Escursione sui Simbruini 12-15 Aprile 1881
12 Aprile da Roma a
Subiaco.
Si era stabilito da alcuni socii della Sezione romana del Club Alpino di fare
un’escursione in questa interessantissima regione:
appuntamento per la mattina del 12 Aprile alla stazione del tramway per Tivoli.
Appena deciso a prendervi parte io era sulle spine, e
la mattina del 12, alzatomi molto troppo presto, cominciai, nel radermi dal
farmi un bravo taglio nel mento, cosa che non mi era accaduta da un pezzo:
stagnato il sangue in fretta e furia e vestitomi mi feci condurre in botte alla
stazione, dove arrivai tre quarti d’ora prima della partenza del treno (e ho 35
anni!!). Per passare il tempo comperai un “Popolo
Romano”, ma ero troppo preoccupato per leggerlo, e comincia a passeggiare su e
giù. Finalmente arrivarono le carrozze del tramway da piazza de’
SS. Apostoli, e cerco avidamente i miei compagni, ma non vedo che la
faccia giuliva del caro Martinori, segretario della nostra Sezione, e anima
delle nostre escursioni. Sceso Martinori dalla carrozza ci meravigliamo
nonostante l’incertezza del tempo, di trovarci soltanto in due, però decidiamo
di andare ugualmente. Io sto sul montatojo fino all’ultimo minuto, ma
finalmente suonata la campana di partenza dobbiamo
rassegnarci di andare senza gli altri. Arriviamo a Tivoli dopo il solito nojoso
viaggio, io un po’ malinconico per la mancanza degli altri compagni. Appena
giunti prendiamo posto nella diligenza per Subiaco, e
si parte. Vediamo lunga la strada i lavori della
ferrovia Roma-Sulmona, che sarà certo una delle linee più interessanti d’Italia
per la bellezza del paesaggio, e che renderà di facile accesso, per noi della
Sezione di Roma, tutta la poetica regione dell’Abruzzo coi suoi monti stupendi.
Presso Subiaco il tempo si fa nero come l’inchiostro e ci fa presagire male per
la nostra escursione finalmente, verso le 4 p.m. ci arriviamo, e ci arriva con
noi una pioggia diluviale , che ci chiude all’albergo
della Pernice, dove abbiamo preso alloggio per la notte. Martinori prende appunti
per la futura guida della Provincia Romana, in una interessante
opera sopra Subiaco e suoi dintorni: io me la passo alla meglio fumando un
numero indefinito di sigarette. Cessata la pioggia andiamo
fuori, e Martinori approfitta dell’ultima ora del giorno per provare a fare la
fotografia di Subiaco. Rientrati troviamo un telegramma di Ethofer
nel quale ci dice che ha mancato il treno, e che non può trovare mezzi a
condizioni ragionevoli per raggiungerci a Subiaco, egli se ne dice
dolentissimo, e noi lo siamo per lo meno quanto lui. Per passare la sera
scendiamo in cucina ed ammiriamo come si deve due tipi di ragazze di Subiaco,
serve dell’albergo, una bruna, snella, simpatica; l’altra bionda, bellissima, e
con certi occhi da far cadere anche un S. Antonio.
Io la faccio ridere molto domandandole se sono ancora in
fiore le “scocciapignate” (primole selvatiche). Non so darmi ragione del suo
ridere, perchè so, e mi dice ella stessa che si
chiamano realmente così a Subiaco, ma è tanto piacevole quando ride che
seguito a parlare di scocciapignate per un pezzo. Verso le 9,30 paghiamo il
conto, in cui siamo “sgrassati” in piena regola, e formata una guida e un mulo,
pel domani, giacchè Martinori porta cassa di strumenti
a Vallepietra, ce ne andiamo a letto. Fin da quando sono uscito di casa a Tivoli, a Subiaco, ho notato che guardano con
molto stupore le mie ... calze di lana azzurra Perchè ???
