Analisi Storico-Topografico-Antiquaria della Carta de’ contorni di Roma di A. Nibby. Tomo III edizione seconda. Roma Tipografia delle Belle Arti 1849.

pagg.120-130

Subiaco – Sublaquem

Sublacus

Città della Comarca di Roma, che secondo la ultima statistica contiene 5500 abitanti, ed è capo luogo di un distretto: essa dista da Roma circa 48 miglia, seguendo la via consolare. La etimologia del nome facilmente derivasi dalla sua posizione, che stando sotto i laghi artificiali della villa neroniana sublacense, oggi scomparsi per la rottura delle chiuse, che li ritenevano, sub lacum si disse. Questa città fascia una delle lacinie di Monte Calvo verso sud-est, bagnata ai piedi dal corso del fiume Aniene, e coronata nel punto culminante della rocca, soggiorno dell’abbate commendatario. Siccome la via consolare, che conduce da Roma a questa città, segue la valle serpeggiante dell’Aniene, come l’andamento più comodo, perciò la rocca stessa di Subiaco riman nascosta dietro le varie frastagliature del dorso di monte Calvo, fin quasi alla distanza di un miglio prima di giungervi, e così veduta da lungi, la città presenta una pittoresca apparenza, e si mostra più grande e più bella di quello che è di fatto; imperciochè nell’entrarvi l’illusione dileguasi insensibilmente, e se ne eccettui la strada grande, e la pizza dinanzi alla chiesa, che si debbono al favore di papa Pio VI che era stato abbate commendatario, mentre era cardinale, nel rimanente, per l’angustia, la lordura, e la scoscesità delle strade, per l’orrore delle case, che assomiglieresti a tugurii, costruiti in gran parte di parallelepipedi  grossi ed affumicati di pietra locale, Subiaco presenta tutto l’aspetto di una città del secolo IX.

Prima che Nerone fondasse una villa in questo luogo non si riviene affatto memoria di questa città, e Plinio il vecchio Hist. Nat. lib. III C. XVII è il più antico scrittore cha la ricordi, parlando dell’Aniene, che nato nel monte de’ Trebani portava le acque de’ tre laghi amenissimi , che avevano dato il nome a Sublaqueum, nel Tevere. Nè in questo voglio asserire che antecedentemente sul colle della rocca non potesse essere situata una di quelle città fortificate degli Equi, che i Romani distrussero in numero di 41 in cinquanta giorni l’anno di Roma 450 per testimonianza di Livio lib. IX e XLV ma siccome que’ laghi erano stati formati da Nerone, onde rendere più amena la sua villa, per ciò la città degli Equi ebbe altro nome che quello di Sublacum, o Sublaqueum, non potendo trarlo da una circostanza che non esisteva. Della villa di Nerone chiamata Sublaquem, e villa Sublacensis fanno menzione Tacito Annal. lib XIV e XXII e Frontino de Aquis etc. C. XCIII: e secondo l’annalista, in Subiaco quel mostro trovasi a banchettare, l’anno 61 dell’era volgare, quando sorpreso da un temporale poco mancò che non rimanesse estinto da un fulmine, che cadde sulla sua mensa, e ne percosse le vivande; anzi Filostrato nella vita di Apollonio lib. IV. e XLIII. narrando questo medesimo avvenimento aggiunge, che il fulmine traversò il calice che Nerone teneva tra le mani presso a porlo in bocca. E’ pur da notarsi, che secondo Tacito  a quella epoca questa parte trovasi ne’ confini de’ Tiburtini: finibus Tiburtum. Ed il nome di Sublaqueum e villa Sublacensis, che ebbe la villa neroniana sono prove che stesse sotto e non sopra i laghi, ed infatti Frontino parlando della correzione fatta da Trajano all’acquedotto dell’Aniene Nuova, mostra che aprì lo speco ex lacu qui est super villam neronianam sublacensem; quindi invece di crederla a s. Scolastica, e molto meno all’Arcinazzo, 12 miglia sopra Subiaco, d’uopo è riconoscere il corpo principale di quella villa precisamente dove oggi è la città; e i ruderi che si veggono sotto s. Scolastica, frai quali pur si ravvisa lo speco di Trajano indicato da Frontino che erano a livello di uno dei laghi, e quelli che si vedono all’Arcinazzo, potevano essere dipendenze della villa; ma non mai la villa propriamente detta, la quale pel passo sovraindicato di Frontino esisteva ancora, conservando lo stesso nome ai tempi di Trajano.

