbiamo paragonare la nostra formazione e con quelli riferirla alle assise più basse del Postpliocene. Il conglomerato di Subiaco fu riferito al Pliocene od al Post-pliocene dal Murchison (op. cit., pag. 208). Il Ponzi lo riportò (Dell' Aniene e suoi relitti, pag. 30) al Pliocene, ciò che confermò posteriormente (Cronaca subappennina , pag. 27). Il riferimento al Quaternario fu fatto dal Seghetti nelle due citate memorie, basandosi sul rinvenimento del cervo; ciò che poi espresse anche il Ponzi (Le ossa fossili subappennine ) e lo Zoppi (op. cit.; pag. 15). Nel 1892 alludendo a questa formazione (Giaci11zenti elevati) l'ascrissi a Pliocene elevatissimo; ciò che poi ritenne anche il Portis (op. cit., voI. II, pag. 23 I). Riguardo poi al piano cui attribuire gli avanzi or ora menzionati e la contemporanea formazione, è difficile potersi orizzontare a causa della mancanza assoluta di giacimenti pliocenici. Tuttavia avvertendo che nella vicinissima valle del Turano vi si trova una formazione pliocenica, molto giovine, non marina (Portis, 01. cit., voI. II, pag. 22 I) e che presso Camerata Nuova, allo sbocco del fosso Fiojo, nel piano del Cavaliere, vi si rinviene un conglomerato simile. in tutto a quello di Subiaco e più giovine, credo che si possa con questo sincronizzare nel profondo Postpliocene. Ciò mi piace constatare per dimostrare come non sono poi andati tanto lungi dal vero coloro che attribuirono il giacimento ad epoca più recente. A ciò sono indotto dalla considerazione che il riferimento paleontologico immediatamente più basso che noi possiamo considerare sono le sabbie della Farnesina di Roma: località in vero molto lontana e che non si sa se debba essere ascritta, per i suoi fossili, od al sopra – astiano, od al Siciliano, ovvero al Post-pliocene in genere donde i dubbi nel fissare , il posto ai nostri conglomerati nella scala stratigrafica. In quanto all'origine, non credo di andare lontano dal vero se affermo  che  quei  ciottoli   furono  convogliati  dalle  acque  dell'  Aniene,

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quando queste trasportavano tanto materiale, per il loro regime torrenziale, che potevansi persino precludere il corso. Le acque nella temporanea sosta deponevano il carbonato di calcio che cementava i ciottoli, le sabbie e costruiva i travertini. Nell'ampio bacino poi la deposizione dei materiali poteva essere molto regolare. Ciò è confermato dalla presenza del conglomerato anche sulla riva sinistra. Il mare certamente non era, a quel tempo, ivi insenato, come pensava il Ponzi. Se poi ci vogliamo render conto della presente posizione topografica del conglomerato, riposante sopra le falde montuose, specialmente della destra del fiume, dobbiamo riandare a quei tempi in cui probabilmente anche le colline di arenaria della sinistra, ora basse, dovevano essere più elevate. La valle doveva avere la direzione dello spandimento dei conglomerati. Le arenarie, poi, per essere facilmente disgregabili hanno ora abbassato le cime anche sotto il livello dei conglomerati ed hanno cosi resa più spaziosa la vallata. Tutto ciò è pienamente confermato dalla presente topografia. Ciò vale anche per il conglomerato di Mandela, alla cui formazione ha preso parte certamente il fiume Licenza. La digressione ora fatta non tocca ai molti conglomerati che, a varie riprese, s' incontrano nella valle dell' Aniene sino a Filettino. Alcuni certamente debbono essere antichi, come lo dimostra la mancanza degli elementi vulcanici; ma non oso affermare nulla, non avendo sopra di essi singolarmente rivolto la mia attenzione. I conglomerati di cui ora faccio parola non debbono essere confusi con i conglomerati poco cementati, con minerali vulcanici e con i detriti di falda, anch'essi spesso cementati, i quali tutti debbono far parte del Postpliocene superiore e del Recente.

 

VII. MATERIALI VULCANICI.
 

Intorno alle roccie vulcaniche della nostra regione ne troviamo fatto un cenno dal Brocchi (Catalogo ragionato ); ed una nota scritta dal Ponzi, sopra il creduto cono vulcanico in Val di Cona. Solo incidentalmente ne porsero brevi notizie il Meli ed il Verri in parecchi loro lavori. In una mia noterella parlai del giacimento di Val di Cona. Ecco quanto si conosce intorno a questo capitolo, se non vogliamo tener conto delle, brevissime parole che lo Zoppi gli ha dedicato nella spiegazione della Carta idrografica del bacino dell' Aniene (pag. 16, 17). Esse roccie se non sono importanti per estensione, per potenza  per varietà,  lo divengono per i confronti che possiamo

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istituire fra  giacimenti della nostra valle, con quelli della Campagna romana, propriamente detta. I materiali vulcanici si possono dividere in:

1. Tufi litoidi;
2. Pozzolane;
3. Tufi incoerenti;
4. Sabbie e ghiaie con prevalenti elementi vulcanici.

I primi sono abbastanza, sviluppati nelle vicinanze di Tivoli, senza però mancare nell' alta valle similmente si può dire per le pozzolane. I terzi invece li troviamo abbondanti in tutta la valle  ma specialmente dove questa si allarga ed allo sbocco dei maggiori torrenti che sulla pianura hanno sollevato i loro coni di deiezione. Delle sabbie e ghiaie con molti elementi vulcanici, ne parleremo a suo luogo  quantunque talvolta tali materiali contengano tanti elementi vulcanici da offrirci i caratteri tutti dei tufi e da causare eziandio perturbazioni nel campo magnetico.
Tufi litoidi. Il Ponzi, nel lavoro più volte citato, parla di lava ma, come ora vedremo, non è che un tufo di questo gruppo. Si deve quindi escludere ogni possibilità intorno alla presenza di lava nell' alta valle dell' Aniene. I tufi litoidi li troviamo abbondanti nella valle del fosso Empiglione. Essi sono già conosciuti per averli indicati nel 1892 e per le poche parole che il Verri gli dedica in uno dei suoi scritti (1893). Anche il Portis nello stesso anno ne fa menzione (op. cit. vol. I, pagina 155). Quivi i tufi litoidi sono importanti per estensione, per potenza e per la loro natura  meriterebbero uno studio più accurato di quello che ora posso fare essendo troppo lontani dal Sublacense. Sono banchi di tufo, di colore giallo-bruno e più comunemente rossiccio, di struttura brecciforme. Spesso mostrano la struttura colonnare, mai però la frattura poliedrica, che ci offrono altri tufi della valle. Al disotto sfumano generalmente a pozzolana bigia. Macroscopicamente nel tufo vediamo frammenti di lave leucitiche (Leucotefrite), freschissimi nell' interno ed appena alterati sulla superficie esterna. Le dimensioni raggiungono sino i 3-4 centm. di diametro. Grosse scorie nere, molto bollose, con struttura fluidale, con profonda alterazione e contenenti cristalli di Leucite ed Augite. Si vedono cavità tappezzate di bianco, lasciate dalle leuciti caolinizzate  v' hanno però cristalli di questo minerale ancora trasparenti. Ben terminati sono i cristalli di Augite oscura. La Mica che è sempre la magnesiaca, ad un asse ottico (Biotite), vi si rinviene in larghe laminette, che talvolta fanno riconoscere anche altre facce dei cristallo, oltre le due più distese.

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Altri giacimenti di tufo litoide si trovano presso Vicovaro, che differiscono dai precedenti specialmente per la grana generalmente più sottile e per la colorazione più oscura. Il Meli li menzionò per dire della, loro giacitura e della loro struttura poliedrica. Questi pure sfumano sempre inferiormente in pozzolane bigie molto oscure, sino a divenire nere. Sopra la stazione ferroviaria v' ha uno di questi giacimenti che ci offre una potenza di circa m. 40; inferiormente vi è la pozzolana, nel mezzo tufo b1ecciato e superiormente tufo argilloide. In tutta la massa si vedono inclusi calcarei della natura della roccia che contiene la saccoccia del materiale vulcanico. La pozzolana inferiormente somiglia a quella della valle di Empiglione, simile è pure il turo litoide sia macroscopicamente, che microscopicamente. Il turo litoide superiormente diventa a grana sottile ed acquista colore cinereo; mentre che gli elementi sono gli stessi. Le lamine di Mica oscura sono le più visibili e sono quasi tutte orientate. Con moltissima probabilità il materiale si adagiò in tal guisa in un mezzo acqueo. Prima di arrivare alla stazione ferroviaria, venendo da Roma, si scorgono piccole colli nette formate di un tufo quasi litoide, cinereo, tendente al violaceo, arido, a grana sottile, con gli elementi molto ridotti. Sono questi tufi che ci presentano distintamente la saldatura poliedrica: somigliano in tutto a quelli di Pozzolana Aquaone, in val di Cona. In quest' ultima località la potenza del tufo può raggiungere circa m. 15, è leggiero, a grana sottilissima, di colore violaceo - nerastro; arido. Vi si notano cristalli di Augite, talora ben conservati; qualche rarissima squametta di Mica. Rara la Leucite vitrea, generalmente in frammenti decomposti: alcuni frammentuzzi si possono riportare al Feldspato. Piccole scorie ed un materiale caolinico cementante. Al microscopio si osserva il tufo costituito da piccoli frammentini cementati da sottilissima sostanza caolinica e calcarea. In ordine di grandezza nomino:

a) Frammenti lavici, costituiti da microliti di ossido di ferro e di  Augite. Le leuciti, con le caratteristiche inclusioni vitree regolarmente disposte a raggio, più o meno conservate: nelle più fresche si riconosce la struttura polisintetica. Cristalli di Augite  rara l'Olivinia: questi due minerali quasi sempre profondamente alterati. Somigliano gl' inclusi alla lava di Capo di Bove e di Frascati. (Roma).

b),Scorie chiare ed oscure, con struttura fluidale, non molto abbondanti.

c) Molti cristalli di Leucite isolati, con la superficie esterna caolinizzata.

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d) Cristalli di Augite.

e) Mica, abbondante l' oscura (Biotite). ,

f) Feldspato, in minuti frammenti.

Ciò esposi già nel mio citato lavoro a pag. 2 e 3. Nuovo del tutto è il giacimento di turo litoide alle pendici del monte sopra cui è fondato Jenne. Il geologo rimane sorpreso nel rinvenire un simile tufo in quelle località, tanta è la freschezza del materiale. Il giacimento è piccolissimo, ma non per questo perde d' importanza. Se ne estrae a scopo edilizio. Il tufo somiglia in tutto a quello litoide della valle di Empiglione; ma di colore un poco più oscuro. È breccioide, con molte breccie calcaree che talvolta raggiungono discrete dimensioni. I calcari bianchi o rosati spiccano nella massa oscura tufacea. Sembra, fatta eccezione del colore, il peperino dei colli albani. Vi ho riconosciuto altresì piccoli frammenti di lava con i caratteri di Leucotefrite ; più abbondanti sono le scorie nere, più o meno alterate, con struttura fluidale, nella massa vetrosa vi si scorgono molti microliti e qualche cristallino di Augite disperso porfiricamente. Le lamine di mica magnesiaca, ad un asse ottico (Biotite), raggiungono discrete dimensioni ai bordi, si mostrano alterate; non vidi mai altre facce oltre quelle di sfaldatura. Ottimamente conservati sono i piccoli cristalli di Augite, che quasi sempre presenta le combinazioni [001], [100], [010], [201], [101], con clivaggio distinto secondo [110]. La Leucite il più delle volte è caolinizzata e presenta piccoli cristallini (icositetraedici) [211]. Quando sono spezzati i cristalli mostrano le inclusioni vetrose, frequentemente augitiche. Non mancano piccoli frammenti di Feldspato e di Olivina.

