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FITST EXCURSION
Ricordandomi della volta in cui su
quell’identico percorso, per
aggirare una salita che si
annunciava faticosa, avevo provato a
seguire la curva di livello e mi ero
ritrovato così in mezzo ad un
intrico impraticabile di strerpi,
arbusti e rovi, decisi allora di
affrontare il profilo irregolare di
quella cresta montana a costo di
doverne subire i bizzarri
saliscendi. Mentre mi inerpicavo
sull’ennesima erta brulla,
inventando tornanti suggeriti dal
mio fiato corto, mi affacciai un
momento sulla valle sottostante,
ritagliata in semicerchio tra vasti
scoscendimenti rocciosi, e con la
scusa di contemplare quell’immenso
teatro naturale mi fermai per far
recuperare giri al mio cuore
impazzito.
Fu allora che in un valico tra le
cime, in mezzo a una sella innevata
su cui si apriva un’ampia radura,
vidi una figura nera che sembrava un
uomo gigantesco, ma poteva anche
essere il fusto d’un albero
incenerito dal fulmine. Rimasi ad
osservarlo per un tempo indefinito,
per cercare di scorgerne un
eventuale movimento e capire di che
cosa si trattasse, lottando contro
la mia miopia e il vapore che mi
offuscava gli occhiali.
Proprio quando avevo deciso che
l’oggetto delle mie vane
elucubrazioni era meno interessante
di quanto apparisse a un primo
sguardo e stavo per ripartire nella
mia ascesa, mi sembrò che la scura
figura si muovesse, sia pure quasi
impercettibilmente. Mi fermai di
nuovo a guardare e mi parve, da
quella distanza incalcolabile, che
la figura facesse un cenno con una
mano aperta, dalle dita lunghe e
storte come rami. Lo stupore vinse
la voglia di riprendere al più
presto il cammino. Stupore che si
trasformò in meraviglia poco dopo,
non appena incominciai a percepire
una voce portata dall’aquilone, che
sapevo con certezza provenire da
quell’essere straordinario.
– Se è vero che gli uomini
migliorano col trascorrere delle
stagioni, è senz’altro dall’inverno
che essi imparano di più… - - Chi
sei? – Pensai. Ma la voce della mia
mente non riuscì a viaggiare
controvento e perciò non giunse al
mio singolare interlocutore, il
quale continuò il proprio monologo:
- …L’inverno infatti sottrae il
superfluo e insegna ad accontentarsi
dell’essenziale. Pensa alla neve:
essa cancella, coprendola, una gran
parte dei segni del paesaggio.
Eppure a ogni uomo piace osservare
il mondo innevato, perché da esso
sono stati eliminati soltanto tutti
i particolari oziosi e
insignificanti… -
Per un attimo la voce sembrò
spegnersi a questo punto, ma presto
una nuova folata di vento la rese
nuovamente decifrabile: - …Quest’anno
l’inverno ti ha sottratto un pugno
di faville dal focolare, lasciandoti
poche tiepide ceneri; ti ha
sottratto alcune preghiere mormorate
al buio; e ancora ti ha sottratto la
compagnia di una prospettiva. E a te
sono sono sembrate rinunce dolorose
e insopportabili. Sappi che non è
così: perché l’inverno sottrae solo
il superfluo… …Ad ogni modo,
affinché il dolore non sia troppo
sovrastante, l’inverno a volte porta
via anche dei ricordi, dei frammenti
di memoria che potrebbero ferire col
loro acume… -
Al cadere del vento si smorzarono le
parole della nera sagoma e dal fondo
della valle cominciarono ad
addensarsi tutto intorno fitti
vapori che impedivano la vista. Fui
costretto perciò a rimettermi in
marcia per evitare che la nebbia mi
ostacolasse nel discernere la giusta
direzione.
Tornato alla vita di tutti i giorni
la mia razionalità mi spinse ad
attribuire ad un’allucinazione
provocata dal freddo e dalla
stanchezza quanto avevo veduto e
udito. Solo diversi anni più tardi
qualcuno mi raccontò la leggenda
dello spettro dell’inverno
trascorso, che all’inizio di
ciascuna primavera abbandonerebbe
cime, valloni, crode e forre per
dileguarsi volando in un posto
imprecisato.
Ma si sa, le leggende sono soltanto
il frutto della visionaria fantasia
popolare.
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