Dopo quella epoca però non se ne trova menzione ulteriore, e forse fu trascurata dagl’imperadori susseguenti, in guisa che nella caduta dell’impero occidentale il sito era totalmente solitario e deserto, che nell’anno 494 venne prescelto da s. Benedetto a ritiro, onde segregarsi affatto del consorzio degli uomini: veggasi il Mabillon negli Annali Benedettini T. I. c. VII. E nella vita di quel santo non si ricorda mai alcun casale, o castello posto dove fu la villa imperiale, e dove oggi è la città: a quella epoca apparteneva a Tertullo patrizio romano il fondo, il quale donollo a s. Benedetto medesimo l’anno 528, come si trae dalla bolla di s. Gregorio I dell’anno 596, che inserisce l’atto di quella donazione. Ora mentre Tertullo nomina Sublacum senza alcuna aggiunta di casale o di castrum, secondo l’uso di que’tempi, s. Gregorio nella conferma lo dice espressamente castrum Sublacum: indizio è questo, che nell’intervallo fra l’anno 528 e l’anno 596, fondatosi il monastero da s. Benedetto, a poco a poco formossi dai coltivatori delle terre il castello. Da un tratto della cronica inedita manoscritta del Mabillon dice esistere nel monastero di s. Scolastica si trae che il monastero e per conseguenza il castello nel primo periodo del secolo VII andarono soggetti ad una fiera devastazione, probabilmente de’ Longobardi, che l’autore della cronica, senza punto badare all’anacronismo chiama Agareni, i quali a quella epoca non potevano essere venuti in Italia. Il monastero ed il castello rimasero deserti fino all’anno 705 della era volgare; allora secondo il Mabillon per le cure di papa Giovanni VII fu riedificato da Stefano abbate del monastero; del castello però non si fa parola; ma che questo verso lo stesso tempo, o poco dopo si formasse di nuovo n’è prova la cronica, donde si trae che Pietro, che fu il sesto abbate, dopo la riedificazione del monastero, verso l’anno 830 col soccorso di Gregorio IV, colle orazioni, e colle opere, riacquistò il Castrum Sublacum a s. Benedetto: ed infatti vien ricordato fralle possidenze del monastero nella bolla dello stesso papa Gregorio IV dell’anno 832, come pure in quella di Niccolò I dell’863, ed in quella dell’anno 1115 di Pasquale II. Verso la metà del secolo XII fu la rocca (munitio) di Subiaco occupata dal cardinale di s. Eustachio per ordine di Eugenio III e poco dopo restituita. Rimase poscia in potere de’monaci fino al declinare del secolo XV quando papa Callisto III ne investì come abbate commendatario il cardinale Giovanni di Torrecremata, e da quella epoca fino alle ultima vicende i cardinali abbati commendatarii hanno esercitata piena autorità temporale e spirituale, tanto sopra Subiaco, che sopra le terre della Badia, dipendendo immediatamente dal papa.