Pozzolane
. Di uno speciale  interesse scientifico ed industriale sono le vere pozzolane nere di Cerreto Laziale e di Affile. Il primo giacimento è posto sotto il paese dalla parte che guarda Sambuci. È una saccoccia entro il materiale calcareo ; non offre stratificazione. La pozzolana è discretamente coerente e per estrarla richiede lavoro, quantunque la cava sia all' aperto prima di metterla in commercio è necessario batterla. La potenza maggiore che ho potuto vedere è di circa m. 12. È di colore nero, con inclusi scoriacei sino alle dimensioni di 5-7 centimetri: contiene larghe lamine di biotite. È usata specialmente per malte idrauliche, con eccellente risultato. Somiglia moltissimo a quella che si estrae, in maggior copia, presso Vicovaro (1), in identiche condizioni di giacitura. Anche nella bassa valle dell' Empiglione si rinviene una pozzolana simile, ma di questa non mi occupo avendone gia parlato  il  Verri

(1) MELI R.: Notizie ed osservazioni sui resti organici, ecc.

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(I).
Sopra alle pozzolane di Cerreto si trova uno strato di materiali vulcanici misti a terra vegetale. Un analogo giacimento, ma di qualità molto scadente, è quello che s' incontra dove la via comunale di Gerano si diparte dalla Empolitana. L' altro giacimento più vasto e di maggiore potenza è quello che si trova alla destra del fosso Carpine, sotto il paese di Affile. Esso pure riposa nelle cavità della roccia calcarea, donde si estrae all' aperto, non senza grave pericolo degli operai, da una profondità di circa metri 25. La pozzolana grigia non è, molto coerente, priva di stratificazione, solo nella parte superiore pare che abbia subito un poco di alterazione che ne ha cambiato il colore in roseo chiaro. La separazione però non è ben marcata. Tanto l' inferiore che la superiore non danno effervescenza all' acido cloridrico. Anche questo materiale è molto ricercato dai paesi circostanti per la confezione della malta idraulica. La carta di tornasole messa a contatto, a lungo, con la pozzolana bagnata di acqua, dà una sensibile reazione acida. Una calamite ordinaria attira pochissimo materiale. Le pozzolane di Cerreto-Laziale, Affile, Vicovaro e di Ponte d' Arci, tanto mineralogicamente, quanto chimicamente sono somigliantissime a quelle della Campagna romana, propriamente detta. Certamente esse provengono dallo stesso vulcano e sono dovute alla medesima gittata.

Tufi incoerenti
. Nel piccolo altipiano della fontana del Merro, tra Forca Travella e Monte Mandrini, sopra Marano Equo, si trova un tufo granulare, che per la natura litologica, per essere sottilmente stratificato, per avere interposti sottili veli di tufo argilloso e per il colore, somiglia di molto a quelli del Piano del Cavaliere. L' acqua indubbiamente essendo stato il mezzo in cui si è depositato il materiale, ne rende comune anche l' origine, come dimostrò il Portis (loc. cit., voI. II, pag. 22 I ). Il nostro giacimento però trovasi molto più elevato rispetto a quello del Cavaliere; infatti vi corrono circa m. 200 di differenza ciò non toglie l' analogia della formazione. È un tufo granulare ad elementi molto piccoli, che non arrivano ad un millimetro di diametro; essi sono tenuti insieme abbastanza fortemente da un cemento, nato specialmente dalla decomposizione dei feldespati e feldespatoidi : cioè dal caolino, che è colorato in giallo chiaro dall' ossido di ferro che probabilmente proviene, in massima parte, dall' alterazione dell' Augite. I piccoli cristalli di Augite rendono la tinta alquanto oscura, variandone l' intensità secondo la diversa  abbondanza  di  questa.

(1) VERRI A.: Note per la storia del vulcano laziale, pag. 19, 1893 ed altrove.

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Probabilmente il tufo nella parte più bassa dovrebbe divenire più argilloso come si può congetturare dall'umidità dell' altipiano e da una sorgente che spiccia dagli strati più bassi del tufo. Al microscopio ho trovato gli stessi minerali: con acido cloridrico non ho ottenuto effervescenza. La calamite ordinaria attrae, discreto materiale, ciò che ci dimostra la presenza degli ossidi di ferro. Quando dalla via di Guarcino si volta per andare a Ponza, s'incontra un piccolissimo lembo di materiale vulcanico: è un tufo argilloide, leggero, rossiccio. Solo al microscopio vi si rinvengono i materiali vulcanici in piccolissimi frammenti, essendo gli stessi tanto profondamente alterati da non riconoscersi affatto. L'acido cloridrico non vi fa punta effervescenza. Nel paese prende il nome di tassone, nome del resto molto generico. Di tali lembi se ne trovano per ogni dove nell'alta valle dell'Aniene, ma sempre ristretti e sempre in condizioni topografiche equivalenti. Un tufo vulcanico analogo è quello che si trova quando da Jenne si scende per andare a M. Sant'Antonio. Questo ci offre la stessa colorazione, leggerezza e grado di alterazione. Anche sopra di esso non produce effervescenza l' acido cloridrico. In quel di Canterano e di Rocca Canterano troviamo parecchi lembi di simile natura, ma sempre con pochissima potenza. Dalla loro lavatura però vengono tutti i cristalli di Augite e le piccole squamette di Mica, che arricchiscono tutte le sabbie dei torrenti della regione. I tufi litoidi del Ponte d'Arci, di Vicovaro e di Jenne, somiglianti fra di loro, sono comparabili a quello che nelle vicinanze di Roma e specialmente nel settore NE. - E., giace fra le pozzolane bigie e rossastre del momento delle grandi eruzioni laziali (Verri, op. cit., pag. 15). E per meglio determinare dirò che corrisponde al n. 7 della sezione, alla cava dei Cessati Spiriti che si ripete costantemente nel settore citato, e che fu illustrata dal Portis (op. cit., vol. I, pag. 261, tav. III, fig. I) e poi riportala dal De Marchi (1). Ad avvalorare l' asserzione vi sono le pozzolane bigie della valle Empiglione, di Vicovaro, ecc., le quali ci presentano gli stessi rapporti stratigrafici, cioè sempre sottostanti, ma formanti un tutto coi tufi sovrapposti. Riguardo ai tufi incoerenti, qualunque confronto non godrebbe di fondamento. Solo quello di fontana del Merro ci offre somiglianze forti con quelli descritti dal Portis, nel piano del Cavaliere, della cui origine ne troviamo fatto cenno specialmente a pag. 285 e seg. dell' 01. cit.

(1) DE MARCHI: Le cave di pozzolana dei dintorni di Roma. Estr. Minist. Agric. lnd. e Comm. Roma, 1894.

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In quanto poi all'origine dei tufi litoidi e delle pozzolane, mi attengo generalmente alle opinioni professate dal Portis intorno gli stessi materiali delle vicinanze di Roma; dico generalmente perchè in luoghi tanto elevati ed entro i contrafforti degli Appennini le condizioni dovevano essere ben diverse dalla pianura romana, come lo dimostra chiaramente l'assenza totale del Pliocene marino. I rigetti vulcanici piovuti con abbondante acqua entro stagni, fossero anche temporanei e formati per l'ostruzione dei corsi fatta dai materiali stessi, acquistarono i caratteri che ora presentano. La ristrettezza degli affiora menti di materiali vulcanici, il riposare sopra roccie relativamente più antiche, non mi permettono di trarne conseguenze cronologiche più precise. I confronti che ho istituito, con i materiali analoghi delle vicinanze di Roma, servono a sincronizzare i tufi vulcanici della valle dell' Aniene, con quelli di Roma, di cui si è tanto parlato.

 

VIII. MAGNETISMO.


Si deve agli studi pazienti e dotti del Keller, se possiamo dire qualche cosa sopra questo argomento per l'alta valle dell'Aniene. Questi esplorò, con molte misure, l'intensità orizzontale del magnetismo terrestre, in una località presso Arsoli. Nell'operazione segui le stesse norme che nelle altre stazioni, servendosi sempre dello stesso intensimetro. Rimando al lavoro del Keller chi bramasse conoscere maggiori particolari (1). Cosi descrive il luogo di osservazione a pag. 4 e 5: “La località ove è stato osservato si trova all'est del Paese, dal quale è separata da un profondissimo burrone chiamato Sottocastello; la rispettiva distanza è di m. 5°0 e la località porta il nome di Chiavica. Esiste qui vicino un bellissimo Karstphanomen del tipo degli Einsturztrichter, e appunto da questo ha preso la contrada il nome; sembra, però, che tale denominazione non sia molto antico perchè la carta topografica della diocesi di Tivoli, di Petroski, pubblicata a Roma nel 1767 indica questo sprofondo col nome di Pozzo. Questo è accesslbl1e fino al fondo, ma non senza qualche pericolo: almeno lo era nel 1876 quando lo esplorai, misurando anche la profondità che è di m. 95. Il fondo è perfettamente asciutto. Il punto di osservazione si trova a qualche centinaio di metri al sud della Chiavica, sotto uno scoglio che strapiomba verso nord, e precisamente là ove il sentiero Arsoli.

(1) KELLER F.: sull’intensità orizzontale del magnetismo terrestre nei pressi di Roma, 1895,n°1 – sull’intensità orizzontale... con note che riguardano... Roma 1896 n°4.

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Oricola passa alla distanza più breve dalla Chiavica. In aperta campagna, lontano da ogni fabbricato, non è da temere l' influenza perturbatrice di masse di ferro. Quota sul mare m. 525. Terreno assolutamente calcareo, coperto in qualche posto da un poco di terra rossa , entro cui spiccano piccoli cristallini di augite laminette di mica.” Da questa condizione di cose si deve concludere che il valore dell'intensità (H) sia in questa località da considerarsi come normale. Dalle molte misure fatte risulta: H = 0,9971, presa come unità il valore dell'intensità della Farnesina, Roma (loc. cit. pag. 8). Anche le roccie di origine vulcanica furono esplorate. Il metodo usato fu quello della declinazione a tre punti, con tutte le norme che vengono esposte dal Keller (1).

1. Già nel 1892 trovai che il tufo litoide di Pozzolana Acquaone (2), è fortemente magnetico. La rispettiva differenza di azimut magnetico fu riconosciuta anche dal Keller uguale a 16° 10'. È la maggiore perturbazione che finora abbiano dato i tufi, quantunque ne siano stati esplorati moltissimi, specialmente nelle vicinanze di Roma (3).

2. Ho ripetuto l'esperienza anche per il giacimento. di pozzolana di Cerreto Laziale, ottenendo per differenza di azimut magnetico 30° 20'. La distanza fra le due stazioni A e B era uguale a circa 111. 40, mentre il punto di mira era lontano circa km. 3. Si deve notare che, a causa della presa aerea della ,cava, fui obbligato a fissare il punto A sopra il materiale vulcanico di rifiuto. Il punto B poi si trovava sopra l'argilla rossa, ricca di cristalli di Augite e di particelle attirabili dalla calamite, fra cui cristallini [111] di Magnetite, mal terminati per l'erosione subita.

3. Dove si diparte la via comunale di Rocca Canterano dalla via Empolitana,v' ha un piccolo giacimento di tufo terroso incoerente. Esso fu esplorato e diede una perturbazione di azimut uguale a 0°25'. La distanza fra i due punti A e B era di m. 6, mentre il punto di mira era a km. 1,2.  Ripetuta la misura in altre condizioni ebbi il valore 00 12' 30".

(1) KELLER F.: Contributo allo studio delle roccie magnetiche nei dintorni di Roma. Rendiconto dell' Accad. R. Lincei, vol. IV, 1888, nota I, pag. 41.

(2) DE ANGELIS O.: Sopra un giacimento di roccie vulcaniche nel territorio di Rocca S. Stefano (Provincia di Roma) in. Boll. Nat. Siena.

(3) KELLER F.: Guida itineraria delle principali roccie magnetiche del Lazio Bibliot. R. Istituto fisico di Roma.

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4. Nella contrada (il Campo) in quel di Canterano, un giacimento di tufo terroso, rosso oscuro dava la differenza di azimut magnetico di 0° 20'. La distanza che separava i due punti di lettura era di m. 15 ; il punto di mira era lontano km. 6.