13 Aprile da Subiaco a Vallepietra.
Il 13 alle 5,30
a.m. partiamo da Subiaco con un tempo splendido,
respirando a pieni polmoni l’aria fresca ed esilarante d’un mattino di
primavera e purificata dal temporale di ieri sera. Appena
usciti da Subiaco la strada comincia a salire. Passiamo il convento di
S. Scolastica, che più che convento di umili servi del
signore ha l’aspetto d’immenso castello feudale. poco
dopo notiamo successivamente le tre dighe naturali, ora sprofondate
dall’Aniene, che formavano anticamente i tre laghi, donde il nome di
Subiaco-Sublacum. Poi si discende di nuovo fino in fondo
valle dell’Aniene incassato qui tra le ultime pendici di monte Livata, e
il boscoso monte Carpineto. Il paesaggio è grandioso e delizioso, le pendici
sono ricoperte da boschi di carpini, e dai loro burroni salgono lentamente
certe nuvolette bianche, che vanno a rompere l’azzurro limpido del cielo.
Alcune donne di Subiaco ci accompagnano per un buon tratto di strada, se ne
vanno a far la legna miseramente calzate, con una
sottilissima striscia di cuoio per suola, se ne vanno inzaccherandosi sulla
strada provinciale in costruzione, non ancora assodata, ed ora per la pioggia
di ieri addirittura paludosa, pure si divertono molto alle galanterie di
Martinori. Arrivati sotto l’eremo del Beato Lorenzo,
Martinori tira fuori la fotografia, e domanda alle donne di stare ferme che
farà loro il ritratto. Dopo aver faticato non poco per persuaderle a non
porsi tutte su una riga si fa la fotografia e regalata
una lira alla più anziana, la quale si mette a ballare di contentezza, ci
salutano augurandoci buon viaggio ed in breve le perdiamo di vista su per i
boschi del monte. Per qualche tempo nulla d’importante salvo
l’Aniene sempre bello e qui molto rumoroso, ed una lunghissima e dotta
(?) discussione con Martinori sull’inclinazione degli strati calcarii
della montagna. Trovo un solo esemplare d’un
bellissimo fiore l”Aquilegia”e naturalmente non me lo lascio sfuggire. Più su
passiamo sotto il paesello di Jenne, ed alle 8,15
arriviamo alla grotta dell’Inferniglio. Andiamo a vederla da vicino a rischio
di rompermi le gambe fra le grandi pietre franate dal monte, scivolocissime per
l’umidità. Soliti racconti dei villani sulle sue meraviglie, e sulla impossibilità di entrarvi. Martinori mi fa la fotografia, io penso che varrebbe la pena di
esplorarla accuratamente (se non è stato ancora fatto);
potrebbe essere una di quelle interessantissime caverne ossifere come se ne son
trovate tante nel calcare, e contenere degli avanzi fossili importanti. Qui
colgo l’unica “scocciapignata” trovata in tutta l’escursione: i fiori però
abbondano; e specialmente il ciclamino rosso. La strada cominciava a sembrarmi
lunga, e l’appetito a farsi sentire quando verso le 10 siamo giunti a Ponte
Cominacchio, a circa 16 kilometri da Subiaco. “Cominacchio” viene dicesi da
“Comunes aquas” perchè qui si congiungono i due rami dell’Aniene: il
Simbrivio che viene da Vallepietra, e l’Aniene propriamente detto che viene da
Filettino. A poca distanza vediamo sull’Aniene (e perciò fuori
dalla nostra strada, che sale pel vallone del Simbrivio) una
graziosissima cascata, e subito decidiamo di fermarci qui per la colazione, e
così aver campo di farne la fotografia, come anche di Ponte Cominacchio, molto
pittoresco esso pure. Appena ristorati decidemmo di
riprendere senza indugii la strada, giacchè le leggiere nuvolette del mattino,
erano venute cambiandosi in pesanti nuvoloni da temporale. Il caldo si faceva
sentire forte: infatti sebbene il Simbrivio sia
qui a circa 550 metri
sul mare, è contornato e stretto da monti alti dai 1000 ai 1300 metri, e formanti
perciò una vera conca. Passiamo la
Morra rossa che si stacca dall’Altopiano del Faito, e la
punta Leccina sulla sinistra, e poco più su noto, con sorpresa, i primi faggi, dico con sorpresa perchè credevo non crescessero sotto i 1000 metri d’elevazione;
