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EXPOSED
Ieri dalla vetta
di monte Autore si poteva vedere il
mare. Non solo un barlume appena
fosforico d'acqua come spesso capita
di osservare dalle nostre montagne.
No. Ieri, tra monte Artemisio e
monte Guadagnolo, era possibile
vedere un'ampia striscia di Tirreno
alta fino all'orizzonte, luccicante
alla declinante luce del sole
pomeridiano. E dentro di essa si
distinguevano nettamente lontane
imbarcazioni in movimento (detto da
un miope poi...). Aveva dunque
ragione Enrico Coleman quando
nell'aprile del 1881 raccontò di
aver visto dall'Autore il mare, di
un verde chiaro impossibile da
descrivere. Mentre riscendevo, quasi
ipnotizzato dallo spettacolo che il
profondo cielo di settembre mi aveva
riservato, tra le infiorescenze dei
cardi che sfioccavano al vento, mi
ripetevo che troppo spesso stiamo
tutto il tempo impegnati a tirare il
gruppo, ventre a terra e mento sul
manubrio, per poterci permetterci di
alzare lo sguardo a contemplare i
dintorni.
Presto sarà l'autunno di un anno
bellissimo e forse irripetibile.
(14 settembre 2003)
Tra le brume delle notti senza luna,
i boschi recitano con voce di vento
la formula alchemica che evoca
l'inverno. Così a poco a poco la
vita si ritira, nascondendosi nei
suoi segreti hibernacula celati tra
le vallette e i monti. Di giorno il
sole diagonale di ottobre concede il
giusto volume e le esatte
proporzioni al mondo e non esiste
più la foresta, ma ciascun albero si
riveste della sua propria forma
singolare e ogni cosa assume
un'evidenza inconsueta: cengie,
scoscendimenti e forre appaiono
tutti a portata di mano. Basterebbe
tendere un braccio e...
(6 ottobre 2003)
La notte lunga e spaventosa si
solleva dalle rocce, dai colli, dal
fondo dei monti. Non bastano a
rischiararla gli ultimi barlumi
delle fiammelle di Rutilio Namaziano
né, sulle are segnate dal
trascorrere di Borea, i fuochi
accesi per Lucina. Dal litorale su
cui sbarcò Enea fin oltre i confini
dei Marsi, il regno che fu di Turno
è tutto compreso in un unico
sguardo. L'occhio è l'unico
imperatore di un regno che nessuno
potrà mai possedere.
(9 novembre 2003)
Dalla cima del monte il mondo è a
portata di mano. La neve, alta e
distante, si eleva al di sopra della
quota del dolore, ma non consente
fughe; anzi rende evidenza ad ogni
minima linea nascosta nel paesaggio,
ed ogni dislivello è mostrato con
chiarezza. La porta del bosco,
disegnato a china, serra una
moltitudine di storie che nessuno
mai potrà raccontare. Eppure
riusciremo a sapere ogni cosa il
giorno in cui il treno sul quale
corriamo incontrerà il mare.
"La montagna è un Sinai perenne".
(13 marzo 2004)
Stamattina ho sorpreso alle spalle
Monte Calvo, la silenziosa
sentinella che vigila sopra Subiaco.
Non ne sono sicuro, ma quando sono
uscito dal bosco sulla piana di
campo Buffone e ho gridato "Bum!",
mi è sembrato che le spalle del
monte si siano leggermente voltate
verso di me...
Dove straniere alla terra si ergono
le cime dei monti la fantasia
possiede ruote di bicicletta,
gonfiate a nuvole, capaci di
decollare con poca rincorsa. Quando
una parete ostenta la propria ostile
verticalità è sufficiente sdraiarsi
su un fianco e guardarla come fosse
a livello d'orizzonte: allora solo
il mare diventa incombente, ma
comunque troppo lontano per
minacciarci. Leggero è il passo
ascendente di chi detiene una
prospettiva che travalica anche
l'estrema cresta protesa verso le
stelle a sbarrare il nostro doppio
cammino. La notte combina luce acqua
roccia vento aghi di pino, ma prima
dell'alba rimette ogni cosa al
proprio posto.
