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Come ogni gruppo di eroi che si rispetti, anche il manipolo di prodi speleologi dello Shaka Zulu lega la propria vicenda allo spartiacque sottile che separa storia e leggenda. E se anche per i coraggiosi grottomani sublacensi a prevalere è la leggenda, il merito in parte va ascritto a chi da anni si affanna vergando papiri e pergamene nell’intento di cantare il loro epos. L’indefesso vate che ebbe la ventura di aprire la via delle tenebre ipogee alla fiaccola della poesia fu, or volge il quindicennio, lo scrivente, il quale cantò indegnamente le gesta dei novelli cavernicoli, manipolando spudoratamente il metro di Dante e di Ariosto. Su questa strada irta di insidie lo seguì, di lì a poco, il più grande limericcaro italiano vivente, Pier Luigi Rinaldi, il bardo che proprio grazie alle pagine del sito Shaka entrò in contatto col suddetto vate, dando origine al famigerato sodalizio di cui tuttora si dibatte in tutte le università dell’italica penisola (facoltà di Igiene Mentale). Nel tempo, intorno al facondo binomio si radunò a poco a poco una schiera variegata di rimatori, versificatori e scrittori vari, riunita presto sotto l’insegna solenne dell’Accademia dei Poeti Ipogèi.  Nel 2003 i baldanzosi aedi dell’Accademia furono gli autori dell’unico poema biografico-personal-collettivo della letteratura italiana, l’Eliade, capolavoro indiscusso della poesia grottesca, non a caso immediatamente plagiato (come mostra evidentemente il titolo) da sconosciuti nel velleitario tentativo dell’Iliade.