è vero che son pochi e tisici, certo dovuti a semi trasportati casualmente dai
monti soprastanti. Risalendo sempre il Simbrivio troviamo più avanti ponte
Castello, e ha esso e ponte Renzo il guardiano di Vallepietra che ci saluta con
un “forte, giovenotti”
e ci fa l’onore della sua compagnia fino a Vallepietra (27 kilometri da
Subiaco) dove arriviamo poco dopo , circa le 3. Qui
vediamo in distanza per la prima volta il santuario della Trinità e più sopra
il monte Autore. Appena giunti incominciò a piovere e
così ci dirigemmo tosto alla casa dell’arciprete Don Salvatore Mercurii, al
quale il Martinori portava alcuni strumenti per impiantare una piccola stazione
meteorologica in Vallepietra. Fummo ricevuti colla massima cortesia da una sua sorella ed altre donne di casa, giacchè il povero
don S. era occupatissimo a confessare, essendo Mercoledì Santo. Qui, come anche
a Subiaco il “tric-trac” è in pieno sviluppo, tutti i ragazzi ne sono armati;
alcuni sono addirittura giganteschi e fanno un rumore d’inferno. Vallepietra, a
più di 700 metri
sul livello del mare è un povero paesello che non ha che pochissimo grano,
polenta e patate, pochi magri pascoli per le pecore, e boschi. La chiesa
potrebbe essere molto antica, giacchè la pila dell’acqua santa, vicino alla
porta ha una data dell’undicesimo secolo, la sua
antichità sembra confermata dalla forma delle arcate; del resto non ha nulla
d’importante. Appena tornato a casa D. Salvatore fu
lietissimo di vederci, ma pure ha il piacere d’avere
l’agognato pluviometro, il dubbio di potersene servire, e il dispiacere che noi
fossimo giunti in Quaresima, e così non potere riceverci a suo modo, mi parve
un po’ imbarazzato, cosa che ci rincrebbe molto, e più crebbe il nostro
rincrescimento il sapere che sua madre era in letto malata. La sera si passò,
naturalmente, in discorsi più o meno scientifici,
spiegando Martinori a Don S. la maniera di servirsi dei nuovi strumenti.
Dopo cena si discusse a lungo, col segretario comunale
e col comandante delle guardie forestali, sulla proibizione di far pascolare il
bestiame nei boschi, questione vitale per Vallepietra; quindi verso le 10 si
andò a letto, e ci addormentammo al rombo dei cinque torrenti che formano il
Simbrivio, rimandosi sotto il paese, e che rassomigliava al lontano fragore del
mare.
14 Aprile da Vallepietra pel M.e Autore a Camerata.
La mattina del 14 ci leviamo alle 4 e preso il caffè, che don Salvatore ci fa
trovare pronto, salutatici affettuosamente, ci mettiamo in cammino, in
compagnia di un cugino dell’arciprete, il quale avendo udito la sera prima discorrere delle varie formazioni geologiche, ci dice
con un “a plomb” tutto montanaro “ripjamo il discorso de sera”: e qui un po’ io
un po’ Martinori, con quel pochino che ne sappiamo a discutere di sollevamenti
di strati e vallate di erosione ecc. ecc. Ma presto la salita si fa ripida ripida, e il parlare diviene faticoso. Ammiriamo un
banco di travertino nel quale le foglie di faggio, perfettamente riconoscibili
sono ammassate come sotto un torchio, sono tanto perfette
che sembrano soltanto tinte del colore del travertino. Il viottolo si fa sempre
più ripido e finalmente giungiamo ad una piccolissima cappella dove il
Santuario, colla sua rupe ci si mostra in modo veramente imponente, una roccia
di calcare grigio, ranciata qua e là dall’ossido di ferro, che cade a picco
come la facciata d’una casa per 250 metri sul pendio
ripidissimo della montagna in mezzo si vede il Santuario, che pare un
giocattolo, e i grandi alberi dei vicini monti, faggi, quercie ed aceri paiono
semplici cespugli. Al Santuario della Trinità accorrono da un raggio di oltre
100 kilometri, e nel giorno della festa, che credo cada
in Giugno, da qualche anno sono frequenti le disgrazie per i massi che si
staccano dalla cima. Quando infatti, siamo giunti