San Martino di Castrozza
(27 agosto 2004)
Il Gran Sasso grifagno, col volto
scuro scuro e la testa tra le
nuvole, oggi guardava da un'altra
parte mentre i cielo inondava di
luce preserale i vasti campi
Simbruini. Offeso dalla festa
colorata delle foglie secche, il
gigante non si è accorto dell'unico
essere umano che lo stava osservando
dal cielo veloce di monte Autore.
Dove la solitudine, stavolta
veramente completa, non ha maschere
credibili neppure per la pietra o i
rami spezzati. Dove ottobre adesso
non ha più promesse da mantenere.
(22 ottobre 2004)
Scende. L'occhio solenne
dell'inverno, con scia d'aereo,
scende sul fantasmino evanescente
della Maiella, sulla lama di
fioretto del Tirreno, sui canini del
Gran Sasso. Scende, anticipando il
proprio solstizio, sul fondo delle
pozzanghere di fango e sulla vana
resistenza delle ultime foglie, come
il sole che precipita in una nube
d'entropia: dai miei passi ormai
nell'ombra, ne vedo l'ultimo lampo
su una cupola di metallo. In un
punto che non so hanno acceso due
luci.
(11 dicembre 2004)
Seguendo il gomitolo dei propri
pensieri si giunge a Camposecco,
dove tra due parentesi graffe di
vento si conserva l'impronta del
pollice di Dio. Qui, se sciogli i
fiocchi delle tue paure fanciulle,
al contrasto candido del cielo, si
rivela il paese oscuro che alberga
in ognuno di noi. E' solo il barlume
di un momento, presto la sardana ti
trascinerà ancora nella sua onda
livida, ma tu avrai una fioca
fiammella da serbare per un breve
tratto del tuo cammino.
(6 febbraio 2005)
A Pierre Moerlen
Ora che l'aria chiara del tardo
pomeriggio rende la montagna
all'apparenza irraggiungibile dietro
un sipario di indefinito pulviscolo,
l'ultimo lacerto di neve non imbeve
neanche più l'erbose forre.
L'inverno ha ripiegato le proprie
tende, lise dallo sciorinare delle
pagine di un calendario. Le lune
candide di tramontana hanno avuto il
loro corso. Una stagione è chiusa
per sempre:
in essa è sepolta una porta serrata.
E' stata la stagione del
disorientamento: privi dei punti di
riferimento usuali la montagna è un
labirinto dalla cifra ignota. Anche
il gioco non basta a consolare se
presto si dimenticano i brividi
autentici regalati da un funambolo
senza rete.
Una voce parla ancora da dietro la
porta, ma non è possibile intenderne
le parole.
Gira sul piatto per l'ennesima volta
Crosscurrents e ancora girerà tante
volte per noi che siamo stati
incantati da campane lontane: chi
scolpiva la nostra anima seduto
dietro una batteria oppure intento
allo xilofono ora si è perduto tra
le vette che circondano Colmar.
(12 maggio 2005)
E' un sorriso ormai distante, ma mai
dimenticato, il mare acceso dal sole
pomeridiano che sovrasta monte
Calvo; una ronzante eco di barbagli
rubata a perdute conversazioni
notturne; una promessa di là da
venire letta sul fondo di occhi
sconosciuti. Dietro la teoria dei
colli azzurri la fluida fiamma
effimera sommerge l'orizzonte
immobile. Un soffitto di nuvolette
puerili si addipana a una quota
tacitamente stabilita: basterebbe
che un fiocco di vapori scendesse
qualche metro più in basso e
l'universo sprofonderebbe in un caos
magmatico. Il mondo oggi è
un'ipotesi che non voglio
verificare: un'artificiosa evidenza
la sottolinea. Vengano pure mille e
più acquazzoni a schiarire i giorni
futuri delle nostre vite.
(16 agosto 2005)
Non ho parole!................vorrei
solo poter seguire il fiume dei tuoi
pensieri per assaporarli un soffio
prima che tu possa esprimerli.