Di Antico Subiaco non conserva alcun monumento: di moderno solo si nota l’arco eretto ad onore di Pio VI, allorchè nel 1789 entrò nella terra che egli innalzò al rango di città , di cui però una parte delle iscrizioni è mancante, e la nuova chiesa edificata dallo stesso papa, la quale s’innalza sopra altissime sostruzioni, in modo che verso il fiume, dal piantato alla sommità si contano 362 palmi romani di altezza: essa fu architettata da Giulio Camporesi. Anche il palazzo dell’abbate commendatario fu ampliato e ristaurato da Pio VI che aprì una strada carrozzabile per ascendervi. Subiaco è celebre ne’ fasti della storia ecclesiastica, come la culla dell’ordine monastico benedettino, ed ancora vi restano due monasteri nelle sue vicinanze pertinenti a quest’ordine, i quali hanno il nome di  s. Scolastica e del Sacro Speco, Nell’andarvi, uscendo da Subiaco e leggermente scendendo, dopo un mezzo miglio, la via comincia a salire così agiatamente, da potervi andare in carrozza: e per questa si gode una veduta amena della valle solcata dall’Aniene, le cui acque divise onde muovere i molini , e le macchine delle ferriere e delle cartiere formano varie cadute. Si perviene poscia ad una cappella, sulla quale una iscrizione moderna in tre distici ricorda il miracolo operato da s. Mauro per ordine di s. Benedetto l’anno 528, pel quale s. Placido venne salvato dalle onde dell’Aniene in che era caduto. A quella epoca il fiume ritenuto dalle chiuse neroniane, formava qui il primo lago, che lambiva quasi il sito della cappella: e questo lago rimase fino ai 20 febbrajo dell’anno 1305 quando in una piena del fiume, due monaci togliendo imprudentemente de’ sassi aprirono un varco all’acqua, che rovesciando i ripari tornò nello stato in che era prima che Nerone la ritenesse, cioè presso a poco come oggi si vede. Di questo fatto conservasi una memoria nel Chronicon Sublacense. Ho detto essere stato qui il primo lago, cioè il superiore, giacchè secondo Plinio tre erano i laghi: ora avendo io seguito il corso del fiume al di sopra di questo, fino alle sorgenti non ho trovato traccie degli altri due, ma mentre qui visibili sono le traccie della chiusa, convalidate dallo speco aperto da Trajano, e dalla storia sovraindicata, credo che da questo punto l’acqua cadesse in due ristagni inferiori, anche essi artificiali, fino a raggiungere il corso odierno. L’abbandono della villa imperiale aveva fatto sparire uno di questi laghi fino all’anno 864 come si trae dalla bolla di Niccolò I gli altri due laghi esistevano ancora nell’anno 1052 poichè nella lapide incastrata nel chiostro di s. Scolastica e pertinente a quell’anno, fralle altre possidenze di nominano II LACVS; ma siccome è ignoto l’anno in che il primo lago sparisse, così e ignoto quando rovesciasse la chiusa del secondo, fatto che deve essere avvenuto fra gli anni 1052, e 1305, allorchè certamente pel documento allegato uno solo ne rimaneva.

Appena passata la cappella di s. Placido un sentiero a destra conduce ad alcuni ruderi scoperti l’anno 1824 e che evidentemente sono avanzi di bagni fluviali dipendenti dalla villa imperiale di Sublaquem, de’ quali ho pubblicato la pianta nel 1828: fra quei ruderi vedesi ancora lo speco quasi ostrutto dall’acquedotto dell’Aniene Nuova aperto da Traiano a sostituzione di quello di Claudio, onde avere l’acqua più pura, siccome narra Frontino. Sulla riva opposta del fiume a mezza falda del monte Carpineto sono rovine di una specie di ninfeo, composto di una grande nicchia curvilinea fra due nicchie rettilinee separate fra loro da anditi.

