![]() |
![]() |
Monumenti dello Stato Pontificio
e relazione topografica
di ogni paese
opera
di Giuseppe Marocco
Lazio
e le sue memorie
Tomo X
Roma
tipografia Boulzaler
1836
pag.75-81
“Subiaco
Città Abbazia Nullius, Governo Distrettuale: Presidenza Della Comarca Anime 5530.
Elevasi un colle nella tanto decantata valle Santa, che si apre in mezzo alla catena degli alti monti Simbruini, ramificazione degli appennini, che non si scopre se non in molta vicinanza da ogni lato dovendosi discendere. Antico castello su di questi vedesi collocato, che per essere stato edificato sotto ad un lago formato dal sinuoso Aniene, Subiaco venne chiamato, col titolo di città meritatamente distinto dal generoso munificentissimo Pontefice Pio Sesto abate commendatario Sublacense. Dalle fondamenta per sovrana sua grandezza sursero il maestoso tempio dell’apostolo S. Andrea, insignito del titolo di Collegiata, ed i l Seminario vastissimo, fabriche che alla vista di chiunque tanto al di fuori della città quanto internamente formano il principale di lei ornamento, nè più veggonsi què spaventosi e pericolosi dirupi, che prima vi erano riguardanti il fragoroso fiume. All’enunciato Seminario anche da lontano si mandano alunni perchè celebri maestri v’ebbero sempre stanza, a lettere, e scienze si apparano, oltre il canto Gregoriano, ne manca una biblioteca di scelti libri fornita. La residenza governativa sulla via di mezzo, cui sono unite le carceri, e tutti gli uffici necessari fu pure eretta dalla munificenza del med. Pio Sesto. Non trascuri pure il viaggiatore di vedere la bella chiesa di S. Maria, e di visitare la casa della missione, ed i conventi suburbani de Minori Osservanti, e Cappuccini sopra deliziosissi e colline. Le strade sono montuose, meno alcune che restano in piano, cioè la via di mezzo, ed il Borgo che viene terminato con arco maestoso di pietra, costituente la Porta Romana, e che annuncia colle sue lapidarie memorie al viaggiator che giunge la propensione di quel principe verso Subiaco, che più addentro conosce, allorchè osserva gli altri edifizi, L’aspetto magnifico di un tal arco porge argomento all’estraneo di un interno ugualmente magnifico, ma che resta poi deluso perchè il fabbricato in genere, e le vie all’esterna appariscenza di codesto non corrispondono sicuramente. Il fabricato è forte, e talune private abitazioni esiggono riflesso per la loro costruzione, sebbene il più magnifico ed imponente sia il palazzo abaziale denominato la Rocca, perchè oltre di essere vasto, e solidissimo, torreggia superbo sulla più elevata cima del colle un punto piramidale formando. Venendo a Subiaco dalla parte di santa Scolastica sopra di un ponte antico di unica ed ampia arcata si traghetta l’Aniene, ed ivi il passeggiere novello meravigliasi per il fragoroso esercizio degli opifici animati dalle acque del medesimo fiume, e consistenti in cartiere, molini da grano, e da olio, in ferriere, e valche. Un tal fiume fu nominato primamente Pareusio secondo Plutarco, e quindi il nome di Aniene derivogli da Anio Re de Toscani che nel seguir la figlia rapitagli da Coteto ivi si annegò. Noi abbiam veduto che egli nasce nei monti Trebani, e non nel piano di Arcinazzo come dice il Merchiorri nella descrizione di Roma assai distante dalla sua sorgente. Tacito Celso, e Silio chiamaron que’ monti anche Simbruini , benchè sotto tal nome si potessero intendere li laghi che stavano al di sopra di Subiaco. Il Fiume viene talvolta nominato Simbrivio. I fonti Ceruleo, Curzio, Albudino, Augusto e Marcio accrescono il volume dell’acque dell’Aniene, ed in Roma giungevano con gli acquedotti Claudio, e Marcio. Ora la loro unione al fiume è quasi vana, ed i quattro acquedotti inclusivamente a quello dell’Aniene vecchio lungo la strada di Subiaco nella Valle degli Arci lasciano vedere i grandi avanzi, che destano in chiunque intende, dispiacenza, e meraviglia. Allorchè si parlerà di Tivoli si noteranno i principali autori che di questo fiume parlarono, e di volo darò dei cenni sui ponti che di sopra esistevano, dell’utile che arrecava, de’ suoi tartari, e degli acerbissimi danni da lui in molte occorrenze cagionate ai