5. Con una piccola bussola, non graduata, dall' ago lungo mm. 23, ho potuto riconoscere una sensibile deviazione magnetica cimentando i tufi vulcanici litoidi dei dintorni di Vicovaro, quelli della valle Empiglione e quello di Jenne. Ho trovato un' azione magnetica appena visibile esplorando la pozzolana di Affile.

6. Alle Molette di Arsoli e propriamente vicino a quella più a monte, v' ha una cava di sabbia calcarea ricca di minerali vulcanici. Un magnete ordinario attira molti materiali. Gli strati sono sottili ed infarciti di elementi vulcanici. E poiché tali minerali sono piuttosto abbondanti nei depositi vallivi, sia deposti dal fiume, che nei coni di deiezione dei maggiori torrenti, era di grande interesse conoscere il valore della differenza di azimut magnetico. Ciò specialmente per vedere se la misura degli elementi geomagnetici potessero essere influenzati dalla vicinanza di tali sabbie e ghiaie. L’osservazione ripetuta mi confermò che realmente quando tali materiali formano grossi banchi danno una perturbazione. Infatti nella località citata, ottenni la differenza di azimut di 0°35' ; mentre i punti A e B distavano di circa m. 20 ed il punto di mira era lontano circa kilom. 3. Certamente gli elementi vulcanici godono di una forte intensità magnetica, ma quando sono disorientati non perturbano, se non riuniti in grande quantitità. Ciò dipende dal fatto che tale magnetismo è solamente di posizione, cioè indotto dalla terra. A tali risultati sono potuto arrivare mercè gli ultimi studi del Keller (op. cit. N. 4, pag. 6, 7 ), il quale, quantunque abbia eseguito posteriormente le misure sopra analoghi giacimenti, pure le ha rese prima di me di pubblica ragione, derivandomene cosi un supremo vantaggio. Nessuna esperienza è stata fatta intorno al magnetismo di monte non prestandosi la valle a tali ricerche.

 

IX. POSTPLIOCENE SUPERIORE E RECENTE.
 

Ritenendo i conglomerati di Subiaco, a causa dei fossili che contengono e per la mancanza dei materiali vulcanici, del Postpliocene inferiore e di formazione non marina, ascrivo al Postpliocene superiore i tufi vulcanici incoerenti che rinveniamo annidati entro cavità di roccie preesistenti in moltissitl1e località. Essi sono così piccoli, tanto sparsi e cosi rimaneggiati da farci supporre logicamente che essi sono nati dallo sfacelo di tufi più antichi.

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Ciò è anche dimostrato dal fatto che contengòno sostanze molto eterogenee. Sarebbe lungo il menzionare le sole località dove essi si ritrovano. Non si può avventare una distinzione cronologica fra di loro a meno che non si volessero separare quelli che riposano sopra roccie relativamente più antiche e quelli che si adagiano sull'alluvio addirittura. I giacimenti tufacei vulcanici s'incontrano spesso da Subiaco a Filettino, nel basso della valle e precisamente dietro i travertini. Sembra che questi abbiano fatto argine ai sedimenti vulcanici che si sono accumulati dietro le piccole barriere di travertino, che frequentissime, ma piccole, si trovano di tratto in tratto. Da questi tufi non estrassi altri fossili che frammenti di conchiglie terrestri. Localmente vengono chiamati tassoni perchè formano un terriccio argilloso e leggiero. I travertini invece sono molto fòssiliferi ; contengono numerose impressioni di foglie di piante ancora viventi nel bacino. Di queste non ho cercato di farne la determinazione troppo intimorito dalla eterofillia, che occasiona tanti errori a chi si perita di determinare le piante con la sola foglia o parte di essa. Lo stesso potei rinvenire la porzione frontale di cranio di un Cervo nel travertino del fosso di Sambuci (tav. fig. 8), ove trovasi anche un travertino esclusivamente costituito da Elici. Questi travertini sono però recenti, perchè il cervo aveva tagliata la base delle corna dall'uomo e l'osso tramanda alla fiamma un odore caratteristico di cheratina ecc. Sotto Jenne si rinvenne un grosso corno di Cervo; presso Mandela un’ avanzo di Bue, che mi venne donato dal marchese di Roccagiovine. È un omero sinistro, che disgraziatamente manca dell'estremità distale, non avendo intera neppure la prossimale. All' osso aderisce tuttora una piccola quantità di, travertino spugnoso che lo includeva. Questo doveva essere poco antico, perchè un frammento messo sopra la fiamma della lampada Bunsen, dopo poco ha tramandato il puzzo delle sostanze organiche bruciate. Le dimensioni sono tanto vistose da farci escludere il Bue ora vivente. I travertini sono maggiormente sviluppati presso Subiaco e sotto il paese di Mandela, a S. Cosimato. A Subiaco sono cavernosi, stalattitici, incrostanti per una considerevole potenza; dal punto più basso a quello più alto vi corrono ben m. 60. Sono picchi d' impressioni di foglie della flora attuale. Essi si presentano terrazzati, probabilmente dal fiume, in tre piani diversi, non mancano altri ripiani inapprezzabili. Ora il fiume li incide profondamente, come si scorge sotto il pittoresco Ponte di S. Mauro. Essi riposano specialmente sulla sinistra dell' Aniene, ma vi sono brandelli attaccati alla roccia calcarea anche sulla riva destra, come presso il Salvatore e sopra lo stabilimento Salvatori.

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Analogo, ma più esteso, è quello di S. Cosimato di cui parlarono il Ponzi ed il De Rossi (op. cit.). Lungo la destra dell' Aniene, da S. Angelo (Subiaco) sino al fosso di S. Luca, presso Agosta, la via provinciale si svolge al termine di un altopiano ristretto ed elevato dal piano, ove ora scorre l' Aniene, di circa m. 10. Esso è costituito di strati di ghiaie, talora di grande diametro, con molti materiali vulcanici: talora piccoli e con più abbondanti stalli di Augite e Mica. Questi minerali alcune volte danno luogo a stratarelli sabbiosi, con stratificazione diagonale. Non sono rari piccole lenti argillose, sempre con elementi vulcanici. II terrazzo è così regolare che lo si deve ritenere formato dall' escavazione del fiume e quindi più antico del piano più basso. I materiali quando sono sabbiosi si escavano per unirli alla calce per le malte. Ecco i minerali che vi ho riscontrato: Augiti abbondantissime, lamine di Mica talora abbastanza estese. Poi ciottoletti calcarei e di silice Policroma. L'acido cloridrico vi suscita una viva effervescenza: la calamita ordinaria vi attira discreto materiale. Questi strati si appoggiano sull' arenaria e sul conglomerato, da cui facilmente si distinguono a causa dei materiali vulcanici. Alla Moletta superiore di Arsoli, nella località esplorata per le osservazioni magnetiche (pag. 51 [239]) si trovano parecchi strati sabbiosi ed argillosi ricchi di materiali vulcanici, per una potenza di oltre m. 4. Sono analoghi a quelli descritti, la sola differenza sta nell' origine essendo questi stati accumulati dal vicino torrente e non dal fiume. Nel tufo argilloso, che produce poca effervescenza coll' acido cloridrico, si rinvengono rare spicule di Potamospongie, senza averne potuto vedere gli amfidischi. La stratificazione è diagonale. A S. Angelo, presso Subiaco, v' ha un cono di deiezione costituito da ghiaie e da sabbie, incoerenti e semi incoerenti. I ciottoli calcarei, che formano un tenace conglomerato, sono così poco arrotondati da potersi chiamare giustamente brecce. La natura dei calcari è diversa a seconda delle roccie cui provengono. Si trovano anche blocchi arrotondati di conglomerato di discrete dimensioni. Tutto ci fa riconoscere il regime del torrente che ha formato lo spogliamento del cono, le cui piene sono attestate dagli strati di grossi blocchi, le magre dalle sabbie: tutti gli strati sono naturalmente di riversamento. L' Augite è abbondantissima, oscura e con ben formati prismi retti, modificati dalle pinacoidi e chiusi da un prisma obliquo: da sola costituisce degli strati. Non manca 1a Mica oscura, alquanto alterata, come vi è la bianca (Muscovite) : frammenti di Leucite più o meno profondamente caolinizzati e qualche ciottoletto

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di feldspato. Secondo la piccolezza degli elementi calcarei e l'abbondanza dell'Augite il colore della roccia cambia dal chiaro al nero. Al microscopio ho veduto ciottoletti calcarei e silicei e quindi:

1. Augite, di colore oscuro e verde-bottiglia, spesso profondamente corrosa e ricoperta da ossidi di ferro. Caratteristica è la frangiatura ottenuta dall'erosione.

2. È raro che la Leucite si trovi in cristallini interi solo talvolta è dato vedere qualche faccia: trapezoidale; rari i frammenti trasparenti in genere è lattiginosa ed opaca, rivestita da caolino.

3, Mica magnesiaca, ha un asse ottico (Biotite), in larghe lamine, spesso profondamente cloritizzate : più rara è la mica potassica, argentina. Spesso, oltre le facce parallele alla base, si vedono anche quelle del prisma.

4. Quarzo, in piccoli frammenti, dai colori vivacissimi fra i nicols incrociati.

5. Il feldspato si riconosce per le linee di clivaggio e per gli altri caratteri ottici sembra che predomini il Sanidino. Trovasi spesso alterato alla superficie.

6. Si trovano piccoli corpiccioli di ossido di Fe: sono masserelle o granuli limonitici e di magnetite.

La calamite attrae parecchio materiale. Agendo sulla polvere con l'acido cloridrico si risveglia una discreta effervescenza. Di organico, in molti preparati, non ho trovato che qualche cilindretto siliceo di Potamospongie. Da coloro che estraggono l'arena, per la confezione della malta, seppi che non sono rare le conchiglie terrestri, come Elici, Clausilie e Stenogire. Simile a questo cono di deiezione è quello di S. Luca, presso Agosta, e relativamente tutti gli altri formati a valle dai diversi torrenti. Anche altre roccie debbono essere ascritte a questo periodo, che comprende il Postpliocene superiore ed il Recente, non potendosi stabilire una chiara divisione. Un piccolissimo lembo di matèriali vulcanici si trova lungo la via che conduce da Subiaco a Rojate e propriamente dove questa lambisce il Pertuso presso l'imboccatura a monte. Esso è importante per la forma perfetta che ci presentano i cristalli delle varie sostanze, per le relative dimensioni, per la loro freschezza e finalmente per i piccoli frammenti di roccie vulcaniche che contiene. Quest' ultime, però, sono molto alterate e non ci permettono di riconoscerne la natura litologica. Tuttavia qualche ciottoletto lo si vede costituito da Augite e feldspato, come quelli che noi troviamo presso il Tavolato (Roma).

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Fra i minerali il più abbondante è l' Augite col solito abito cristallino. I maggiori individui sono terminati da una sola parte e possono raggiungere un centimetro di lunghezza. Sono quasi tutti oscuri ; in frammenti però ci presentano il colore verde bottiglia. In ordine di frequenza segue la Leucite, fresca, con forme cristalline ben chiare nella solita forma di icositetraedro, ricca d' inclusioni vetrose. I più grossi cristalli sono frammentari e superficialmente alterati. È difficile constatare la presenza dei veri feldespati, ma qualche piccolo frammento sembra appartenere al Sanidino. Abbondante è la mica magnesiaca, ed è rappresentata da cristalli sviluppatissimi, sino a centim. 2.5 di larghezza. Oltre le facce parallele alla sfaldatura si vedono i prismi che ne determinano i lati. È abbastanza fresca, madreperlacea, oscura, ma talvolta alterata. Forse oltre alla Biotite potrà essere presente qualche altra specie, ma non è scopo del nostro studio un'esatta determinazione mineralogica. Non ho trovato rappresentata né la Melanite, né la Magnetite, quantunque la calamite ordinaria attragga molto materiale, formando delle barbetelle abbastanza lunghe. Tutti i minerali sono ricoperti da polvere e danno alla roccia un aspetto terroso. La sottile polvere, al microscopio, mostra piccoli frammentuzzi di quarzo e di silice piromaca e policroma. L'acido cloridrico vi suscita una debole effervescenza. Somigliante al precedente è il piccolo giacimento che incontra chi da Cervara di Roma va a Subiaco, e propriamente sotto Colle Barile, dove lo troviamo sotto un potente strato di ciottolame di falda. L'unica differenza consiste nella minor frequenza dei grossi cristalli di Mica e nell'abbondanza di ciottoli calcarei di dimensioni svariate. I minerali sono freschissimi. Interessantissimo è un frammento di cristallo di Haliyna (C. Hnitze (Na2 Ca)5 Al6 Si6 024 S2 08). Chi conosce il valore cronologico di questo minerale nelle roccie vulcaniche laziali, facilmente intende di quanto interesse goda tale rinvenimento. Tanto il materiale vulcanico presso il Pertuso, come quello di cui abbiamo fatto parola, sono mescolati e quindi giustificano il riferimento cronologico. Nelle strette valli dei maggiori tributari dell'Aniene troviamo le pianure formate dalle stesse sabbie della valle più grande. Le sabbie, con elementi vulcanici, diventano ghiaie specialmente a monte delle vallecole. Finora non ,hanno dato fossili. Le principali pianure sono quelle del fosso Cona, Rio ed Empiglione e loro diramazioni. Riuscirebbe impossibile istituire confronti cronologici.

