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MADRIGALE MARINISTA

Il sottoscritto poeta grottesco, meglio noto come poeta vate(r), torna a colpire con rime e sproloqui ambientati nel mondo delle caverne. Si tratta stavolta di un madrigale alla maniera secentesca (si fa per dire) del cavalier Marino, di settenari ed endecasillabi variamente, ma regolarmente, rimati.
L'ispirazione è dovuta alle foto della grondaia a, che non so esattamente cosa sia, inviatemi da Elia.

Attendo in proposito il vostro distinto parere.
Alla prossima
Hector, no limits


Tempo è ben ch’io vi conti
de la calata ardita
nella caverna spersa in mezzo ai monti,
degl’attor de l’impresa,
della scoperta strana ed inaudita
che in essa allora avvenne,
in sì bizzarra guisa,
allorché fu compiuta la discesa.
Giudice e duca di quella partita
era l’Angelo Nero,
capo sprezzante e austero
d’una masnada invisa,
uomini di picconi, non di penne,
malsani abitatori delle grotte.
Avviati costoro sottoterra
all’improvviso il dì divenne notte:
nel buio di quella stanza
non si vedea a una spanna di distanza.
Presto la notte fu colma di stelle
ché un d’essi col ginocchio
colpì una stalammite che da terra
s’ergea a forma del naso di Pinocchio.
Ci si risolse dunque
ad appicciare un lume.
Rischiarate le tenebre dovunque
a mezzo di fosforica lucerna,
se ne videro in vero delle belle
in quella plaga interna.
Apparve infatti un fiume
di rocce, sassi, pietre,
maravigliose in fogge variegate,
in sembianze cangianti, or vaghe or tetre.
Rimase sanza verbo
il gruppo speleologico, sorpreso
da quella nova manifestazione:
un mineral coacerbo,
un bestiario inaudito in dimensione,
s’accese al lume acceso
e tutto quanto s’offrì al loro occhio.
Ivi una stalattite
appariva una dorica colonna,
sostegno minerale
d’una non esistente cattedrale;
qui due protuberanze levigate
fingevano celar petto di donna;
più in là un granitico bugno sembrava
stillar miele di lava.
Di sopra una chimera di pirite
avea ali di falco,
testa di simia e naso di liofante,
sul collo d’un uccello trampoliere,
sormontata da un palco
di ramificate corna di cerbo,
il corpo pareva quello d’un gigante:
sembrava la più buffa delle fiere.
Partiva più avanti una processione
di penitenti frati,
petrosi monacelli incappucciati
in tonache di calcio.
Altrove ancora una profusione
di rocciosi frutti
di varia natura, ma offerti tutti
dal medesimo tralcio.
A destra un candelabro di fiammelle
immobili ed oscure
pareva illuminare pure… Eppure
proprio allora le luci furon spente
e i nostri eroi non videro più niente.

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