proprio sotto la roccia perpendicolare, era realmente spaventosa guardare
su, vedere dei massi di più metri cubi contornati da profonde screpolature, e
apparentemente sul punto di precipitare in basso. Il punto più pericoloso è
dove s’incontrano tre viottoli, e qui prendendo esempio dal contadino che
ci accompagnava, ci siamo messi a passo di corsa, e così siamo giunti al
Santuario, che per lo sporgere che fa la cima della
rupe è un po’ più al sicuro. Visitiamo il Santuario, che non ha, per me, alcun
interesse (eccettuato un antichissimo affresco che è fuori
dalla chiesa, e che meriterebbe di essere conservato). La chiesetta
stessa è piena di ridicoli “ex voto”, pezzi di vecchi fucili e pistole,
stampelle, ed involti di panni di persone indemoniate. Martinori prende delle
fotografie quindi, per rifarci della Quaresima di Vallepetra, divoriamo la
maggior parte d’un quarto di capretto portato da Subiaco; poi salutato il
cugino di don S. che torna a Vallepietra, alle 9,45 ci
rimettiamo in cammino pel M.e Autore. Frattanto il tempo si è fatto brutto,
e cominciamo a temere che la pioggia che ci a risparmiato fin qui, ci si
precipiti addosso proprio sulla cima. Vediamo in gran quantità delle bellissime
pensees (viola tricolor) e qua e la un erbetta
splendida tempestata di fiori. Per scorciare, prendiamo una cresta che ci fa
ridiscendere un centinaio di metri, poi voltando a destra entriamo nel bosco di
faggi, badando accuratamente di non calpestare qualche tagliuola pei lupi, e troviamo le prime zone di neve. I faggi destano
in me la solita ammirazione: per me, sono fra i più belli
alberi che conosca, con la loro corteccia grigio-verdegnola, e le strane, ma
sempre variate forme dei loro rami che ora prendono il carattere della quercia
e del castagno, ora rassomigliano ad abeti. Dopo una mezz’ora
di salita alla fontana degli “scifi” formata di tronchi di faggio
scavati per abbeverare le mandre nell’estate. Beviamo un po’ della sua
acqua che troviamo freddissima. Ne beviamo soltanto invitati dalla sua
meravigliosa limpidezza, giacchè non fa caldo, troviamo la temperatura
dell’acqua del fonte di + 4. Poi con 30 minuti di salita non molto
faticosa guadagniamo la cima alle 11,45. Il panorama
della cima, come tutti i panorami non si può descrivere e non si può dipingere dirò solo, che vediamo ha squarci di nubi
temporalesche, tutto l’Appennino centrale: il Terminillo, il Gran Sasso, il
Velino e la pianura del Fucino; poi più vicino il Tarino, che staccando di tono
su un bianco cumulo di nubi, sembra colle due strisce di neve traforato a
giorno; il Cotento e il Viglio; verso il sud la sottoposta vallata dell’Aniene,
l’altopiano d’Arcinazzo, e più dietro il Semprevisa e il mare, d’un verde
pallido impossibile a definirsi, vicinissimo l’altopiano di Livata, alle cui
cime si attaccano i lembi d’un nero temporale, che cala accavallandosi nella
sottostante valle di Subiaco; più a ponente lo Scalambra, Guadagnolo, M.te Gennaro e la campagna romana che pare anche essa un mare.
Tutto il versante nord ed est del dell’Autore e del
Tarino, non è che una vasta distesa di stupendi boschi di faggio, tramezzata
qua e là da elevate vallate senza sbocco, serbatoi delle acque che poi
infiltrandosi fra gli strati del calcare formano numerosi torrenti che
compongono il Simbrivio e l’Aniene. Ammirato il panorama Martinori fa delle
osservazioni barometriche: il termometro segna +9; relativamente
a Roma e alla valle dell’Aniene fa freddo; la notte deve essere
freddissima; infatti troviamo in più luoghi la neve gelata, e l’erba ancora
bruciata, e non vi spuntano che pochi fiori di croco, a Roma siamo a mezzo
Aprile; qui siamo ancora a Febbraio. Ci mettiamo a ricostruire “l’uomo di
pietra” caduto in rovina, io con la solita abilità mi prendo un dito fra due
grosse pietre, e smetto subito – sparati alcuni colpi di revolver, ci rimettiamo
in cammino per Camposecco e Camerata, alle 12,45.