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Vi sono altresì altri altipiani tanto sopra i terreni calcarei, che sugli arenacei. In questi si hanno sabbie ottenute dallo sfacelo delle Arenarie ; in quelli la solita argilla rossa, che deriva dall'erosione dei calcari, con molti cristalli di augite e laminette di mica, Entro tale materiale sovente: ho rinvenuto arnioni caratteristici, mammellonari, costituiti da aragonite. Si discusse molto sopra la formazione di detta argilla, come si può vedere dai molti lavori pubblicati in proposito. Dagli strati di humus furono estratti gli avanzi delle primitive industrie, di cui si farà parola in un capitolo particolare.

 

X. TETTONICA ED OROGENESI.
 

Il rapporto che corre fra le diverse formazioni non è tanto chiaro, quanto potrebbe credersi pensando che le roccie non rimontano ad epoche molte antiche. Infatti il Cretaceo è il più vecchio sistema, finora certamente riconosciuto, che affiora nella nostra regione, con i piani del Cretaceo superiore. Tuttavia la tettonica è abbastanza intricata e confusa. La prima causa di ciò si deve riporre nella difficoltà che noi incontriamo nel riferimento cronologico delle roccie e nel fissare i confini fra un terreno e l' altro. L' Eocene ci si presenta con indecifrabile stratificazione, mentre il Miocene, che si è deposto in un bacino di formazioni cretacee ed eoceniche, porta le tracce dei movimenti subiti da queste, in sinclinali ed anticlinali svariate e piccolissime, che ne nascondono a meraviglia la potenza. Le ondulazioni alcune volte sono larghe e potrebbero esser causa di errori grossolani per chi non ricordasse gli utili ammaestramenti gia dati dallo stesso Murchison.  Il Cretaceo è sempre nettamente stratificato, tanto nella facies inferiore, quanto nella superiore. Non vidi mai strati cretacei orizzontali, ma sempre inclinati. Gli strati, sottoposti discordantemente, dolomia frammentaria, presso Filettino, che ancora celano interessanti fatti cronologici e stratigrafici si elevano alla verticale per estollersi sino al Monte Cotento ; mentre allontanandosi dal paese vide che l' angolo, coll' orizzonte, va sempre diminuendo. Presso la Mola sembra di vedere una sinclinale, con l' asse diretto secondo la valle delle sorgenti dell' Aniene ed inclinato verso 10 sbocco della valle di circa 20°. Anche fortemente e diversamente inclinati s' incontrano gli stessi strati sotto Jenne e presso Vallepietra. Gli strati calcarei del Cretaceo formano  sempre  un  angolo  con l' orizzonte. Già dicemmo che al Monte Affilano

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pendono verso N. - E. con un angolo di circa 200. Da S. Benedetto (Subiaco) sino sotto Jenne si trovano pendenti verso S. - O. fra 15°-200; sotto Jenne si trova una sinclinale che si ripete sotto il Monte S. Antonio. Nelle vicinanze di Vallepietra si trovano pendenze diverse che fanno pensare ad una gigantesca anticlinale con la parte più elevata erosa. Anche in queste località le roccie calcaree riposano, senza concordanza, sopra le roccie sincrone alle dolomie di Filettino di non ancora accertata età, ma probabilmente triassiche.



 

Di fratture con salto ho osservato bene solo quella che interessa Monte Affilano (Fig. 6). Il salto non solamente è evidentissimo, ma si trova in condizioni di rapporto tali con le altre roccie, che se ne intravede anche l'epoca dell'avvenimento. Infatti le arenarie che appartengono, con le argille indurite sottostanti, al il piano Mediterraneo (a, b, c), si adagiano discordantemente sopra il salto stesso. Ciò indica che lo spostamento avvenne dopo l' ultima roccia che vi prese parte (Eocene) e prima della deposizione del Miocene medio. Dei movimenti posteriori diremo a suo luogo. L' Eocene non è ben determinato specialmente nella parte inferiore, ma attribuendovi il calcare a Pettini, come abbiamo fatto, noi lo troviamo sopra il Cretaceo disposto concordantemente, come si  rilevò  nella descrizione  della  sezione geologica del Monte Affilano  dove

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i calcari sono però petrograficamente alquanto diversi. Dall'Eocene inferiore che non mostra stratificazione, per essere intimamente tormentato e per i larghi specchi di scivolamento simulanti la stratificazione (Diaclasi), si passa all'Eocene superiore o meglio alla facies di calcare brecciato. Parecchi sono i sistemi di diaclasi, che interessano l'Eocene, alcuni principali ed altri secondari. Difficile riuscirebbe la loro determinazione : rispetto ai punti cardinali. Numerosissime le giunte, che riuniscono oltre le facce degli strati anche la diaclasi dei diversi livelli. Le argille indurite e marmose, le arenarie, i calcari arenacei del Miocene riposano sempre discordantemente sopra le roccie eoceniche e cretacee. Il Miocene inferiore manca nella nostra valle, confermando l' emersione della maggior parte dell' Italia, come risulta da molti fatti raccolti in tutta la nostra penisola. Similmente non troviamo gli strati del Messiniano (Pontico) ed il Pliocene marino. Tutto questo lasso di tempo ci viene attestato dall' abrasione. Ciò però nel caso che le arenarie con in rilevante loro potenza, non debbano, con gli strati superiori, sincronizzare il Messiniano ; il che non sarà mai dimostrabile per l' assoluta mancanza dei residui fossili caratteristici. L'erosione in questa ultima ipotesi avvenne nel Pliocene soltanto. Gli strati miocenici difficilmente s' incontrano orizzontali, ma inclinati; spesso ci presentano ondulazioni anche strettissime. In alcuni punti dove sono più spostati, ciò che avviene vicino ai monti e specialmente a quelli Prenestini, li troviamo sconvolti, spezzati e ricementati da vene spatiche. Nel centro del bacino miocenico si riscontrano pendenze che , si conservano per lungo tratto. Tutto fa credere che durante i movimenti negativi pliocenici, le arenarie e le argille indurite abbiano dovuto occupare un minore spazio per pressione laterale delle montagne calcaree. Da ciò i molteplici corrugamenti che ne celano la potenza e che causarono gli accidenti della struttura delle roccie. Il Quaternario è solo rappresentato dalla profonda erosione di quella valle che doveva vantare monti molto più elevati. Ciò indusse il Viola a credere alla possibilità, della presenza di vedrette o veri ghiacciai, Delle valli circonvicine durante l'antico Quaternario. A questi tempi possiamo solo riportare i pochi conglomerati ed i tufi vulcanici che già vi abbiamo assegnati, i quali riposano sempre discordantemente sopra le roccie anteriori. In tal modo la nostra regione che era emersa sugli albori del Miocene, per uno spostamento positivo, molto vasto, si tuffò quasi completamente sotto le onde, per ricevere i sedimenti del Miocene medio, inteso nel senso moderno, cioè riferendo la zona gesso-solfifera al Miocene superiore.

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Lo spostamento fece sì che la regione si trovasse in condizioni batimetriche diverse, donde i differenti materiali sedimentari ; i quali per aumento del movimento positivo o per ricominciare il negativo potevansi sovrapporre in ordine diverso da quello che i teoretici vorrebbero ; cioè dal basso in alto: Langhiano, Elveziano, Tortoniano. Durante il Pliocene e specialmente sul finire di questo la nostra regione, come le altre appennine, risenti i maggiori spostamenti negativi. Le pendenze cosi aumentate accrebbero, con la forza priva delle acque, la loro potenza erosiva. Quanto ai movimenti subiti dalla parte ora più alta della valle non si può dire nulla, se prima non vengono cronologicamente distinti gli strati fossiliferi di Filettino, potendo comprendere parecchi piani. Conclusioni tettoniche  di ambito maggiore credo che incorrerebbero contro la logica, che vuole siano inferite almeno da dati sufficienti. Solo dalla conoscenza completa dei riferimenti cronologici delle roccie della nostra valle e delle vicine, si potranno ricevere maggiori lumi sulla intricata tettonica della parte più elevata del bacino imbrifero dell' Aniene.

 

XI. FENOMENI DEL CARSO E CAVERNE.
SORGENTI ED IDROGRAFIA SOTTERRANEA.
 

Anche nella nostra regione calcarea e montuosa troviamo molti imbuti geologici, per i quali spesso si smaltisce l'acqua di pioggia, che va a far parte della idrografia sotterranea. Ciò per i monti vicini era già noto par gli studi del Cacciamali. (Del fenomeno del Carso a Fontana Liri. Riv. nat. Siena 1889. Gli anticrateri dell' Appennino Sorano. Boll. Club alp. vol. XXV, Tonno 1891). Nella nostra valle solo la Chiavica di Arsoli fu ultimamente descritta dal Keller (op. cit., n. 4). Indirettamente il Portis e lo Zoppi parlarono di questi fenomeni (loco cit). Nel bacino dell'Aniene s'incontrano molti fenomeni del Carso, svariati di forme e di dimensioni, come il Catino di Mandela, la Fossa di Agosta, il Pozzo Fossicchi di Cerreto Laziale ed il catino sotto Cervara di Roma. Di tipo diverso sono la chiavica di Arsoli, la grotta di Iacucera e le cavità di Sambuci. Finalmente abbiamo tutti gl' imbuti che frequentemente si aprono negli altipiani delle nostre montagne (Zoppi, op. cit. pag, 58, 59); che prendono nomi diversi: Volubri, Divoracci, Topanare, ecc. sono questi fenomeni degni dell'osservazione, del  geologo ,  perchè  ad  essi  si  raccordano  molti  fatti  dell’idrografia

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sotterranea, che si può solo allora comprendere, quando la geologia della regione è bene esplorata, perchè altrimenti i concetti empirici conducono a grossolani errori. Le Topanare sono numerose nella regione calcarea montuosa della destra riva dell'Aniene, come si può rilevare dalle stesse tavolette topografiche dello Stato maggiore militare; sono formate da cavità coniche né acute, né profonde. Il maggior numero misura in diametro m. 8-15 ed una profondità di 6-13 m. Non fa mestieri che io dica che le dimensioni sono suscettibili ad oscillazioni considerevoli. I coni non sono sempre retti, ma grossolanamente inclinati nel senso della stratificazione o delle diaclasi; spesso sono imperfettissimi. Sull'altopiano di Monte Autore nell'interno di alcuni di essi ho osservato delle prominenze rocciose, situate quasi sempre a sinistra del solco che, durante le piogge, porta il maggior tributo di acqua. Ho colto tutti gli stadi della genesi, avendone veduti degli incipienti e di quelli di maggiori dimensioni. Ciò che mi ha sorpreso è il fatto che prima che si sfondi lo strato di humus, costituito essenzialmente di argilla rossa, la piccola cavità è già abbastanza sviluppata. Appena cade lo strato di terra vegetale, l'azione meccanica dell' acqua diviene più poderosa lo stesso ingrandii fori di 3°- 4° centim. di diametro nel terriccio e rinvenni sotto una ben larga topanara. A causa dello smaltimento delle acque per via di questi organi geologici noi troviamo una eccessiva penuria di acque nella regione montuosa. Per attingere acqua per dissetare il bestiame si è costretti a fabbricare pozzi per i quali spesso si approfitta dei più grossi divoracci ; cementandone le pareti. Là dove gli strati, per forze orogenetiche, sono stati allontanati, fra di loro si troveranno lunghe fessure, sopra le pareti delle quali l' erosione può essere più attiva. È questo il caso della Grotta di Iacucera di Canterano, che sta sotto alle mura ciclopiche, e delle cavità che si trovano vicino a Sambuci. Sono vere fessure più o meno larghe, ripiene dei blocchi degli strati spezzati e che diverranno fossilifere, perchè in esse si trova asilo una popolazione di animali. È naturale che gli abitanti sopra questi fenomeni elaborino mille fantasticherie. Vengono da ultimo i veri catini, lasciando la chiavica di Arsoli, di cui parlò il Keller, come si ebbe occasione di ricordare (pag. 49 [237]). Chi partendo da Mandela prende la via che mena alla montagna, toccando il Cimitero, dopo un quarto d' ora di cammino si trova, lungo l'erta, innanzi ad una cavità, a foggia di catino, svasata verso valle. Non ne vidi mai una più perfetta. Gli strati calcarei, a struttura arenacea, con interstrati marnosi, pendono verso O. Il catino è lungo circa 200 m., largo poco meno. Verso valle è poco profondo, non più di m. 25, mentre a monte è quasi m. 70.