Il monastero di s. Scolastica, al quale dopo queste rovine de’ bagni si perviene, fu fondato da s. Benedetto l’anno 520 nelle terre di Tertullo ed Euticio nobili romani i quali l’anno 523 lo dotarono di molti beni, come ho notato di sopra: e questi furono particolarmente accresciuti e confermati da s. Gregorio Magno, da Gregorio IV nell’832, da Niccolò I nell’anno 864, da Giovanni XII nel 958, dall’imperatore Ottone nel 967, da Gregorio V nel 996, da Pasquale II nel 1115 ec. Dapprincipio il monastero fu dedicato ai santi Cosma e Damiano, ma dopo la devastazione avvenuta nel principio del secolo VII e la riedificazione fattane nell’anno 705 da Stefano abbate, sembra essere stato posto sotto la protezione e denominazione de’ ss. Benedetto, e Scolastica: che difatti lo fosse già circa la metà del secolo seguente lo mostra Anastasio Bibliotecario nella vita di Leone IV dicendo che quel papa offrì doni di arredi sacri al monastero si s. Silvestro, s. Benedetto, e s. Scolastica quod nuncupatur Sublacu. Il primo chiostro è moderno: ivi sono stati raccolti alcuni monumenti antichi, cioè un sarcofago con soggetti bacchici, una colonna di marmo numidico, o giallo antico, una colonna di porfido, ed una testa bacchica, oggetti che furono probabilmente rinvenuti nelle vicinanze, o che vennero trasportati da altre terre del monastero. Da questo chiostro si passa in quello più antico costrutto nel secolo X monumento importante per la storia dell’architettura di quel tempo: esso è arcuato con archi a sesto acuto, ed il principale di questi è di marmo ornato di bassorilievi, sulla cui sommità vedesi la vergine seduta sopra un trono fra due leoni. Nel portico che gira intorno a questo chiostro sono due monumenti importanti de’ tempi più bassi: il primo appartiene all’anno 981 allorchè fu edificata, o piuttosto io credo riedificata la chiesa di s. Scolastica, e dedicata dal papa Benedetto VII. L’altra è la lapide più volte menzionata in questa opera che ricorda i fondi che appartenevano al monastero l’anno 1052, la quale dice, che l’anno IV di Leone IX Umberto abbate edificò la torre, o campanile ad onore di s. Benedetto e di s. Scolastica sua sorella, dove notò brevemente i beni del monastero, cioè lo speco i due laghi, il corso del fiume colle mole e le pesche, Genna (Ienne) Puceium, Opinianum, Augusta (Agosta) Cervaria (Cervara) Maranum (Marano) Anticulum (Anticoli) Rovianum (Roviano) Arsula (Arsoli) Auricula (Oricola) Carsolum (Carsoli) Cantoranum (Canterano) Rocca Conocla (Rocca di Mezzo) Trelanum, Cerretum (Cerreto) Rocca Sarraceniscum (Saracinesco) Sambuculum (Sambuci) Bicilianum (Siciliano) Massa s. Valerii, Rocca de Ilice, Rocca Iuvencianum, Ampollionum (Ampiglione) e Collis Malus. Da questo chiostro si entra in un altro simile per lo stile e l’architettura a quello di s. Paolo fuori delle mura e di s. Giovanni Laterano, cioè opera del primo periodo del secolo XIII nel quale è dipinta la immagine della Vergine, lavoro del secolo XV. La chiesa di s. Scolastica è moderna: frai quadri, che tutti sono molto mediocri, quello rappresentante l’Adorazione de’ Magi porta la data del 1640, e quello de’ ss. Gervasio e Protasio ha il nome di Pompeo de Ferraris. Una lapide ancora esistente mostra che la sagrestia fu costrutta nel 1578: la volta si crede dipinta da Zuccari, che non potrebbe essere di Federico, poichè Taddeo morì prima della costruzione della sagrestia, ma forse è di qualche suo allievo. Bellissimo è il monastero che un tempo ebbe ricca la biblioteca, ed un archivio, che un giorno conteneva manoscritti e diplomi rarissimi. In questo monastero i tipografi Conrado Sweinheim ed Arnold Pannartz stamparono il Lattanzio l’anno 1465, ed il Donato Pro Puerulis, opuscolo che attestano aver stampato in Subiaco in un memoriale presentato a Sisto IV nel 1472, come saggio della loro arte, ma che si è affatto smarrito. Quanto al Lattanzio è il primo libro che si a stato impresso dopo la scoperta della stamperia fuori della Germania: di questo il monastero conserva una copia.