Sicuramente rischierei di annegare
nei turbolenti vortici creati nel
fondo dei laghetti ingannevolmente
calmi, ma lo farei ad occhi
spalancati per non perdere il più
insignificante dei particolari
(ammesso che possa esisterne).
Chiedo poco o molto?
(Alberta Cappa 16 agosto 2005)
Sotto la scorza del primo ghiaccio
c'è nascosto un baule di giorni. Il
sole declinante si specchia
sull'onda del novembre che arretra:
un cristallo ignoto lo ripete dalla
pianura irraggiungibile fino agli
occhi. E' un lampeggiante riflesso
la sola dimostrazione di un teorema
sconosciuto, che lega sole, vetro e
sguardo nella coincidenza di un
mistero euclideo. E' la quiete di
queste settimane dell'anno il frutto
della certezza di un infinito: la
nostra tristezza che non può morire.
(20 novembre 2005)
E' tardi. Meglio non andare troppo
in là. E poi chissà quando mi
ricapiterà di poter sciare proprio a
Livata. Ho deciso: mi fermo
all'anello. Risalirò la Fascia,
anche se non ho guardato prima la
cartina e non so bene quale sia la
strada più agevole. Ok! Si parte. La
neve è fresca ma non molto profonda,
si fatica, ma disegnando qualche
tornante si sale abbastanza
agevolmente. Almeno fino al primo
cambio di pendenza; qui mi viene in
mente che lo sci in fondo non è
un'attività così interessante come
sembra a volte. E' preferibile
allora tentare una variante verso il
Cesone, sfruttando le tracce segnate
da una motoslitta. Ecco infatti
l'apice del primo colle: qualche
metro a calare e mi ricongiungo alla
Fascia vera e propria. Da questo
punto in poi è salita dura e verso
la fine sarà molto simile a un muro.
Il vento intanto è sempre più teso e
solleva sbuffi di polvere di
ghiaccio. Mi pare che passando sotto
l'impianto di risalita la neve sia
più compatta e ci si affondi di meno
e soprattutto non ci siano
variazioni di pendenza: tutto
giusto, ma continuo a faticare come
un mulo sovraccarico. Mi pare il
caso allora di ricominciare coi
tornanti. Guardo indietro: un
centinaio di metri più in basso un
altro folle ha avuto la mia stessa
idea, se mi raggiungerà divideremo
la fatica. Lo aspetto con la scusa
di scattare qualche foto, ma quello
ha deciso che basta così, si ferma e
si lancia in discesa. Imbraccio la
Nikon con la voluttà con cui un
biatleta mette in spalla la carabina
e riparto: poco più avanti quello
che mi era parso da lontano un
relitto di cemento, si rivela in
realtà la carcassa di un animale,
verosimilmente un cinghiale, mezzo
sbranato. Avevo pensato ad una
traccia di degrado ed invece mi
trovo davanti ai segni di una scena
selvaggia, come mi era capitato di
vedere solo nei film western. Ormai
sono sotto al tratto più duro,
perciò allungo i tornanti fino ad
entrare nel bosco; da qui con una
pendenza più dolce potrei
raggiungere la sommità della pista,
ma io preferisco sorbirmi tutta la
scalata pur di non perdermi lo
spettacolo del panorama. Qualcuno di
fronte a certe faticacce dice che la
vita va vissuta con intelligenza.
Evidentemente io di intelligenza non
ne ho abbastanza. Oppure forse non
ho abbastanza vita. Comunque sia il
peggio è passato: sono nel punto in
cui qualche anno fa Umberto scattò
una foto che da allora è appesa in
camera mia. Peccato: nonostante il
vento oggi c'è foschia. Una pallina
di neve rotola verso il basso
lasciando una curiosa impronta
simile al battistrada di un mezzo
pesante. Rotola sempre più
velocemente finché non si ferma. Mi
avvio a ridiscendere alla Valletta
passando per la pista meno ripida.