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Nel fondo v' ha terreno coltivabile, ma nell' inverno vi perdura l' acqua di pioggia, specialmente verso valle dove impaluda. Quello di Cerreto Laziale è un vero pozzo, che nell' orificio esterno ha un diametro minore che nella cavità interna. L' apertura misura 6-8 m. mentre internamente credo che possa raggiungere i m. 15. Dentro vi precipita l'acqua un fosso che ne porta solo durante le piogge; l' acqua si disperde nelle viscere della montagna, mentre i ciottoli ne riempiono la cavità. È del tipo della fossa del Monte di Fontana Liri, descritta dal Cacciamali. Il terzo è quello delle Fosse di Agosta: esso si apre in un monticello isolato: regolarissimo e slabbrato a valle. Offre un diametro nella parte superiore di circa m. 120, mentre nel fondo v' ha un fraticello a dolce declive, che è largo m. 80. La parete più alta raggiunge i 40 m. circa. Finalmente l'ultimo è quello sotto Cervara di Roma che è più piccolo del precedente. Esso non ci presenta la forma conica, ma grossolanamente quella di una piramide rovescia a base rettangolare, con gli angoli diedri arrotondati. Ci offre una lunghezza di circa m. 60 ed una larghezza di m. 20; mentre la parete a picco misura m. 25. Esso risiede quasi alla sommità di un piccolo colle che superiormente porta una insenatura, per cui doveva passare un fosso di cui l'erosione ha obliterato le tracce. Tutti e quattro sono segnati sulle carte topografiche dello Stato maggiore militare, dalle quali si può facilmente rilevare l'altitudine, le dimensioni e la posizione topografica. Si è discusso molto intorno all'origine degli imbuti. Secondo il Savi essi avrebbero origine per il crollamento della volta di grotte sotterranee, nei monti Pisani. Tale opinione venne validamente sostenuta dal Tietze : (Zur Geologz.e der Karserscheinungen. Jarb. der K. K. geol. Reichsan., n. 4. Wien, 1880 ), per le buche del Carso, e dal Tuccimei: ( Considerazioni sopra, Karstphanomenen dei monti Sabini. Rassegna italiana. Roma, 1886), per quelle dei monti Sabini. Anche il Cacciamali (op. cit., ritiene tale fenomeno prodotto generalmente dalla stessa causa per i monti dell'Arpinate e del Sorano. Altri, però, vollero vedere in quelle doline un' altra causa, donde ne nacquero parecchie discussioni. Io penso che tutte le  ragioni che sinora sono state portate a spiegazione del fenomeno siano tutte buone per casi particolari e che non se ne possa stabilire una causa sola per tutti gl'imbuti, a cagione della natura e struttura diversa della roccia, della direi ione degli strati e della compagine degli stessi.

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Il Tellini trovò imbuti anche nel conglomerato calcareo del Messiniano, presso Maiano (Descrizione geologica della Tavoletta  Maiano ) nel Friuli. (Udine, 1892, pag. 20). Appunto in questo lavoro è chiaramente esposta la spiegazione della formazione di alcuni imbuti friulani. Ultimamente il Marinelli O. (Fenomeni carsici grotte e sorgenti nei dintorni di Tarcento in Friuli. Giornale  In Alto Udine, 1897) riassume i suoi precedenti lavori e quelli di molti altri, per incerirne giuste conclusioni d'indole generale.(1) Per le topanare, di cui ho parlato, credo che s'abbia a ritenere la causa un pochino diversa da tutte quelle, che finora s'addussero per rendersi conto di simili fenomeni. Le topanare si trovano generalmente nella parte più bassa degli altipiani che sono circondati da monti e senza scolo: s'aprono il più delle volte nel bel mezzo d'un prato, L'acqua piovana, carica di acido carbonico, filtrando attraverso lo strato di humus, passa a circolare fra questo e le irregolarità della roccia calcarea, dopo aver sciolto molti acidi organici. Dove trova una depressione ristagna, inzuppando ancora il terriccio vegetale. L'azione solvente scioglie il calcare e se trova qualche fessura per essa s'infiltra nella roccia, ingrandendone il meato. Naturalmente l'acqua ivi accorre dov'è più facile lo smaltimento e quindi una certa selezione naturale di quei luoghi dove più frequenti sono le fessure. Il calcare sciolto dall'acqua non è cosi poco quanto si può credere pensando al solo acido carbonico, perchè gli acidi organici che accompagnano l'acqua ne aumentano di molto il potere solvente. Naturalmente l'azione dell' ingrandimento è cosi regolata da dare le cavità di forma conica, come le abbiamo descritte. Se lo strato di humus è sottile e permette l'evaporazione dell'acqua che ha disciolto il calcare, allora si formano quegli arnioni che ho raccolto in abbondanza in queste condizioni di cose. Se lo strato gode di un certo spessore tiene celata la cavità sino a quando la mancanza di sostegno l'obbliga ad obbedire alla gravità, precipitando nell' imbuto già fatto. Allora la meccanica dell'acqua ingigantisce, ed oltre all'allargamento non molto regolare dell'imbuto, può produrre o l'ingrandimento delle vie di smaltimento delle acque o, con i detriti che adduce nella cavità, ostruirle. In quest'ultimo caso non funziona più il divoraccio e col tempo viene riempito. Tale fatto è dimostrato da ciò che osserviamo in piccolo sopra le roccie brune quando sopra una fessura si ferma un pochino di  terra  che può  alimentare  una

(1) Interessantissimo è, a questo riguardo, il lavoro del Martel E. A. (Les abimes. Paris, 1894); che può considerarsi come l'opera di speleologia finora più completa.

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magra vegetazione di Muschi, noi ben presto sotto troviamo delle cavità a superficie concava, che riescono istruttive specialmente quando le troviamo nella roccia compatta. Di tali esempi ne possiamo scorgere molti sopra le montagne concaree: quivi, per la ragione esposta, è facile trovare piccoli arnioni, mammellonari, aragonitici. Ben più difficile è il portare una spiegazione certa e specialmente acconcia per tutti gli altri pozzi o catini. Tutte le cavità sono il risultato delle stesse cause, cioè l'azione solvente dell'acqua, la forza meccanica di questa e  le condizioni di struttura della roccia calcarea  queste però possono agire in rapporti quantitativi diversi ed in ordine cronologico svariato, favorite dalla fessurazione. Solo in pochi casi si deve ammettere la caduta della volta superiore, mentre la regolarità delle superfici si deve attribuire all'azione meteorica . Tuttavia per il pozzo di Cerreto ammetto la caduta di parte della volta ; mentre gli altri che hanno subito troppo profondamente l’azione meteorica hanno perduto gl' indizi che ce ne potevano svelare la genesi. Le cavità infine di Sambuci si debbono riportare alle forze orogenetiche, che hanno rotto la compagine degli strati, intercalando fra questi larghi spazi di poco spessore, che per aperture, avvenute per crollamento, sono messi in comunicazione coll'esterno. È naturale che ,da queste aperture, specialmente se ristrette, passi costantemente un venticello causato dalla diversa temperatura dell'ambiente esterno coll' interno: ciò che suscita le più strane fantasticherie nel contado. Ultimamente il Cacciamali: ( Cariedeghe, alto piano carsico sopra Serle Boll. Club Alp. Brescia), descrive un fenomeno consimile. Allo spostamento degli strati si devono i locali e strani terremoti che agitano continuamente quella ristretta zona. Come alla stessa causa dobbiamo la grotta di Jacucera, presso Canterano, di cui abbiamo di già parlato. I frequentissimi fenomeni carsici rendono la nostra regione una delle più caratteristiche per il paesaggio carsico. Anche qui si presenta tipicamente nelle roccie cretacee e sporadicamente in quelle eoceniche. Seguendo il Marinelli O. (op. cit. pag. 64) la nostra regione rispetto ai fenomeni carsici si troverebbe nello stato di vecchiezza; cioè  non esistono né corsi d'acqua né laghi alla superficie, cioè tutte le cavità sono asciutte, i sistemi interni molto profondi e sviluppati danno luogo a pochissime e grandi sorgenti, quasi sempre multiple. (l) Non v' ha nulla d'importante riguardo alle caverne,perchè nessuna o per ampiezza

(1) Secondo la relazione citata del Pellati (pag. 14 [202], il Viola si sta presentemente occupando di simili fenomeni nella nostra zona in studio.

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o per altre ragioni è degna di nota. Le mie ricerche per trovare fossili nelle caverne che ho incontrato nelle escursioni sono tutte riuscite a vuoto, Nullameno tale tema merita di essere attentamente , studiato. Ben più arduo ed intricato è il tema della idrografia sotterranea della nostra regione. Solamente lo Zoppi, (loc. cit.), con molti dati, cercò di affrontare la soluzione, rischiarando di molto la complessa questione. Disgraziatamente lo studio non aveva per base un concetto troppo chiaro della tettonica, che rappresenta il dato più importante per lo scioglimento del problema. Ciò si può facilmente constatare dai diversi riferimenti cronologici, i quali dimostrano sottostanti roccie che si credevano sovrastanti in tal modo la spiegazione viene a mancare del più necessario sostegno, a ciò aggiungasi ben poco noi sappiamo sulla permeabilità delle roccie e specialmente di quelle calcaree, Queste si ritengono in genere come permeabili, mentre che la cosa non corre proprio sempre in questo modo. Il Taramelli ed il Varisco: (Delle condizioni orografiche, geologiche ed idrauliche del bacino del fiume Brembo, Bergamo, 1883, pag, 37), reputano poco esatta l' idea della permeabilità che ritiensi indefinita all' imbasso delle roccie calcaree e dolomitiche, le quali invero nella parte superficiale delle masse montuose sono appunto le più permeabili, e quindi le più povere di visibile idrografia. Riguardo alle sorgenti credo di ricordare, molto opportunamente, uno studio del Cortese per la grande analogia che lega il nostro bacino a quello da lui osservato (Le acque sorgive nelle alte vallate del fiume Sele, Calore e Sabato. Boll. R. Com. geol., vol. XXI, pag. 229. Roma, 1890). Anche la nostra regione si trova nelle migliori condizioni per inzupparsi di acqua. Infatti, essa è esclusivamente, meno che le arenarie mioceniche, calcarea e nella parte più antica, calcareo - dolomitica, Le dolomiti sono frammentarie e quindi molto acquivore, i monti poi sono molto elevati e ricoperti discretamente di boschi, quantunque di questi se ne; sia fatto scempio. Un' altra condizione favorevole è l' esistenza degli altipiani, circondati di monti. Non parlo della quantità media dell'acqua di pioggia, né della proporzione di area boscosa, né delle diverse elevazioni; perchè i primi due valori si possono raccogliere dal lavoro dello Zoppi, e l'ultimo si rileva facilmente dalle carte topografiche militari. Le copiose sorgenti si possono dividere, col Cortese, in quelle di montagna, di valle e di falda: ma non conviene dimenticare che le classificazioni sono empiriche e non rispondenti esattamente a tutti i casi.