Uscendo da s. Scolastica e costeggiando il recinto del monastero, lasciasi a destra presso una cappella il sentiero che conduce a Jenne e Trevi presso le sorgenti dell’Aniene: e salendo sempre per un ripiano inclinato molto agiato, dopo circa tre quarti di miglio entrasi in un viale ameno ombreggiato da vecchie elci, avendo sempre d’incontro dall’altra parte del fiume il monte Carpineto: monte orrido, dirupato, imboschito. Dopo il viale delle elci si perviene ad un ripiano, donde l’occhio spazia sui monti e sulla valle sublacense, e poco dopo si giunge al monastero di s. Benedetto detto il Sacro Speco che è circa 1miglio distante da s. Scolastica e 3 da Subiaco. Questo dee riguardarsi come la culla del monachismo occidentale, ed è addossato al monte a guisa di un nido di colombe, così che in qualche parte fu d’uopo reggerlo con sostruzioni arcuate enormi, in altre tagliare la rupe che serve di parete ai corridoi.

Dicesi del sacro speco questo monastero perchè s. Benedetto, allorchè abbandonò il mondo ritirossi su questo monte alpestre in una spelonca naturale, dove per molto tempo visse dandosi alla vita contemplativa. Dapprincipio per l’asprezza del sito non si fece fabbrica in questo luogo, contentandosi i monaci di pervenire alla spelonca santificata per un viottolo. Più spelonche erano in questa falda, fralle quali una più vicina allo speco di s. Benedetto fu dedicata a s. Silvestro da Papa IX. verso l’anno 1052 come si trae dalla cronica sublacense. E l’anno 1090 come attesta lo stesso Chronicon, un monaco di nome Palombo pregò Giovanni abate di s. Scolastica di concedergli un luogo nello speco abitato da s. Benedetto, ed avendolo ottenuto vi costrusse una celletta dove penò vita penitente. Lo stesso abate Giovanni considerando la difficoltà di pervenire a quell’antro santificato, scavò la rupe e fece gradini per potervi arrivare, partendo dalla chiesa di s. Silvestro, e la cronaca nota, che la porta per andare nello speco era di soverchio piccola: minis parva erat. E quindi nella caverna del primo ingresso fece di nuovo l’altare della vergine e di s. Silvestro, e fece inoltre aprire la strada che conduce al  Sacro Speco, con grandi sostruzioni, magno fastigio, che sono quelle che ancora rimangono, quantunque siano state più volte ristaurate.

Nel primo ingresso di questo luogo vedesi un’aquila de’ tempi bassi; il corridojo che segue è ornato di pitture del secolo XV e la parete sinistra è la rupe stessa del monte: l’autore delle pitture è incognito, la data però del 1466, che portano quelle della cappella, che precede il sacro Speco, e che sono del medesimo stile, è un documento positivo del tempo in che vennero eseguite tanto queste del corridojo, come quelle altre di questo santuario dell’ordine benedettino. Discendesi successivamente per due cappelle al Sacro Speco dipinte da un tal Conciolo, il cui nome CONXOLVS PINXIT si legge in quella rappresentante una consagrazione di chiesa, che Lanzi fa rimontare al 1219. Merita particolare menzione quella della strage degl’innocenti pel modo con che è rappresentata, e quella nella quale si vede dipinto l’antico lago sublacense, che allora esisteva. Nella cappella propria del sacro Speco è una statua berninesca, che rappresenta il santo patriarca in età giovanile: e da questa cappella si discende a quella di s. Silvestro colla statua del santo pontefice in terra cotta, donde si passa in un piccolo giardino con un roseto, che ricorda il veprajo, sul quale rotolossi s. Benedetto, onde estinguere il fuoco della concupiscenza, e che fu miracolosamente cangiato in un roseto da s. Francesco di Assisi, allorchè venne a visitare questo santuario, l’anno 1223, siccome può leggersi nell’opera di Casimiro sui conventi della provincia  romana  all’articolo Civitella, dove a lungo tratta di questo prodigio pag. 73. Nella sagrestia conservansi alcuni buoni quadri moderni, fra i quali una s. Famiglia, che i padri dicono di Correggio, ma che sebbene pregevole, mi sembra di scuola bolognese, e forse de’ Caracci.

 

 


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