Maledetti sci! Quando mi deciderò a
pulirli?!? La neve fresca si è
appalloccata sotto alle solette e
non riesco a scivolare come vorrei.
Mi fermo a raschiarla via. Adesso
infatti va meglio. Le punte degli
sci affondati nella neve fresca
emergono come le pinne di due
squaletti rossi sulla cresta del
mare. Come Gandalf nella Terra di
Mezzo entro nella foresta gelata che
conduce all'Acquavìa dove per
fortuna trovo i binari tracciati da
qualcuno che mi ha preceduto. La
discesa a questo punto è molto
semplice. Eccomi infatti in breve
tempo nuovamente all'anello. La
giacca a vento è un conforto a cui
ora non rinuncerei per nulla al
mondo. La macchina, gli sci da
asciugare, una bellissima ragazza
che passa. La guardo e lei
contracambia, passando oltre. Mi
volto a guardare di nuovo e si volta
pure lei. Mi viene da ridere. E' ora
di andarsene. Chi può capire la
soddisfazione di vedere dalla
distanza le impronte del mio zig zag
sul manto nevoso intatto della
pista? Chiunque verrà a Livata oggi
guarderà la mia firma sulla facciata
della Fascia. Certo la grafia lascia
un po' a desiderare...
(12 dicembre 2005)
Racconto degno del miglior Jack
London. Sembra di rivivere le
avventure de "Il richiamo della
foresta" o "Zanna Bianca". Racconto
che sa di profumi di vecchi e fumosi
saloon, con bambole che danzano al
suono di vecchi benjo scordati e
pianoforti a parete. Racconto che sa
di profumi di whisky e di rum.
Racconto che ricorda la corsa
all'oro nelle sperdute lande
ghiacciate dell'Alaska. Racconto che
sa di "Che ci faccio qui". (Lory the
President)
Perché avrei dovuto perdermi il
gusto di leggere tutto d'un fiato
fino in fondo? Il paesaggio è
splendido, la musica soave accarezza
le orecchie e dà vigore ai tuoi
faticosi zigzag, io crepo di invidia
ma cerco di godere attraverso i tuoi
occhi. Cosa potrei desiderare di
più? Ho realizzato: vorrei stare al
tuo posto ma non è possibile
......... pazienza. Comunque mi hai
reso ancora una volta partecipe di
una tua impresa, e non è poco! Sei
Hector e tanto basta. (Alberta
Cappa)
Cosa dire davanti a queste splendide
parole che descrivono questo
splendido paesaggio, dove nel
candido bianco della neve spuntano
lepunte rosse dei suoi sci, dove la
natura apparentemente incontaminata
mostra la realtà del mondo animale,
dove la memoria dell'uomo necessita
di usare una Nikon per ricordare,
dove anche nella foresta più
inesplorata trovasi sempre segni di
vita umana, dove l'intelligenza
lotta insieme con la voglia di
vivere, dove la natura è bellissima
come una bella ragazza che passa e
ti guarda, dove qualcun altro
passerà sul suo zig-zag, dove ha
firmato il suo memorabile passaggio.
No, direi che la grafia è
estremamente chiara e travolgente.
Direi magnifica! Pazienza. Un’altra
volta ci sarò anche io. (Jo the
Bear)
Un pomeriggio il vento di aquilone,
rinfrancato dall'estate ormai rotta,
spettinò le chiome erbose delle cime
e dopo corse a strappare l'azzurro
mantello alle montagne,
nascondendolo nel punto più profondo
del cielo. Ma il sole, con la
pazienza dei millenni, dalla
frontiera del cosmo allungò le
proprie dita raggianti per ravviare
gli scomposti ciuffi dei prati di
alta quota, che si acquattarono
docili a quella carezza di luce
verde e oro; poi rivestì di un
grigio abito di rocce le nude vette,
fiere dei loro scoscendimenti; e
infine, con una scintilla del suo
fuoco di stella, accese un tassello
del mare più luccicante per
scongiurare il ritorno di quel vento
dispettoso. Il gelido aquilone però
attese ghignante, seduto sull'unica
nuvola che non aveva spinto lontana,
perché era soffice e comoda. Sapeva
che di lì a poco la strada celeste
dell'anziano sole sarebbe diventata
più breve e affannosa...