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Quindi è che la stessa sorgente può appartenere a nessuno dei tre tipi. Che non sia ancora conosciuta la genesi delle nostre sorgenti è dimostrato dal fatto che il Taramelli ed il Varisco ritengono che la sorgente dell' Acqua Marcia appartenga ad un tipo: mentre lo Zoppi l' ascrive ad un altro ben diverso. I primi infatti (op. cit., pag 39) credono che la sorgente appartenga alla categoria di quelle  che sgorgano da suolo assolutamente calcare senza sottosuolo impermeabile, nemmeno a qualche centinaio di metri al disotto. L' altro invece la riporta, come si apprende, dal citato lavoro, alla terza categoria degli stessi Taramelli e Varisco, cioè a quelle che c sorgono da un terreno calcare, dolomitico, arenaceo, od altrimenti permeabile, presso al contatto di una formazione impermeabile, la quale ad esso terreno è appoggiata di sopra od ai lati. Se, a causa delle ragioni citate, non credo ben chiarita la genesi dell' Acqua Marcia e sorgenti vicine, molto diversa da quella creduta, ritengo che sia quella delle sorgenti a monte di Subiaco. Infatti, le sorgenti tanto quelle di M. Sterparo, dell'Inferniglio, del Simbrivio, come quelle di Filettino e quelle del Pertuso, scaturiscono tutte da una dolomite e non già dalle roccie eoceniche. La dolomite per essere frammentaria si può considerare come una spugna, mentre il calcare sovrastante è certamente meno permeabile. Laonde là dove la superficie piezometrica o dei calcoli viene ad essere lambita da quella del suolo, noi abbiamo le sorgenti. Naturalmente le diverse sorgenti di Filettino si debbono spiegare specialmente tenendo il dovuto conto della stratificazione, che ivi è quasi verticale e quindi capace di potere individualizzare le correnti a causa della maggiore facilità di corso. Esse apparterrebbero alla categoria delle sorgenti di montagna (Cortese), mentre quella del Pertuso si può ascrivere fra quelle di valle. Le sorgenti poi dell' Acqua Marcia e vicine spetterebbero alla categoria delle sorgenti di falda o sfioramento. S' intende che la stratificazione e la probabilità di qualche meato o caverna principale influisce molto al luogo di uscita di una sorgente. Ciò ci fa ricredere non completamente impossibile la spiegazione addotta dallo Zoppi, al lavoro del quale rimando chi volesse avere ulteriori schiarimenti. Prima di lasciare tale argomento ricordo la sorgente ferruginosa presso la Spiaggia, sotto Cineto Romano, e quelle solfuree fra Marano Equo ed Anticoli Corrado. Degna di nota è una fontana che spiccia presso Cerreto Laziale, la quale ha un regime variabile con le piogge: ciò che indica un corso d'acqua non molto profondo. La portata diminuisce molto sensibilmente dopo una buona pioggia per tornare allo stato normale dopo parecchi giorni.

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Sarebbe il caso di pensare ad un sifone che scaricasse altrove l'acqua più abbondante per pioggia: ma pur troppo non credo che in natura si trovino di tali fonti, per la difficoltà che nelle viscere della terra si possa ammettere un sifone rispondente a tutte le condizioni volute dalla fisica. Il fatto lo attribuisco alla possibilità di un corso sotterraneo più rubesto, che possa tenere una via diversa da quella che segue quando e alla portata normale.

 

XII. PALETNOLOGIA.
 

L' uomo preistorico ha lasciato molte tracce di se nella valle dell' Aniene, ma sfortunatamente il nostro studio può riguardare solamente pochi avanzi, dacchè gli oggetti litici, essendo di piromaca, furono adoperati per cavarne fuoco con l' acciaio. Nella pregiata collezione dei Ceselli sono tenuti celati fra gli altri tesori scientifici, anche molte armi preistoriche della nostra regione. Infatti moltissimi, cui nelle mie escursioni diressi la domanda se avevano trovati simili oggetti, mi risposero di averne mandati al Ceselli, che ne aveva raccolto una larga messe. Anche nel nostro bacino le ascie e le punte di frecce prendono il nome di fulmini, saette, pietre di tuono, pietra fulmine, ecc. e si ritiene dal volgo, che siano veramente i fulmini scagliati dal cielo punitore. Dalle notizie che potei raccogliere posso affermare che le punte di freccia dovevano essere con peduncolo ed alette e ben confezionate le ascie in minor numero e tutte levigate. Un tale mi affermò di avere egli trovato una grossa freccia, che dal modello che gli feci eseguire in legno, potei comprendere essere una punta di lancia. Dopo molte ricerche potei finalmente venire in possesso di cinque ascie e di una punta di freccia. Le prime cinque provengono dal territorio di Canterano, Subiaco e Percile e l'ultima da quello d' Affile. Tutte poi furono certamente raccolte nel terreno, vegetale e quindi nulla possiamo dire intorno allo strato che conteneva gli avanzi dell’ uomo.

1. Ascia levigata, di cloromelanite, di colore verde oscuro, a facies tutte le altre a tipo triangolare, tende alla facies scalena, forse perché si usavano piuttosto in un senso che in tutti e due ugualmente. Infatti il lato più corto ci offre un taglio meno aguzzo. (Tav. fig. I). , Proviene dal territorio di Subiaco, vicino a S. Vito:


Massima lunghezza.    mm. 50
Massima larghezza.    mm. 29
Massimo spessore.     mm. 11

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2. La seconda è pure di cloromelanite, verde-oscura, dal colore del serpentino, del tipo della precedente, cioè linguiforme, ma di molto più corta; con i lati meglio arrotondati e di maggiore spessore, Il taglio è abbastanza arcuato. Anch' essa tende alla facies scalena (Tav. fig. 2). Provenienza, territorio di Canterano, località Capo la Valle:



Massima lunghezza.    mm. 39
Massima larghezza.    mm. 34
Massimo spessore.     mm. 10


3. Splendida ed interessante è l'ascia che ebbi la ventura di trovare in quel di Canterano, contrada Cotoccia, nel terreno vegetale, Essa pare di gabbro o di roccia analoga, di una rilevante durezza. Sopra un fondo verde non molto oscuro, spiccano chiazze giallo - chiare, nonché macchie oscure. È di facies isoscele con la solita tendenza scalena. Ciò che rende l' ascia diversa dalle altre è l'accurata confezione, Essa è di spessore molto piccolo ed i lati sono non rotondi, ma pianeggianti e facienti con le facce maggiori uno spigolo abbastanza netto. Per questo singolare particolare differisce da tutte le altre che si ammirano generalmente nei diversi musei (Tav, fig. 3).
 


Massima lunghezza.    mm. 45
Massima larghezza.    mm. 38
Massimo spessore.     mm.  8

 
4. Punta di freccia di piromaca, di colore giallo - miele, trasparente, a peduncolo sottile e ad alette molto ben chiare e direi uncinate. Essa ha una grande somiglianza col tipo di Santa" Giustina figurato e descritto dall'Issel (Liguria geol. e preist., Genova, 1892 pag. 102, tav. XXVI, fig. 4). La punta è slanciata offrendoci agli spigoli un angolo molto acuto, cioè di 40. Il peduncolo è sottile: delle alette una è mancante di punta. Accuratissimi sono i ritocchi. Fu trovata nel territorio di Affile (tav. fig. 4, 5).
 

Massima lunghezza.    mm. 39
Massima larghezza.    mm. 16
Massimo spessore.     mm.  5

 
5/6. Il sig. L. Jori mi ha donato due ascie, costituite da roccia verde scura, probabilmente di cloromelanite. Una, piccola, quasi intera, tipo linguiforme, con facies scalena. Essa presenta una faccia ulteriormente levigata, forse per renderle nuovamnente il taglio perduto. La seconda è di proporzioni maggiori, ma spezzata e profondamente corrosa sulla superficie esterna.

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Furono raccolte nel territorio di Percile, nella valle di Licenza. Oltre agli avanzi citati è necessario che ricordi le celebri tombe di Mandela di cui si occuparono il De Rossi (1) ed il Ponzi (2). Intorno a quella suppellettile ora si hanno idee alquanto diverse da quelle dei citati autori, come si può ricavare dalla numerosa bibliografia. Lo Zampi (3) giudica le tombe di Mandela coetanee di quelle di Fontanella di Casalromano (Mantova), di Remedello, Sgurgola, Montone, ed Arene Candide, ascrivendo tutto il complesso all' epoca eneolitica. Dello stesso parere è t il Castelfranco (4) ed il Colini (5). Anche lo studio cronologico riporta a quest' epoca, quantunque il De Quatrefages ed Hamy riconoscessero negli scheletri il tipo etnico di Cro - Magnon (6). Interessante è il ripostiglio trovato in Canterano, a Monte S. Croce, presso la Morraitana. Ivi si rinvennero sette grandi ascie di bronzo, che ora si conservano nel Museo paleontologico di Roma. Esse furono trovate insieme ad altre che andarono smarrite. La forma è molto caratteristica e si può ridurre ai due tipi che ho potuto rappresentare (vedi tav. c fig. 6, 7), mercè la gentilezza del prof. Pigorini che ringrazio. Le coste ad alette portano esteriormente tre piani longitudinali ben determinati. Esse somigliano a quelle che i Villa (7) trovarono nella torba di Bosisio e che il Biondelli riferì ai tempi del secolo dell'Impero Romano. Le nostre però, essendo di un lavoro più rozzo, sono certamente di , epoca anteriore. Presento infine (tav. fig. 8) le ossa frontali di un cervo, con le corna evidentemente tagliate dall'uomo. Questi avanzi furono da me, trovati entro il travertino che s' incontra lungo il fosso, che scorre sotto Sambuci. Anche altre ossa di cervo furono rinvenute sotto Jenne

(1) DE Rossi M. S. e Ponzi G.: Rapporto sugli studi e scoperte paleontologiche nel bacino della campangna romana. Roma, 1867.

(2) PONZI G.: Sulle tombe preistoriche rinvenute presso Cantalupo Mandela. Accad. Pont. Lincei. Roma 1867. Dell’ Aniene e dei suoi relitti. Acc. Nuovi Lincei Roma, 1862.

(3) ZAMPI R.: Gli scheletri di Remedello e di Fontanella di Casalromano nella provincia di Brescia e Mantova, 1890.

(4) CASTELFRANCO: Tre sepolture di Fontanella di CalsalromanO Boll. di Paleontologia ital., vol. XIX, Parma 1893, pag. 18.

(5) COLINI: Scoperte paletnologiche nelle caverne dei Balzi Rossi. Boll. palet. Ital., Parma, 1893. ,

(6) DE QUATREFAGES, HAMY: Crania etnyca, pag. 62-63. ,

(7) VILLA A. e G.: Armi antiche trovate nella torba di Bosisio Glor; Fotografo N. 31, 1856.