Il sole è coperto dalle nubi, ed il bellissimo bosco di faggi pel quale scendiamo è tetro e maestoso, i tronchi sono
dritti come abeti e in certi punti la somiglianza cresce per una gran quantità
di musco d’un verde smorto che pende dai rami in festoni. Dopo una oretta di discesa arriviamo a Camposecco. E’ questa una
valle senza sbocco apparente alta 1300 metri circa sul mare, coperta di verde
erbetta nascente e tempestata di viola tricolor ed altri fiori che mi rincresce non potere specificare. Qua e là ci sono delle
voragini dove pare che l’acqua si ingolfi. Lo
traversiamo per la lunghezza d’un 3 kilometri, quindi
rincominciamo a discendere. Il sentiero a poco a poco si fa orrendo; pare che
vi abbiano accumulato a bella posta tutti i ciottoli
dei vicini monti. Frattanto una leggera pioggerella si era cambiata in
acquazzone, e ci aveva fatto gustare una prima bagnatura. Fatto un piccolo alt
di 15 minuti riprendiamo la discesa per il rompicollo
che osano chiamare strada e poco dopo giungemmo in vista di Camerata vecchia.
E’ giusto un piccolo paese sulla cima d’uno scoglio a 1218 metri sul mare.
Venti anni fa l’incendio, ed ora non vi rimangono che pochi abitanti e delle
stalle pel bestiame, scusa questa, secondo gli
abitanti, per la sua immensa sudiceria. La maggior parte degli abitanti si sono
trasportati un 400 metri
più in basso a Camerata nuova che hanno fabbricato di pianta, e che fa
l’effetto d’un paese composto di quelle casette di
legno che si danno ai bambini per giocattoli. Si vede bene che qui non vedono
forastieri che in rarissime occasioni, giacchè avendo noi domandato del vino
cominciarono a consultarsi l’un l’altro e a discutere,
finchè vedendo noi che ci sarebbe voluto del tempo per ottenerlo li levammo
dall’imbarazzo, dicendo che saremmo andati a bere giù a Camerata nuova. frattanto rincominciò a piovere, e riparatici sotto un’arco
della chiesa diroccata, la scena era veramente lugubre. Le nuvole salendo e
scendendo danzavano una ridda infernale, oscurandoci il panorama e tutto
intorno rumoreggiava il tuono, in un angolo dell’arco, in una buca, varii crani
e stinchi di antichi cameratani, aggiungevano allegria
alla scena. Presa una fotografia, per quanto lo permetteva l’oscurità, e in presenza della metà della popolazione che stava intorno
guardando con rispettoso stupore, riprendemmo la ripidissima discesa, e
giungemmo sotto una pioggia torrenziale, a Camerata nuova, ultima tappa del
giorno. Domandammo di un oste e ci fu additato un certo Giuseppe Mestici,
all’entrata del paese; e qui, stante quella benedetta Settimana Santa, a cui io
certo non avevo pensato prima di partire da Roma, cominciarono le difficoltà
per mettere assieme una cena decente; ma con delle uova, e dei maccheroni che
l’oste ci propose condire con una “saraca” in mancanza di alici,
Ci accomodammo alla meglio. Intanto che si preparava uscimmo fuori, avendo
cessata la pioggia, e rimanemmo letteralmente a bocca aperta allo strano e
meraviglioso spettacolo di qui Camerata Vecchia, il paese in cui mezz’ora prima
eravamo discesi. La sua forma si potrebbe quasi
paragonare ad un fiasco cui si sarà spezzato
irregolarmente il collo; quando poi più tardi ci vedemmo sorgere dietro la
luna, la scena era proprio degna della matita di Dorè. Dopo cenato l’oste ci
condusse alla nostra stanza , raccomandandoci di
badare alla scala che era orribilissima assai. Infatti
questa scala non era una scala a pioli perchè fatta di gradini, e non era una
scala a gradini perchè la migliorava troppo ad una scala a pioli, e per di più
quasi perpendicolare, e logora in più punti. Trovammo una
stanza del colore dell’ebano con un paglione abbastanza pulito, e raccomandato
all’oste di svegliarci per tempo ci coricammo. L’ultima cosa che ricordo
è un concerto formato dal vento che ululava al di fuori, da una nenia
malinconica di donne che cantavano “la passione” e dallo stridere sordo e
continuato di numerosi tarli che rosicchiavano le assicelle di faggio del
tetto.
