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IL GOLEM
Giunse a Subiaco un giorno un vecchio ebreo,
con barba bianca e nero spolverino,
che aveva nome Levy Zebedeo
e svolgeva mansioni da rabbino.
Proveniva da Praga e nel rispetto
del civico statuto comunale
prese alloggio in un vicolo del
ghetto,
dove impiantò una specie di
arsenale:
strumenti ignoti ed alambicchi
arcani
destarono tra la gente la teoria
che i cento libri riposti sui
ripiani
fossero formulari di magia.
Il vecchio era guardato con sospetto
crescente; che divenne come un tarlo
quando di notte lui lasciava il
ghetto:
così qualcuno decise di spiarlo.
Per chiarir se era cronaca o
leggenda
la diceria dei riti misteriosi,
durante una notte di tregenda
fu seguito da alcuni coraggiosi.
Furtivo, egli raggiunse una caverna,
situata nel più infimo recesso,
ed entrò dentro, al lume di lucerna.
Gli inseguitori attesero
all’ingresso.
Ciò che videro a quella luce fioca
fu cosa inesplicabile ed arcana:
l’ebreo, cantando con la voce roca,
plasmava nel fango una forma umana,
e quando fu completa la figura
tacque il rabbino e restò come
assorto.
Cercava l’aleph, paroletta oscura,
per dare vita a quel fantoccio
morto.
Si avvicinò alla fine all’uom
d’argilla
ed all’orecchio gli sussurrò:
“Elia!”
Scosso da un’energetica favilla
s’animò il golem e ratto fuggì via:
vano fu il tentativo del rabbino
di ridurre l’automa all’obbedienza.
Nulla poté la cabbala, meschino,
né il ricorso a tutta la sua
scienza;
il vecchio Levy si rassegnò presto
a vedere smarrito il suo rampollo,
che frattanto, con esito funesto,
girovagava senza più controllo.
Percorse in breve tutta la contrada,
attraversò il paese e la campagna,
praticò ogni sentiero ed ogni
strada,
discese il fiume e risalì in
montagna.
L’argilloso mostrò in particolare
una sua peculiare inclinazione:
cercava sempre grotte da esplorare,
ricordandosi della sua formazione,
finché il rabbino, invero
spazientito
nel vedere deluse le sue attese,
una volta che s’era più stizzito
mandò il golem diritto a quel paese.
Malgrado l’esemplare fatto male,
l’incerto cabbalista non si arrese;
aprì, anzi, un esercizio commerciale
l’“Antico Golemificio Praghese”.
Fu così che le grotte dei dintorni
si riempirono di esseri fangosi,
d’una sola cosa desiderosi:
vedere il luogo dei loro primi
giorni.
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