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entro il travertino, come si ebbe occasione ricordare a pag. 52 [240]. Presso l'orrido e bel monastero della Mentorella rinvengonsi molte corna di cervi, che probabilmente vi vissero in epoca storica, dando luogo alla leggenda di S. Eustacchio. Le ascie litiche e la punta di freccia indicano indubbiamente l'epoca neolitica, cioè il periodo della pietra levigata. È il periodo, Robenhansiano (De Mortillet). Le tombe di Mandela rappresentano il periodo eneolitico. Finalmente le ascie di bronzo, tagliando il nodo della questione sulla presenza dell'epoca del bronzo nelle nostre contrade, ad dimostrano che tale periodo dobbiamo pure annoverarlo. L' uomo adunque certamente si trovava nella valle dell' Aniene nel periodo neolitico cioè nell' era recente e sul finire del Quaternario. Laonde solo in parte sono giuste le seguenti parole del Ponzi: “Quando della valle dell' Aniene i torrenti alluvionali trasportavano i detriti dei monti circostanti e ne accumulavano enormi banchi nel fondo de loro grandi alvei, l' uomo primitivo, quell' uomo dolicocefalo, il cui tipo vediamo nei crani della più bassa cripta di Cantalupo - Mandela, fu testimonio di quelle subitanee e tempestive inondazioni che spogliando il dosso dei monti ne riunivano i detriti nel fondo della valle”.

{Rapporto sugli studi e scoperte paleontologiche, pag. 72).

 

XIII. GEOLOGIA APPLICATA.
 

Parecchi si occuparono dei materiali della nostra valle dal punto di vista delle applicazioni. Ricordo il Brocchi, il Caseli, il Ponzi, il De Marchi, il Clerici, ecc. Vario è il materiale da costruzione; a Subiaco si adopera largamente il travertino e il conglomerato compatto; nei paesi circostanti il calcare di diverse epoche: dove il calcare è lontano si costruisce con l' arenaria miocenica. Dai calcari si ottengono delle ottime calci da malta ; esse si uniscono generalmente con le sabbie dei corsi, d’Acqua, coll' arenaria ridotta a sabbia o dagli agenti meteorici o col pressojo, colle brecciole che si trovano fra i calcari specialmente eocenici e, dove si può, si confezionano con i materiali vulcanici più o meno puri. La parte ornamentale degli edifici è fatta generalmente Subiaco con la celebre pietra di Subiaco, che si cava dal Monte Affilano, e che è in opera nella stessa Roma. Il Clerici (op. cit.) studiato tutti i requisiti di tale materiale. La pietra è priva di bucherellature : è di colore brunastro,latteo.

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Composizione chimica (Clerici) :

 

Materie insolubili in acido cloridrico 0.018
Silice solubile  0.010
Anidride carbonica   43.546
Anidride solforica                         0.026
Allumina e ossido di ferro                  0.099
Ossido di calcio                          35.948
Ossido di magnesio                         0.222
Sostanze non dosate e perdite     

        1.131

Calcare seccato a 100 C°                

100.000


È quindi un calcare puro. Peso specifico, 2,658. Peso della unità di volume, 2,583. Potere igrometrico, 0,210 %. Facoltà d'imbibizione 1,139 %. Gelività, 5,003 %. In 10 mesi, in una soluzione satura di Cloruro di Sodio, di Magnesio e di Solfato di Magnesio, non ha mostrato alterazione. L' adesione al gesso per ogni centimetro quadrato kg 60 al cemento kg. 2,632. Resistenza allo schiacciamento kg. 550 a cm2.È una pietra atta alla lavorazione e le condizioni della cava sono buone. Ma dallo stesso monte si possono estrarre anche altri preziosi materiali, come il calcare localmente denominato Palombino. È un calcare più compatto del primo ed acquista un migliore pulimento  ma è di un colore più oscuro. Sfortunatamente non si riscontra in grossi blocchi. Anche l’Africano (localmente) è suscettibile a pulimento, dandoci una bella colorazione che ricorda il classico marmo. È una breccia poligenica, a tinte svariate, le quali tutte però tendono al grigio oscuro. Se ne rinvengono dei grossi blocchi. Ivi ancora troviamo un'arenaria, tenacissima, compatta, a sfaldatura concoide che viene chiamata Silice chiara, od oscura secondo il colore. Il nome lo deve alla difficoltà di lavorazione il celebre marmo occhio di pavone, di cui parla anche il Murchison, si trova nel Monte Affilano e per ogni dove predomina la facies calcarea del Cretaceo. Il nome lo deve alle sezioni di Sferuliti. Tanti ottimi materiali rendono il Monte Affilano pregevolissimo. Deplorasi la mancanza di trasporti che proibiscono l'esercizio della cava, la quale potrebbe dare tesori e lavoro a tanti disgraziati tapini, che non lungi da Roma, vivono una vita da bruti, per la miseria in cui languiscono.  Nel cimitero della città si possono ammirare in opera  tutti  i  materiali  citati. Seguendo l' ing. De Marchi (I prodotti della

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provincia di Roma,1882) enumeriamo gli altri prodotti minerari, desumendo le notizie dalle concessioni governative e dalle informazioni raccolte sul luogo.

Asfalto.
Si trova con molta frequenza nei Monti Simbruini ed Ernici. Presso Filettino vi è un giacimento abbastanza ricco. Il proprietario Missori Giuseppe non tiene aperta la cava a causa della concorrenza degli asfalti artificiali e dei gravi trasporti. La roccia, dopo una selezione, veniva triturata e riscaldata, cui poi si univa un buon terzo di bitume. In tutti gli strati di quella regione si trovano compenetrazioni di asfalto. Ne rinvenni anche presso Vallepietra e sotto il paese di Jenne e sopra l' abitato. Si è parlato molto intorno all' origine di tale materiale. Molte utili informazioni si possono desumere dal lavoro di Leon Malo (Note sul Asphalte, son origine, sa preparation, ses applicatzion, Paris, 1863) Dell' asfalto delle località vicine si occuparono il Cacciamali, il Viola, il Ponzi, il Carpi, il Tenore, lo Jatterle, ecc.

Lignite
. Cesare Tornassi ebbe il 26 agosto 1875 la concessione di trovare la lignite nella località Cappuccini, presso Subiaco. Quantunque non cominciasse le ricerche, pure possiamo essere certi che non avrebbero sortito a nulla di buono. Infatti si trovano solamente piccole lenti di lignite in moltissime località, sempre dentro le arenarie mioceniche. Dove sono più frequenti e dove si è tentata l' estrazione, non diedero mai buoni risultati, come al Ponte Lucidi, nei territori di Gerano, Cerreto Laziale, Canterano, Rocca Canterano, ecc. I caratteri della lignite sono già stati esposti parlando del Miocene.

Ferro
. Nella montagna di Subiaco, nel territorio di Jenne e presso Filettino dicono che si siano trovate masse di minerale di ferro certo però non industrialmente utilizzabili. Parecchi ne ebbero la concessione governativa; ma i lavori non furono mai cominciati.

Manganese
. Il 27 maggio 1856 fu data concessione a Cesare Tornassi di ricercare il perossido di Manganese nel distretto di Subiaco : ma non si sa se ne abbia trovato traccia. Già dissi come presso il Pertuso d' Affile trovai un piccolo frammento erratico, che probabilmente proviene da quegli strati eocenici. Un' analisi quantitativa sommaria mi ha dato: Mn = 1,62 sopra cento parti. Ciò ho ottenuto sciogliendo il minerale con l'acido cloridrico puro, a caldo. Sulla soluzione ho agito con l' idrogeno solforato per ottenere il precipitato, da cui con il carbonato di Potassio ho potuto aver l' ossido idrato di Mn. che da bianco, all' aria, diviene subito rosso. Fra i prodotti di cava si possono considerare i marmi, gli alabastri, e poi in ordine d' importanza i travertini, i tufi litoidi, le pietre da calce, le pozzolane, le argille indurite e comuni, le arene e le ocre.

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Delle pietre marmolee già ne ho ricordato parecchie, ora basta che accenni al rosso, al giallastro dendritico o pietra erborina ed alla breccia tigrata.

Alabastro.
Il potere solvente dell' acqua distrugge i calcari per precipitarne o nell'interno delle caverne o dove l' acqua ristagna. Si forma cosi l' alabastro che talune volte permette, per la sua abbondanza, l' estrazione, come al campo di Livata (Subiaco) ed a Filettino.  La balaustra della Chiesa maggiore del paese è formata di alabastro, come la fonte della sorgente dell' Aniene.

Travertino
. Tanto a S. Cosimato (Mandela), come presso Subiaco ed in tutte le altre località dove esso si trova, viene scavato per scopo edilizio. La varietà spugnosa (Cardellino loc.) è ricercata per la costruzione dei muri che non debbono essere pesanti. Parecchie opere d' arte moderna ed antica sono fatte con quella da taglio. Bellissimo  il ponte di s. Francesco, presso Subiaco.

Tufo litoide
. Tale materiale fa bella mostra di se nei pilastri del cancello del Cimitero di Jenne e nelle cornici di vari portoni dello stesso paese. A Vicovaro e nella valle Empiglione si scava pure a scopo edilizio, come il peperino nel Lazio ed il turo breccioide a Roma.

Pozzolane
. I giacimenti di pozzolana vengono sfruttati per la confezione delle malte, specialmente idrauliche. Presso Ponte d' Arci, a Vicovaro, a Cerreto Laziale e ad Affile, viene sempre estratta ad aria aperta. Ad Affile, però, gl'infelici operai sono obbligati a caricarsela sul capo dalla profondità di un pozzo di circa m. 3°, con le pareti a perpendicolo, senza tutte le dovute garanzie di sicurezza. Le qualità sono identiche a quelle delle vicinanze di Roma, già tanto note sotto questo punto di vista un turo di Pozzolana Acquaone (territorio di Rocca S. Stefano) viene  estratto e battuto per unirlo alla calce.

Arenarie
. L'arenaria per essere refrattaria al fuoco si adopera per la costruzione dei forni, camini, ecc. ; dove manca il calcare è impiegata alla fabbricazione; delle case dei poveri costituisce un antigienico pavimento. Le vie del paese del bacino miocenico sono lastricate di ciottoli di questa roccia. Presso S. Vito e Pisoniano si lavora per ottenerne gradini, soglie e davanzali per finestre. A Rojate è cosi compatta da servire come pietra da taglio e come pietra d'affilare. Affile è costruito sull'arenaria; molte case hanno il pavimento incassato nella roccia ed umido oltre ogni dire. Probabilmente il caratteristico male del rammollimento. delle ossa (osteomalacia), che infierisce in questo paese, si deve attribuire, in gran parte, a questa condizione geologica. Sabbie ed arene.  Si  trovano specialmente lungo l'alluvio dei principali corsi

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d'acqua e nei coni di dejezione. Sono così ricche di cristalli di augite e di parti silicee, che servono abbastanza, con buon risultato, nella confezione delle malte.

Calcari da calce
. Quasi tutti i calcari sono adatti a dare buone calci, che sono ottenute con metodi affatto primitivi.

Argille.
Queste non scarseggiano negli strati più profondi delle arenarie mioceniche; esse, quantunque non siano di facile digerimento all'acqua, costituiscono un buon materiale per la costruzione dei laterizi. Quasi ,ogni paese ha le sue fornaci e l'argilla che le alimenta è litologicamente e cronologicamente sempre la stessa, A monte ed a valle di Trevi si hanno le prime fornaci; Sotto Affile, nella località denominata Bagni, ve ne sono ben sette, Nel sobborgo di S. Martino, quasi dentro la città di Subiaco, ve ne sono due; una nel territorio di Pisoniano, tre in quello di Canterano, ecc. L 'arte dei laterizi è poco sviluppata; solo in questi ultimi anni ha acquistato un certo incremento a Subiaco ed a Canterano.

Oltre a questa argilla, ne troviamo un 'altra che trovasi specialmente presso Subiaco e che viene sfruttata per l'arte figulinaria, massime per le terre cotte da cucina. Essa è l'argilla rossa, ricca di materiali vulcanici, ottenuta come tutte le altre terre rosse della regio1le, specialmente dallo sfacelo dei calcari. Se ne trovano saccocce abbastanza rilevanti. Anche gli antichi dovevano usare tale materiale, avendolo veduto largamente usato nelle grosse tegole del cimitero romano, scoperto nella vigna Scarpellini (Subiaco).