(Monte Autore, 31 agosto 2006)
S'innalzano le rocce più pesanti
nella spasmodica danza di esultanza
del creato. Tra fiamme di granito,
gigantesche spalle di pietra si
ergono, scrollandosi di dosso
un'oceano di selci aguzze, gelide
come lame: sono i frammenti di
incoerente smeriglio dello specchio
frantumato in cui gli uomini
faticano a ricomporre la propria
immagine. Troppo piccoli gli uomini
al paragone delle foreste di
pinnacoli, degli immensi valloni,
delle stanze che hanno per soffitto
un tratto di volta celeste sostenuto
da verticali pareti montane. Troppo
grande lo smarrimento del cuore,
straniero in un labirinto di massi
erratici in cui anche una goccia
d'acqua è capace a trovare la
propria strada. Eppure è per l'uomo
questo smisurato fuoco d'artificio
di vento e ghiaccio, di terra e
minerali, di erbe e sole, che
esplode silenzioso attraverso i
secoli. Egli però se ne accorge
soltanto al momento di partire,
quando lo scoramento cede all'ombra
del suo passo che si distende
lunghissima sull'Arapietra.
(Gran Sasso, 2 settembre 2006)
I
Come isole emergenti dalla ronzante
foschia del mezzogiorno le cime dei
monti vestono la candida uniforme
del circolo esclusivo di cui fanno
parte: quello dei monti più alti
della quota neve. Con sussiego e un
po' di snobismo i più anziani
dialogano tra loro, rivangando
oziosamente i tempi che furono.
Chiacchierano, essi, attraverso una
fitta ma quasi invisibile rete di
ragnateli intrecciati per chilometri
su prati alberi e rocce; se qualche
volta, passando dalle loro parti,
restate abbastanza in silenzio
potrete percepirne qualche battuta.
L'uno fa all'altro: - Ricordi quando
io, te e quell'altro laggiù eravamo
il fondo del mare? Che nottate
meravigliose allora, con tutti i
protozoi che nuotavano fosforescenti
alla luce delle stelle recenti... -
E quello, ancora più vecchio, con la
veste lisa che scopre sempre più
ampie macchie di verde, che replica
con rimpianto: - Già, ma poi venne
la grande orogenesi che sconvolse
quella pace... ed eccoci qua! - -
Siete i soliti piagnucolosi
romantici! - Si intromette uno dalla
grigia barba di crode - Parliamo
piuttosto delle grandi tempeste di
pioggia e neve del pleistocene: mai
visti fulmini come quelli! - -
Secondo me ti sbagli con gli uragani
di 3 milioni di anni prima, altro
che pleistocene! E' che tu hai la
memoria corta... - Polemizza di
nuovo il primo, irritato da quel
rimbrotto. Poi però la sonnolenza
del pomeriggio placa ogni animosità
e i vegliardi si addormentano al
suono flautato del vento che modula
semitoni nel golfo mistico del
bosco.
II
La notte sprofonda nel buio, più
oscura di una qualunque notte di
novilunio: perché più fitte sono le
tenebre per chi una volta ha visto
la luce. La luna rotola nel cosmo
incappucciata da verdi ombre
macchiate di sangue. Appena poche
migliaia di anni fa popoli interi si
sarebbero prostrati di fronte ad
un'immagine simile a quella che
quest'oggi mortifica il faro
propizio ai navigatori della notte.
Inutili i riti e gli scongiuri,
inutili le voci di Leopardi o di
Landolfi. L'indifferenza fa
terminare il mondo dove arriva il
sasso che lei stessa ha scagliato,
nessuno ha più da temere la propria
insignificanza nel confronto con
l'universo. Perché l'universo stesso
è insignificante e ciascuno è il re
indiscusso del suo metro quadro.
(4 marzo 2007)
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