15 Aprile da Camerata nuova a Roma.
Dovemmo levarci alle 3 per arrivare a tempo a prendere, sotto Arsoli, la
diligenza di Subiaco. Preso il caffè (??!!) l’oste ci
presentò il conto, che voglio qui ricordare ad futuram rei memoriam, e ad
ammaestramento per gli altri osti: maccheroni, pane, uova, formaggio, e letto
per tre persone; fieno per il mulo, caffè ed anisetta, 3 lire!!. Diamo all’oste
lire 3,50, ed egli in effusione di gratitudine ci forza a prendere altri
bicchierini di anisetta, povera miserabile,
buona gente dei monti! Finalmente alle 4 partiamo, per la strada di Rocca di
Botte. La strada è un pantano, ci vorrebbero gli stivaloni da palude, dove non
è pantano è grossissimi ciottoli, e qua è la per
variare, ciottoli e pantano assieme. E’ ancora notte e la luna, dietro densi
strati di nubi, che pajono pugnali d’acciajo, dà appena abbastanza luce per scambiare i sassi bianchi dai buchi d’acqua, e
viceversa, di tanto in tanto la strada si confonde con un fosso (deve essere il
principio di fosso Fiojo, una delle sorgenti del Turano). Notiamo che v’è già
gente nei campi, e sentiamo zappare. Dopo un’ora di cammino comincia a far
giorno, e giungiamo a Rocca di Botte. Qui cominciamo di nuovo a salire; si
doveva infatti passare lo spartiacque fra la vallata
del Turano e quella dell’Aniene. Raggiungiamo lo spartiacque (1100 metri circa) in una oretta, e ci si presenta di nuovo la magnifica valle
dell’Aniene, e il M.te Costasole proprio rispetto a
noi, indorata dal sole nascente. Più a destra Arsoli e il monte di Riofreddo.
Da qui scendiamo sempre fino alla strada romana. Passiamo sotto il castello
diroccato della Prugna, e poco più sotto il mio cuore di cacciatore da uno
sbalzo fra una coppia di starne che si leva quasi sotto i piedi. Alle 6,45 la nostra passeggiata è finita, raggiungiamo la mola
d’Arsoli, e vi giuge contemporaneamente la diligenza da Subiaco, che abbiamo la
fortuna di trovare assolutamente vuota. Credevamo di giungere senza indugii a
Tivoli; invece ci dicono all’osteria della Spiaggia che a Vicovaro è caduta una frana per le grandi pioggie, e che non si passa. Un
villano parla di 3-4 anzi 7 kilometri di strada occupata. Martinori gli
risponde secco secco che sbaglia: saranno 30. Il
vetturino non fa che domandare notizie; e infatti
giunti a Vicovaro ci tocca aspettare cinque mortali ore, che giungano i legni
da Tivoli, e operare un trasbordo. Finalmente giungiamo a Tivoli, e decidiamo
stante l’aspetto delle nostre calzature (ci è toccato
passare a piedi attraverso la frana di fango liquido) di prendere l’ultimo
treno per Roma, e intanto rifuggiarci da Nanna alla Trattoria della Pace.
Facciamo merenda, quindi Martinori aiuta (?) una
graziosa servetta a metter su le tende di bucato alle finestre essendo la Pasqua. Sento
nell’altra stanza delle grida di “statte fermo” e “mo te
do una zampata in petto”: io faccio filosoficamente il chilo. Alle 5,50 partiamo per Roma: io entusiasmato dalla bella
escursione, e pronto, con racconti più o meno divertenti, a rompere le
“scatole” agli amici.
Enrico
Colemann
Socio della sezione di Roma