Tiburtini nel cuore dei quali sta per esso quasi sempre impresso il timore, sebbene coll’Emissario Gregoriano si sia per ora moderata la paura. Tosto chiunque s’intende che viva nei cittadini, e l’industria, e il commercio non manca, e che l’ozio turpe come in tanti altri luoghi molestissimi non ha luogo, ed alimento. Imperocchè non mancan fabriche di lanificio, di stoviglie, di concie di cuoi, di utensili di rame, e vè perfino una fonderia di campane. Tutte le altre arti necessarie alla vita vi sono, ed il popolo vive tranquillo, perchè educato cortese e filantropo. Sebbene il suolo dei dintorni di questa città per natura sia sterile, non ostante colla fatica rende bastevoli prodotti venendo coltivato a vigne, ad oliveti, ed orti, che specialmente producono erbaggi di sapor gratissimo, di volume rimarchevole, ed alcuni di speciale candidezza. Eranvi un monte di lanificio eretto dal cardinal Carlo Barberini nel 1697 con dote sufficiente, e di cui Innocenzo Duodecimo approvò le regole, ma le funeste vicende dei passati tempi tolsero agli abitanti in simil genere ogni vantaggio. Subiaco è circondato da Monti, che lasciano però spalancata dalla parte di oriente una vasta gola dove erano i tre laghi due naturali, ed uno artificiale, perchè le acque venivano da solidissima muraglia soffermate, opera incominciata da Caligola, e terminata da Claudio. Ameni laghi vengono chiamati da diversi autori, ne’ lungi stavano dalli villa di Nerone di cui le rovine ancora grandiose si osservano, e dai laghi istessi egli avea per la sua villa le acque più pure. L’aquedotto dell’Aniene nuovo intrapreso da Tiberio, e compito da Claudio venne in seguito restaurato da Vespasiano, e da Tito, e lo attesta Frontino. Perciò ebbe il nome di Sublaqueum. Nell’opera del celebre Muratori tom. IV pag. 188 si legge ciò che siegue – Sublacus vocabulum est, qui a romana Urbe quadraginta fere millibus distans, frigidas atque perspicuas emanat aquas ... Nota è a chiunque la celebre villa di Nerone appellata nelle antiche istorie villa Sublacensis, che poi venne dette comunemente Arcinazzo, come abbiamo osservato, e d’onde nell’anno 1780 si estrasse gran copia di marmi finissimi, che hanno egregiamente servito per molte chiese, tanto di Subiaco, che fuori. I laghi su enunciati si disseccarono, e la gran muraglia precipitò per l’inondazione del giorno 20 febrajo 1305. Dappresso incominciava l’acquidotto Claudio dal quale si scorgono i rimasugli, come anche d’un tempio, e di alcune terme. Prima che il gran Benedetto diffondesse costà la sua luce ed ergesse monasteri, eranvi eremitori lungo la valle, ed un monastero detto SS. Maria, e Clemente giacea sulle rovine Neroniane da monaci stanziato e di cui se ne fa cenno nelle cronache sublacensi. Mi sarei studiato di diffondermi sulle notizie relative tanto all’istoria di Subiaco medesima, quanto dei due monasteri insigni Benedettini, ma dovendosi publicare un opera di molto pregio in proposito del sig. Livio Mariani, ingegno perspicace e chiarissimo, che moltissimi anni per comporla ha sudato, mi sono astenuto di fare ulteriori ricerche. Il carattere della verità in alcuni punti avrebbe dovuto a forza mancare, ed il silenzio sembrami più lodevole. L’ingrandimento di Subiaco si deve ai monaci, i quali in ogni tempo furono benefici all’indigenza.Il territorio di Subiaco ha la circonferenza di metri 33,600. Confina a tramontana col territorio di Cervara, e Camerata, a ponente col territorio di Agosta, Canterano, e quello di Santo Stefano, a mezzogiorno col territorio di Afile, Ponza, e Ienne, e a Levante col territorio di Vallepietra: il paese è coperto dai monti; a tramontana, dal monte livata e monte Cava, a mezzo giorno dal monte Affilano, a ponente alla valle dell’Agosta ed il fiume Aniene, a levante la montagna del Beato Lorenzo di S. Benedetto, e di S. Scolastica. L’altezza del S. Speco è di palmi 810 corrispondenti a metri 180. Attualmente è capoluogo del distretto , che comprende anche il governo di S. Vito. E’ distante da Roma miglia 48, passandosi per Tivoli di una strada carrozzabile, e commoda, ed il confine del Regno napolitanosi ritrova dopo dieci miglia di cammino.”