Cemento
. Le argille marnose, indurite, schistose sono il materiale che, opportunamente trattato, dà ottimi cementi idraulici. Presso Subiaco è sorto uno stabilimento mosso dalle acque dell' Aniene, che ne produrrebbe una grande quantità. Ma la crisi edilizia ha obbligato a chiudere le porte. Certamente il guadagno non poteva essere molto lauto a causa dei costosi trasporti del materiale, del cemento e del carbone. Tali spese si sarebbero potute risparmiare, trovandosi la materia prima in parecchi punti vicino la linea ferroviaria e vicino all' Aniene.

Terre a colori
. In Subiaco v' ha l'unica fabbrica di terre a colori della provincia, che prende la materia prima del proprio territorio. Le fabbriche di Roma sfruttano il materiale proveniente dalla Toscana. Le ocre naturali si estraggono specialmente nel territorio di Subiaco, di Jenne, nelle contrade chiamate: La Bandita, Colle Barili, La Serra, Lo Sterillo, M. Calvo, ecc., ecc, Esse vengono macinate, e quando  necessario si calcinano. Si ottiene quindi l'ocra gialla e rossa. Nello stesso opificio dai calcari bianchi si forma la terra bianca  mentre il nero  lo  si  ha  con  il  trattamento del residuo delle

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si ha con il trattamento del residuo delle carbonaie, con le diverse miscele si formano i colori di bianco - santo, giallo – chiaro, giallo – oscuro, rosso -chiaro, rosso - oscuro, nero di feccia, ecc. Anche questa industria soffre moltissimo a causa dei trasporti, ed ora vive quasi esclusivamente per la tenue vendita che si fa sul luogo e per sopperire ai bisogni della locale cartiera. Di tutti i citati materiali ne ho fatto una completa collezione che trovasi nel Museo geologico della Università di Roma. Una discreta raccolta si può vedere nel Museo industriale del Comitato geologico. Finalmente una bella serie di campioni è stata opportunamente collocata nella sala comunale del Municipio di Subiaco. Le terre vegetali nascono dallo sfacelo delle roccie sottostanti: esse si possono dividere in parecchi gruppi. Terre arenacee e ghiaiose dell'alluvio del fiume e dei principali torrenti: sono molto leggiere e permeabilissime, quindi fanno spesso soffrire le piante per siccità. Le terre che derivano dalla disgregazione delle arenarie sono piuttosto buone, se non si trovano con forti pendenze, come è nel caso più frequente, perchè allora sono sottili, facilmente trasportabili dalle acque, specialmente dopo le lavorazioni: ciò che lascia le radici allo scoperto. Anche queste terre soffrono per siccità. L' humus, invece, originato dallo sfacelo dei calcari, composto da un'argilla rossa che indurisce fortemente ed è impermeabile all'acqua; è di mediocre qualità. Con apposite concimazioni artificiali si potrebbero correggere i difetti dell' humus naturale; ma di ciò non si ha la più lontana idea, anzi si fa mal governo dello stesso concime animale. La vegetazione scarseggia sulle roccie calcaree che costituiscono le maggiori prominenze; sugli altipiani, e là dove v' ha un poco di terra, vivono le solite piante montane, come: querce, faggi, carpini, elci, ecc. ; mentre nei boschi sull'arenaria, che forma le colline, predomina il cerro ed il castagno. Sui declivi tanto dei monti calcarei che dell'arenaria, sino ad una certa altitudine, si coltivano gli olivi, mentre nel basso vi prospera la vigna. Il grano ed il granoturco sono i principali cereali: il primo si semina specialmente sui greti calcarei montani mentre al mais è riserbata la pianura delle valli. Si è molto lontani dal conoscere la flora delle nostre pittoresche contrade: pure possiamo accontentarci del largo contributo che ha dato il Pirotta alla conoscenza della nostra vegetazione (E. Abbate: Guida della provincia di Roma. Pirotta;  flora della provincia  di Roma,

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cap. V, pag. 215 e segg). Degna di nota è la presenza del bosco; che ricopre tutto il versante del monte che sovrasta le sorgenti dell' Acqua Marcia. Tale notizia riesce utile al geologo che non si sa spiegare la larga abbondanza di residui fossili di tale pianta in molti tufi vulcanici della campagna romana presa in senso largo. Gode più interesse per la dinamica terrestre e quindi per la geologia il regime delle piene in rapporto con i boschi del bacino imbrifero dell'Aniene. Lascio però tale questione, perchè già ampiamente trattata dallo Zoppi, con l'appoggio di molti dati (op. cit., pag. 4 e segg). In tal modo egli ha potuto constatare la somma influenza dei boschi in rapporto del regime del fiume, in confronto alle leggi stabilite dal Belgrand (La Seint. Regime de la pluie Paris, 1873). Chiudo il presente capitolo ricordando un lavoro del Viola intorno alla coltura agraria e silvana dei monti della provincia romana (1).

 

XIV. CONCLUSIONE.


Presso Filettino s' hanno strati dolomitici, con argilloscisti interstratificati, che probabilmente racchiudono faune più antiche del Cretaceo, che sopra discordantemente vi riposa. Riuscirà di grandissima importanza il riferimento cronologico degli strati fossiliferi di Filettino, dacchè sincroni a questi ve ne hanno in moltissime località del nostro Appennino, la cui troppo oscura geologia riceverà, per tale scoperta, nuova luce. Il Cretaceo nella nostra valle non si può dividere. Probabilmente è rappresentata la parte inferiore del Senoniano, cioè il Comancien dei Francesi. Il calcare poi, che ha dato i fossili più abbondentemente al M. Affilano, per la presenza del Plagioptychus Aguilloni, Cl fa pensare ad un altro piano dello stesso Senoniano. Senza fondamento, adunque, si deve ritenere il riferimento  fino ad ora fatto al Turoniano. L' Eocene inferiore è rappresentato da due facies di calcari cristallini, bianchi, con molte impronte di Pecten. Seguono cronologicamente gli strati del Bartoniano, dimostrati tali dalla fauna che racchiudono. Con moltissima probabilità si deve ritenere la presenza del Parisiano, dimostrata nello spartiacque del bacino imbrifero dell'Aniene.

(1) VIOLA C.: Sulle condizioni geologiche dei monti della provincia romana in rapporto con la cultura, agraria e silvana. Estr. Eco dei campi e dei boschi. Ann. IV, 1897.

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Molte roccie che venivano attribuite al Cretaceo si debbono riportare al presente sistema; mentre altre che vi si riferivano, come presso Filettino, debbono entrare a far parte del Cretaceo o di altra formazione. Il Miocene ha dato il maggior numero di fossili caratteristici, da cui, senza tema di errare, si può dedurre non solo la sua presenza, che non era conosciuta, ma anche il valore cronologico degli strati. Tutti i materiali che sono stati ascritti a questo sistema appartengono al secondo piano del Mediterraneo (Suess). Essi sono di parecchie zone batimetriche, come si può rilevare dal materiale sedimentario e dalle faune; sono rappresentate le facies langhiana, elveziana e tortoniana, in ordine diverso da quello citate. Lo studio dei fossili ha rivelato strettissimi legami con faune completamente conosciute di località italiane e straniere, Tali confronti sono riusciti utilissimi per l'apprezzamento cronologico delle faune. Certamente mioceniche sono le argille di Mandela e di Subiaco, già riferite al Pliocene. È la formazione che si conosce meglio nella nostra regione, quantunque il Viola non ne abbia ancora constatata la presenza. Il Pliocene marino, adunque, manca assolutamente, Ciò porge un documento utilissimo per l'orogenisi della regione. Al Postpliocene però dobbiamo riportare i conglomerati di Mandela e di Subiaco; questi ultimi contengono una interessante fauna di mammiferi Elephas (antiquus) Falc; Rhinoceros (Coelodonta), Merckii, Kaup. et Jog.; Bos taurus primogenius, Bos., Cervus (Dama) euryceros, Aldrov. Degno di menzione è il nuovo lembo di turo vulcanico, litoide breccioide, trovato sotto Jenne, il quale, con le pozzolane di Cerreto Laziale, di Affile, ecc., e con gli altri tufi litoidi già conosciuti, permette dei sicuri confronti con i materiali vulcanici della, campagna romana, già tanto ben noti. Non meno interessante è il tufo litoide di Pozzolana Acquaone (territorio di Rocca S. Stefano) che ha dato il massimo azimut di deviazione magnetica, finora conosciuto, nell' esplorazione di simili roccie. Nel quaternario devono essere riferiti i tufi terrosi e granulari rimaneggiati che furono nominati. In uno di tali lembi  trovò un frammentino di Haliyna. Anche questi tufi perturbano l'ago magnetico. Gli strati del Cretaceo sono sempre inclinati ; presso Filettino, Jenne e Vallepietra s' innalzano in anticlinali, più o meno stretti, Al M. Affilano possiamo ammirare un esempio istruttivo di salto. L' Eocene è tormentatissimo e cela la stratificazione, rendendone difficilissime lo studio. Il Miocene inferiore mancai assolutamente, come il Pliocene marino ed il Miocene superiore. La nostra regione, adunque, emersa durante i primi tempi del Miocene, per un largo  spostamento  positivo , si  cacciò  sotto le onde per ricevere gli strati

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delle diverse zone batimetriche del Miocene medio, Verso la fine del Miocene e durante il Pliocene cominciò lo spostamento negativo, come lo dimostrano l'assenza dei depositi di questi periodi e le tracce orogenetiche, che portano impresse gli strati del secondo piano Mediterraneo. Lo studio dei fenomeni del Carso ha presentato una propizia occasione per svolgere una spiegazione, in parte nuova, intorno alla genesi delle topanare o divoracci di questa regione, con tipico paesaggio carsico. L'attento esame della spiegazione dello Zoppi intorno alle genesi delle sorgenti, ci ha dimostrato che non è certamente del tutto esauriente. Nuove sono le notizie intorno all'uomo preistorico, fondate sopra gli unici avanzi che posseggo e sopra quelli già conosciuti. Si può ritenere come dimostrata la presenza dell'uomo nella nostra valle nell'epoca neolitica, eneolitica e del bronzo, era già ultimato e composto questo lavoro quando sono usciti alla luce i due seguenti dell' ing. C. Viola: (Osservazioni geologiche fatte nel 1896 sui monti Simbruini in provincia di Roma, Estr. Boll, R, Comit. geol. Anno 1897, n. 1).  La struttura Carsica osservata in alcuni monti calcarei della provincia di Roma. Ibid. n. 2). Tali lavori non interessano la regione da me particolarmente presa in esame; tuttavia non posso tacere quelle osservazioni che più da vicino mi riguardano. In quanto alla prima nota non posso comprendere primieramente come si sia potuta trovare dal Viola  e non dal Di Stefano una sphaerulites fra i fossili di Filettino che sembrano più antichi del Cretaceo, come risulta da quanto già dissi nel presente scritto e da quanto dice, per mezzo del Viola, il Di Stefano che trovò (una sorprendente analogia con i fossili) della dolomia principale. Secondariamente debbo rettificare la località del rinvenimento che io feci dell'Anachytes ovata sotto Jenne e non già presso Filettino, come potrebbe rilevarsi da ciò che scrive il Viola. Riguardo poi alla seconda elaborata nota, sono costretto mio malgrado a dichiarare che non divido tutte le opinioni che il mio egregio collega vi espone.


 

SPIEGAZIONEDELLA TAVOLA.


Tutte le figure sono state riprese direttamente con,la fotografia. Sono tutte in grandezza naturale, meno le figure 6, 7, che sono metà grandezza;

Fig. 1°    Ascia litica Territorio di Subiaco località S. Vito.

Fig. 2°    Ascia litica Territorio di Canterano; località Capo la Valle.

Fig. 3°    Ascia litica Territorio di Canterano; località Cotoccia.

Fig. 4° 5° Punta di freccia di piromaca veduta dai due lati Territorio d'Affile.

Fig. 6°    Ascia di bronzo, veduta di fronte e di lato ripostiglio Canterano.

Fig. 7°    Ascia di bronzo, veduta di fronte ,di fianco Ripostiglio Canterano.

Fig. 8°    Ossa frontali e corna di cervo con evidenti tracce dell' uomo Nel travertino di Sambuci.


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